Mio padre aveva ragione.

Mio padre aveva ragione.

Mio padre aveva ragione.
Sono finito a suonare sulla strada per qualche dollaro.
Non possiedo un cazzo, nemmeno piu’ la speranza di dimostrare che aveva torto.
Ma ho capito una cosa.
Non c’è nessuna differenza tra me e Bob Dylan.
Nessuna differenza sostanziale.
Siamo entrambi composti da un 70% d’acqua, il resto sono proteine, lipidi, glucidi e sali minerali.
Umano io ed umano lui.
Il fatto che lui sia famoso non lo rende differente da me.
Forse ha una vita piu’ complicata e me ne dispiaccio ma per il resto sono sicuro che anche lui almeno una volta al giorno abbia bisogno di un bagno.
E se anche avesse un cesso con le maniglie d’oro questo non aiuterebbe in caso di stitichezza.
Suonare agli angoli della strada ti fa capire tante cose.
Ora so riconoscere da lontano chi mi butterà qualche dollaro nella custodia della mia chitarra e riconosco ancora meglio chi passerà guardando altrove per non incrociare il mio sguardo.
Lo sguardo di un artista di strada ti mette di fronte alla scelta se osservare la fisionomia di un fallimento o se continuare a credere che il fallimento non ti riguardi.
Qualunque sia la scelta ci sono momenti in cui persino io mi osservo e non posso fare a meno di chiedermi come abbia potuto coltivare sogni di gloria con una voce banale e una tecnica chitarristica nella norma.
Sai cosa frega?
Frega che uno pensa che basti l’intenzione.
Dimenticavo di sottolineare il fatto che mio padre era un violento alcolista e dopo aver passato una infanzia di merda mi sembrava il minimo che la vita mi ricambiasse con un minimo di celebrità.
Cazzate.
La cosa che mi pesa di piu’ è non riuscire a mantenere un figlio.
No, non ho un figlio.
Ma se lo avessi non riuscirei a mantenerlo, e questo mi crea un paradossale senso di colpa.
Neanche una donna.
Neanche una donna riuscirei a mantenere.
Quei pochi spiccioli che guadagno bastano a malapena a non farmi appassire.
Ecco la vera differenza tra me e Bob Dylan.
Non è in cio che siamo, ma in cio’ che possiamo permetterci.
Io posso permettermi solo la solitudine.
Che non è male se messa a paragone con una compagnia interessata.
In tutto questo la cosa piu’ divertente è che canto sempre la stessa canzone.
Raramente una persona mi passa davanti due volte, e se anche fosse se non danno un dollaro la prima volta non lo daranno nemmeno la seconda.
L’umano è prigioniero di se stesso piu’ di quanto non lo sia io della mia povertà.

In South Dakota

In South Dakota

Anni fa mi trovavo in South Dakota.
Ero a Pine Ridge, cittadina dove regna la poverta’ assoluta.
Mi trovavo da quelle parti per andare a visitare Wounded Knee, luogo dell’ultimo massacro di indiani avvenuto nel 1890.
Feci un salto anche sulla tomba di Nuvola rossa, grande capo Oglala.
Una mattina mi trovavo a fare colazione in uno squallido ristorante.
Il caffe’ era annacquato, i biscotti erano duri come la pietra, la donna indiana che mi serviva mi guardava come per dirmi: “Che cazzo fai tu qui?”
Accanto a me si siede un tizio con i capelli lunghi, bianchi, legati dietro.
Ordina un uovo strapazzato, poi si gira e mi guarda.
Lo saluto.
Lui mi saluta:
Yellow bird. Mi dice.
Guido. Rispondo.
E ride.
Io rallento nella mia colazione.
Arrivano le uova.
Rimaniamo seduti al bancone per un quarto d’ora.
Poi si volta e mi dice:
Ti piacciono gli indiani vero?
Si. Rispondo.
E cosa ti piace degli indiani? Chiede.
Mi piace la loro filosofia di vita.
La nostra filosofia di vita…. e sorride mostrando i pochi denti rimasti.
Sorrido anche io.
La vuoi conoscere una storia. Mi chiede.
Certo.
Allora vieni con me.

Mi chiede di seguirlo.
Usciamo dal ristorante (chiamarlo ristorante e’ troppo, ma non saprei come altro chiamarlo), lo seguo, arriviamo davanti a una vecchia Jeep scassata.
Vuoi fare un giro?
Un giro con Yellow Bird?
Avrei voluto dire di no, ma ho detto si.
Salgo sulla Jeep. Faceva un freddo cane. Yellow Bird prende dai sedili posteriori una coperta e me la passa.
Copriti, mi dice e sorride.
Usciamo da Pine Ridge, dopo venti minuti arriviamo alle Black Hills.
Parcheggia.
Andiamo.
A piedi? Gli chiedo.
Lui non risponde e sorride. Io lo seguo.
Dopo qualche minuto arriviamo di fronte a una vecchia roulotte.
Yellow Bird bussa alla porta.
Nessuno risponde.
Non c’è nessuno. Dico.
E’ dentro. Risponde sorridendo.
Bene.
Mi ha detto di sedermi. Lui si e’ seduto di fianco a me.
Dopo un quarto d’ora la porta si apre.
Esce un vecchietto con un paio di ray ban da sole.
La prima cosa che mi sono chiesto e’: ma quanti anni avra’?
E non ho saputo darmi una risposta.
Poteva averne sessanta come duecento.
White Plume. Dice Yellow Bird.
Poi guardando il vecchietto dice: Guido.
Poi altre parole in dialetto indiano.
Il vecchietto ride.
Hai delle sigarette? Mi chiede Yellow Bird.
Tiro fuori una sigaretta dal pacchetto.
Yellow Bird sorride, scrolla la testa, prende la sigaretta e me la infila tra l’orecchio e la testa poi prende l’intero pacchetto e lo passa a White Plume.
Il vecchietto ride e si inchina per ringraziarmi.
Poi fa segno di entrare.
Dentro c’è una confusione incredibile.
Una confusione di stronzate.
Bicchieri, taniche di aranciata, dreams cathers, penne, fogli di carta disegnati, portaceneri, cuscini colorati e una televisione che fa intravedere da un segnale pessimo un cartone animato.
White Plume mi fa segno con la mano di sedermi su una seggiola che secondo me se mi siedo si spacca.
Mi siedo.
Non si spacca.
Yellow Bird dice altre cose in una lingua sconosciuta al vecchietto.
Lui sorride.
White Plume mi guarda in silenzio per cinque minuti.
Non dice una parola. Sorride e basta.
Poi prende un bastone e me lo passa attorno come se disegnasse la silouetthe del mio corpo.
Poi prende della cenere e la lancia per aria.
Accende un ramoscello di qualche pianta che non conosco, ne esce del gran fumo che ci fa tossire tutti.
Sono avvolto da una specie di nebbia per qualche minuto, poi la nebbia si dissolve.
White Plume parla nella sua lingua e Yellow Bird traduce.

Oggi la gente cerca la conoscenza, non la saggezza.
La conoscenza è legata al passato, la saggezza appartiene al futuro.

Solo queste parole.
Poi inchina di nuovo la testa e sorride.
Yellow Bird mi fa segno di alzarmi.
White Plume ci accompagna alla porta.
Mentre andiamo verso la macchina White Plume rimane fermo sulla porta a guardarci.
Naturalmente sorride.
Arriviamo alla macchina.
E poi di nuovo a Pine Ridge.
Di fronte al ristorante Yellow Bird mi saluta, poi mi richiama indietro e mi dice:
Farai della strada oggi. Guida prudente c’è un luogo che ti aspetta, e quel luogo, qualunque sia, diventerebbe triste triste se non ti vedesse arrivare.

La saggezza appartiene al futuro.

Gente strana gli aborigeni.

Gente strana gli aborigeni.

Gente strana gli aborigeni.
Credo siano le persone piu’ scoglionate che abbia mai incontrato.
Quello che sono oggi è il resto in spiccioli del tesoro che erano prima.
Hanno un senso della puntualità praticamente nullo.
Molto meglio darsi un appuntamento verso l’alba o verso il tramonto sapendo che l’alba puo’ arrivare fino al pomeriggio e il tramonto puo’ durare fino a notte inoltrata.
Mi ha sorpreso la rudezza con cui gli uomini trattano le donne e i bambini con il perenne moccio al naso lasciati crescere nella piu’ completa anarchia.
Ho cercato di studiare le complicate regole burocratiche che regolano i rapporti fra le varie tribu’ e mi sono perso in un labirinto di usanze millenarie apparentemente senza senso.
Ho provato a lanciare il boomerang e non mi tornava indietro, ma poichè il boomerang serve per cacciare mi è stato spiegato che se torna indietro non è un buon segno.
Significa aver mancato la preda.
Non mi sono arrampicato sull’Uluru perchè lo considerano un sacrilegio e ho cenato con una lucertola cucinata sotto la sabbia.
Il giorno della partenza il mio amico pittore mi venne vicino e per lasciarmi un ricordo di se fece qualche puntino colorato sulla mia macchina impiegando dieci minuti a puntino.
Lo guardavo percorrere lentamente qualche centimetro di spazio con un pennello lasciando gocciolare la vernice come se il tempo non esistesse.
Provai a dirgli che avevo fretta.
Lui non capiva.
Mi sono seduto e lui si è seduto accanto a me.
Gli ho chiesto se aveva finito.
Lui mi chiese: Cosa significa finito?
Cosa significa finito?
Sono stato in silenzio senza sapere cosa dire.
Rimasi un giorno in piu’, non perchè avessi qualcosa da fare.
Rimasi perchè piu’ ci pensavo piu’ mi convincevo che non c’era nulla da finire.

Dixie Evans

Dixie Evans

Un cancello in mezzo al deserto.
Potrei aggirarlo ma non lo faccio.
Aspetto che qualcuno apra.
Se c’è ci deve essere un motivo.
Aspettiamo, io e Zoe.
Lei mi guarda perplessa, sembra sorridere.
Forse vuole chiedermi qualcosa ma non mi chiede nulla.
Rimane in silenzio, seduta su un masso, guardandosi attorno.
Si avvicina al cancello un asino, si ferma proprio dietro le sbarre di ferro e ci guarda.
L’asino se ne va.
Il silenzio del deserto ci avvolge, ed io sfrego le scarpe sulla terra per creare un qualche rumore che tolga l’imbarazzo di un attesa senza tempo.
Poi finalmente il cancello si apre.
Entriamo.
Un cartello sulla sinistra indica che siamo nell’Exotic World.
Camminiamo, la strada è lunga e finisce di fronte ad una vecchia casa di lamiere.
Sulla porta c’è Dixie.
-E’ Lei?-
-Si.-
-Personaggio strano.-
-Perché?-
-Non vedi come è vestita?-
-E’ una spogliarellista ed è vestita da spogliarellista.-
-Ma avrà settanta anni.-
-Ma non li dimostra.-
-Vuoi entrare?-
-Si. Vieni a vedere.-
Vestiti, lustrini, foto, sciarpe di boa, oggetti del mestiere. Una montagna di ricordi ammassati uno sull’altro.
Foto di ammiratori, uomini che sorridono con il sigaro fumante in bocca ed una espressione di vittoria che non è possibile esimersi dall’immaginare di quale battaglia.
Spille, collane, reggicalze, sottovesti, pantofole piumate, trucchi.
Un esplosione di seduzione ricoperta di polvere, come un occhio che si apre all’alba ancora truccato dalla notte prima.
Il trionfo del tempo sulla bellezza, si festeggia la precarietà del corpo invertendo ogni conclusione affrettata.
La precarietà rende possibile la celebrazione di ciò che è stato.
La bellezza è una farfalla, vive una stagione brevissima, ma il cacciatore l’ha catturata nel suo momento migliore.
Ed ora la espone sottovetro con uno spillo che le trapassa il corpo e la trattiene contro una piccola asse di legno appesa al muro della memoria.
-Tutto questo mi mette una tristezza infinita.- Dice Zoe.
-A me viene da ridere.-
-Cosa ci trovi di divertente?-
-Lei ci crede davvero.-
-Questo è triste.-
-E’ meraviglioso. Guardala. Sembra che il tempo si scontri con la sua mancanza di consapevolezza.-
-Ma alla fine vincerà.-
-Il tempo non vuole vincere alla fine del combattimento. E’ come un pugile che trae soddisfazione solo dal k.o. Ed invece Lei rimane in piedi. Pugno dopo pugno. Non da soddisfazione. E rimarrà li fino alla fine dell’ultimo round. Con un orgoglio che solo i combattenti veri possono avere. E il pareggio è trionfo per colui di cui si prevede una sconfitta sicura.-
-Lei vive qui.?-
-Si.-
-Da sola?-
-No. Insieme a Lui.-
Daniel. Ottanta anni. Doppiopetto. Perfettamente vestito come se si trovasse alla prima di qualche spettacolo importante.
Una scia di profumo che sembra poter diventare visibile come la scia di una lumaca.
La guarda innamorato come se fosse innamorato da sempre senza averla mai potuta amare davvero.
-Chi è?-
-Lui andava a vederla tutte le sere. Erano i primi anni degli anni cinquanta. Spendeva tutto cio’ che guadagnava per quel tavolo in prima fila. E non gli rimaneva nulla in tasca per passare dalla prima fila al camerino, e dal camerino alla camera da letto. Ma ha avuto pazienza. Ha aspettato anni, ha aspettato che tutti quelli che impazzivano per Dixie vedessero sfiorire la sua bellezza e si facessero da parte. E quando nessuno piu’ desiderava quella spogliarellista che assomigliava in maniera inquietante a Marilyn Monroe Lui si è fatto avanti con un mazzo di fiori e la sua pensione.-
-E Lei?-
-Lei lo ha lasciato di fronte al cancello per due settimane. Due settimane di trucco. Per poi presentarsi di fronte a Lui e chiamarlo come se l’avesse sempre aspettato.-
-E Lui non si accorse che Lei non era piu’ bella come una volta?-
-Daniel e’ cieco. Divento’ cieco in un incidente di lavoro con la fiamma ossidrica. La sua memoria visiva si è fermata in una notte di cinquant’anni anni fa. Per Lui Dixie è ancora la piu’ bella, e lo sarà sempre.-
– Solo un inganno puo’ sconfiggere il tempo.-
-Il tempo vive di inganni. Ripagarlo con la sua moneta fa parte delle regole non scritte di questo bizzarro gioco che è la vita. Quello che conta è che lui l’amerà per sempre e per sempre la crederà bellissima come la prima volta che la vide. E per una volta si fotta il potere distruttivo del tempo.-

Dixie Evans (born Mary Lee Evans; August 28, 1926 – August 3, 2013) was an American burlesque dancer and stripper.

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Benzinaio

Benzinaio

Quanta manca al prossimo benzinaio?
Mi si è accesa la spia.
Maledetta la mia abitudine ad aspettare sempre l’ultimo momento.
Poi sul fondo del rettilineo appare un insegna luminosa e per il sollievo schiaccio a tavoletta l’acceleratore correndo l’eccitante rischio di arrivare di fronte al benzinaio con l’ultimo goccia di benzina.
Una pulita al vetro, butto via tre bottiglie d’acqua, compro della carne affumicata e poi ci si rimette on the road.
Tutto cio’ che chiedo alla vita è di concedermi sempre un “altrove” da raggiungere a bordo di qualche mezzo meccanico.
Adoro i mezzi meccanici.

Tempo grigio a Lancaster

Tempo grigio a Lancaster

Tempo grigio a Lancaster e io mi sono perso sul campo di battaglia mentre cercavo fantasmi in vena di raccontare storie.
Davanti a me la carrozza mi invita a rallentare concedendomi il lusso di gustare il tempo come fosse l’ultimo bicchiere di un vino d’annata.
E’ strano come il viaggio inghiotta il presente e ti servi poi piccoli bocconi di ricordi da annusare con gli occhi chiusi nell’illusione di essere ancora li.