E comunque dura sempre troppo poco.

E comunque dura sempre troppo poco.

Ho sul braccio tatuato il nome di una donna che sta con un altro uomo.
Ho nel taschino un pacchetto di sigarette Chesterfield e nel cruscotto una birra calda.
Ho sotto il sedile lo scontrino di una notte con Josephine che andandosene mi disse di chiamarsi Sylvia.
Ho sotto le scarpe l’impronta della terra e al dito porto un anello con la faccia di lupo.
E ho un piccolo sacchetto di pelle pieno di paura che tengo al collo per ricordarmi che devo fermarmi un attimo prima che non possa piu’ fermarmi.
E sono pazzo come un matto che si è tuffato in un fiume di whiskey per dimenticare, ricordandosi appena in tempo che non sapeva nuotare.
Ho una voce stonata che canta, una gamba rotta che corre, ho un occhio cieco che vede nel buio e una mano che cerca sotto il letto la testa del cane per addormentarsi accarezzando qualcosa di morbido.
Ho un cuore che sapeva amare, sapeva cosi’ tanto amare, da consumarsi come si consuma un dentifricio, lo shampoo o la schiuma da barba.
Solo che tra gli scaffali del supermercato non vendono cuori di riserva ma solo tonnellate di cibo e puttanate varie.
Mi hai raccolto trovandomi perso sull’asfalto, ho pensato che se avessi avuto coraggio mi sarei schiuso come un riccio sul palmo della tua mano e ti avrei guardato con due occhi vispi chiedendoti con lo sguardo di farmi grattini sulla pancia.
Ti racconto una storia.
Ho frequentato un bar per molto tempo solo per incontrare una donna.
Ogni notte finiva di lavorare alle tre.
Io l’aspettavo sul retro, si cambiava saliva sulla mia macchina e andavamo in un motel che sapeva di fumo e moquette.
Si faceva l’amore e vedevamo l’alba tutte le mattine.
Duro’ il tempo che dura una sigaretta poi prima che diventasse un mozzicone ci siamo detti addio senza dire una parola.
A volte ho l’impressione che la vita sia una giostra, tu paghi la tua corsa senza sapere quanto dura.
E comunque dura sempre troppo poco.
Come ogni gioco.
Buonanotte.

Niente è come sembra.

Niente è come sembra.

Niente e’ come sembra. Niente e’ come appare.
C’è il filtro della nostra interpretazione.
Un po’ come una poesia o una canzone.
Chi la legge o chi la sente non sapra’ mai cosa in realta’ voleva dire chi l’ha creata.
Travisiamo la realta’ riempendola dei nostri desideri e dei nostri sogni.
Un esercizio di liberta’ e’ allontanarsi da noi per osservarci da lontano.
Vedrete il maratoneta arrancare dopo aver percorso pochi passi, vedrete il pittore che non riesce a tracciare una linea, vedrete Rocco Siffredi cercarsi l’uccello o Pamela Anderson chiedersi come mai le sue tette sono cosi’ minuscole.
Vedrete anche l’ignorante citare Socrate, o la puttana recitare un rosario, vedrete un mostro guardarsi soddisfatto allo specchio o una frigida urlare di piacere.
Abbiamo coltivato la consapevolezza come un monaco si prende cura del suo bonsai.
Poi improvvisamente ci siamo dimenticati di recidere i rami e il piccolo albero ha perso la sua identita’.
E’ diventato un cespuglio indefinito.
Che e’ successo al monaco?
Si e’ distratto guardando una signorina vestita con un abito di lino corto che passava ogni giorno sul fondo della valle.
L’ha vista passare velocemente e da lontano.
Quella lontananza mise in moto la fantasia.
E nulla e’ piu’ distraente della fantasia.
Nulla inganna di piu’ della lontananza.
Il monaco vide che il suo bonsai stava perdendo forma, ma non riusciva piu’ a concentrarsi.
Un giorno decise di scendere a valle per vedere da vicino quella signorina.
Si apposto’ dietro una roccia.
E alla solita ora eccola arrivare.
Non ci poteva credere.
Quella signorina era una vecchietta sbilenca, il suo abito di lino era un saio rattoppato e sulle gambe c’erano cespugli di peli.
La osservo’ fino a che non scomparve.
Poi risali’ la montagna.
Arrivato davanti al bonsai rimase qualche minuto pensieroso, cercava di ricordarsi la vecchia forma perduta del piccolo albero.
Non se la ricordava.
Ricomincio’ con cura a tagliare i rami.
E mentre procedeva a tagliare il pensiero scomparve e divenne chiara l’antica forma.
Si dedico’ tutto il giorno alla pianta, piccoli tagli, minuscoli aggiustamenti.
Alla sera si allontano’ di tre passi dal suo lavoro per osservarlo.
Il bonsai aveva ritrovato la forma dimenticata e il monaco aveva ritrovato se stesso.
La mattina dopo alla solita ora passo’ la ragazza con l’abito di lino.
Il monaco sapeva che non era una ragazza e l’abito non era di lino.
Ma decise di immaginarla cosi’ come quando la intuiva da lontano , poteva permetterselo perche’ sapeva che non sarebbe piu’ sceso a valle per guardarla da vicino.