Cerco piccole cose

Cerco piccole cose

Cerco piccole cose.
Oggetti che raccontano storie.
Sono un collezionista di ricordi, li osservo da vicino per sentirne il respiro.
Li libero dalla polvere, li pulisco con cura e li espongo in attesa che i cacciatori di cose perdute mi chiedano:
“Quanto costa?”
“Secondo lei quanto costa il tempo?”
“E se non se ne conosce il prezzo come si fa a comperare?”
“Semplice, non si compra.”
Nella mia bancarella non c’è nulla in vendita, si può solo osservare, anche da molto vicino per sentirne il respiro.

Entro in libreria

Entro in libreria

Entro in libreria con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ne esco con un vecchio numero dell’uomo ragno.
Tornando verso casa incrocio una coppia che passeggia mano nella mano, non mi interessa che faccia hanno, il mio sguardo rimane fisso sulle due mani che si tengono una all’altra.
Sembra quasi che le due mani abbiano una vita propria, una mente propria, un amore proprio.
Potrei affermare che il giorno che i due si lasceranno le loro mani fuggiranno insieme lasciandoli monchi e solitari.
Diventare vecchi porta parecchi svantaggi e un solo vantaggio.
Tralascio i casini e vi dico il vantaggio.
Il vantaggio è che ci si sente meno partecipi alla recita, come se l’età comportasse un cambio di ruolo, si diventa comparse e si gode nel sentirsi liberi da ogni confronto.
Si osserva la gente vivere non più dal palco ma dal fondo della platea, con un piede dentro e la mano pronta a scostare la tenda che mostra l’uscita.
La poesia è nella non partecipazione.
Sentirsi come fantasmi che camminano verso casa, invisibili e intoccabili.
Aperta la porta risentirsi vivi grazie a due cagnolini che mi saltano attorno con una gioia che nessun fantasma potrebbe mai suscitare.
Entro in libreria, ogni volta con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ma la verità è che non ho ancora capito quale sia la domanda giusta da porre.
Buonanotte a voi e alle vostre bestie che vi danno prova di quanto siate ancora veramente vivi.

Apre gli occhi

Apre gli occhi

Apre gli occhi e vede sul soffitto delle strisce di luce che vanno e vengono anticipando di qualche attimo il suono di un motore.
Accade spesso ultimamente che si sveglia nel mezzo della notte e non riesca più a dormire.
Forse è perchè tra una settimana compirà 10 anni e l’idea di avere un età che occupa due numeri lo fa sentire felice ed irrequieto.
Quando si stufa di vedere le strisce di luce sul soffitto infila la testa sotto il cuscino e canta sottovoce la sigla di un telefilm che racconta la storia di un ragazzo che si è perso nella foresta ed è stato adottato da una tribù’ di selvaggi.
Poi sente un dolore sulla gamba e toccandosi avverte un gonfiore sopra la caviglia.
Quel maledetto della Terza C lo ha fatto apposta, l’avesse scartato si sarebbe trovato faccia a faccia col portiere ed invece gli ha dato un calcio approfittando del fatto che nessuno si era proposto volontario per fare l’arbitro.
Pero’ quel gonfiore un po’ gli piace, come gli piacciono quelle piccole cicatrici suo suo corpo che lo rendono meno bambino, non bastano gli anni per crescere, ci vogliono le cadute.
Lo imparò sentendolo dire qualche mese prima da un amico di suo padre che tornato da qualche viaggio in moto raccontava di una curva scivolosa su cui era caduto, e la prima cosa che fece rialzandosi non fu preoccuparsi delle sue condizioni ma della condizione della moto.
A proposito di moto ogni tanto le strisce sul soffitto sono più sfumate, e anche il rumore del motore è diverso, non sta passando una macchina, sta passando una moto.
Da grande ne vuole una.
La vuole color oro uguale a quel modellino che suo padre tiene in una vetrinata di vetro nel suo studio.
La va a spiare quando trova la porta aperta, la guarda come si guarda dentro un binocolo che punta sul futuro e si vede correre su una strada di cui non si vede la fine.
Poi qualcuno mi picchia sulla spalla.
Apro gli occhi e una ragazza con una divisa grigia mi chiede un biglietto.
Il biglietto…
Sono su un treno, stavo sognando.
Mi dia solo il tempo di capire in quale tempo sono e giuro che il biglietto ce l’ho…
credo.

Faccio parte

Faccio parte

Faccio parte di quel genere di persone che la sera guardandosi allo specchio si saluta e si chiede come sia andata la giornata.
E rispondendomi cerco di farmi forza facendo finta che il mal di schiena passerà, che domani avrò’ la forza di aggiustare alcune cose che non vanno e giuro al bambino che sta seduto sulla spalla che un giorno troverò un senso a questa storia e risolverò i suoi sensi di colpa.
Poi dopo essermi lavato i denti do un occhiata alla cucina che fa schifo, ci sono i piatti sporchi nel lavandino, la buccia dell’avocado sparsa accanto al piano cottura e le scatolette di cibo per cani abbandonate una sull’altra.
Domani migliorerò qualcosa di me.
Cercherò di spendere meno, magari fare piu’ ginnastica, coccolare di piu’ i miei cani e non incazzarmi più per questioni che sono al di fuori del mio controllo e certamente comincerò ad essere piu’ ordinato.
Lo penso ogni sera.
In un tentativo di migliorarmi che si scontra con la mia pigrizia e con la mia natura incapace di adeguarsi a regole fondamentali di convivenza con i miei simili.
Qualcuno di voi che è come me sa di cosa parlo.
Conosce quella voglia di essere migliori, sa come ci si sente a fissarsi negli occhi chiedendosi perchè non sei capace di fare una vita normale.
Normale.
La normalità mi assilla da sempre.
Non ero normale da piccolo.
Non lo sono diventato crescendo e quando morirò è quasi certo che le persone mi ricorderanno come quello “strano”.
Pero’ io ci provo lo stesso a dirvelo.
Io non sono sono strano.
Io sono solo confuso.
Cerco solo di capire come fare a far convivere quel desiderio di libertà e quella necessità di sopravvivenza.
Cerco solo di capire perchè la mediocrità venga premiata e sia costretto a confrontarmi con persone di successo che sono degli imbecilli integrali.
Vorrei una spiegazione all’ipocrisia, un libretto di istruzioni per la stronzaggine, e una via di fuga dall’umanità e dai suoi maestri spirituali.
Perchè io non ci credo.
Io non credo ai migliori che vincono.
Io credo ai migliori che non partecipano.
E la sera si ritrovano a guardarsi allo specchio mentre si lavano i denti chiedendosi se quelle rughe siano solo il segno del tempo che è passato o se sono l’alveo di mille fiumi inariditi dai sogni infranti.Faccio parte

Non vi dirò di essere bravi

Non vi dirò di essere bravi

Non vi dirò di essere bravi, non vi esorto a credere alla cazzata che dire “grazie” aiuta ad essere persone migliori, non vi consiglierò di abbracciare gli alberi, non vi spieghero’ come cambiare vita e tantomeno staro’ a perdere tempo nel tracciare linee sulla mappa che porta alla felicità.
Io non ci riesco a vendervi bottigliette miracolose che curano tutti i malanni esistenziali.
Non ci tengo a vedervi con un sorriso idiota stampato in bocca, mi sta sul cazzo chi ha fatto della sua vita la rappresentazione vivente di un antidolorifico.
Basta avere quel minimo di empatia e intelligenza per capire che non si può seppellire lo yin e girare tutti felici con uno yang nel taschino.
Solo i coglioni ci riescono, i coglioni e gli ignavi facendo un uso smodato di cinismo, ignoranza e ottimismo.
Vi direi di essere cattivi quando è necessario, del resto perché amare tanto i lupi se poi dei lupi non si ammira anche la crudeltà.
Vi direi di commuovervi di fronte a un ingiustizia e anche di incazzarvi perché incazzarsi a volte è l’unico diritto rimasto.
Vi direi che si puo’ viaggiare evitando di avere lo sguardo saccente del viaggiatore arrogante che non vede l’ora di salire sul piedistallo dell’oratore.
Vi direi di imparare a tirare pugni per spaccare la faccia a chi scrive articoli per insegnarti i cinque segreti per essere felice senza sapere un cazzo della tua vita, dei tuoi problemi e delle tue battaglie.

Tu

Tu

Tu dove stai andando?
Non lo so. E tu?
Non lo so.
Bene, visto che andiamo nello stesso posto potremmo fare il viaggio insieme.
E partimmo senza mai più tornare.

Dimmi cosa sai fare

Dimmi cosa sai fare

“Dimmi cosa sai fare.”
Mi chiese la bambina una sera che si guardava la televisione tutti insieme su un grande divano bianco.
Io rimasi un attimo in silenzio, poi la guardai e dissi.
“Cosa ti piacerebbe che io sapessi fare?”
Lei si alzo in piedi sul cuscino e nell’orecchio mi disse:
“Suonare qualche cosa per la mamma.”
“Lo so fare.” Risposi.
Ai tempi portavo sempre con me una piccola custodia di pelle all’interno della quale tenevo una preziosa armonica a bocca fatta di vetro.
La tirai fuori e cominciai a suonare qualcosa.
La mamma , che non aveva capito che io e la bimba stavamo organizzando qualcosa, si girò sorpresa e si mise a ridere.
E rise anche la bambina come di fronte ad un gioco di prestigio.
Sapete qual’è la cosa bella di tutta questa storia?
La cosa bella è che io non so suonare l’armonica e riflettendo sulla domanda della bambina: “Dimmi cosa sai fare?” mi viene da pensare che forse le raccontai una bugia spacciandomi per un suonatore.
O forse no.
Forse non dissi nessuna bugia, semplicemente non c’è nulla che non si è capaci di fare se non si ha paura di apparire ridicoli, principianti, approssimativi o incapaci.
Alla fine non conta quanto sei bravo, quello che conta è che funzioni, che il suono non faccia rimpiangere il silenzio e che la bambina si sia messa a ballare sul divano.