Va cosi’

Va cosi’

Va cosi’.
Che l’armonica si stacca dalla chitarra e decide di proseguire da sola per andare a cercare se stessa.
Mentre il tamburo la guarda triste andare via pensando che nonostante non avessero nulla in comune poteva essere una bella storia d’amore.
E l’ukulele, che fino a quel momento aveva vissuto con frustrazione il fatto inequivocabile di essere piccolo per sempre, provo’ un fremito d’orgoglio nel vedere che l’ultimo sguardo dell’armonica era stato dedicato a lui.
Quasi un invito a seguirla.
Che faccio? Vado o non vado?
Vado.
E prese la rincorsa per raggiungerla.
A sinistra vanno la chitarra e il tamburo e a destra si allontanano l’ukulele e l’armonica.
Io osservai la scena cercando di non farmi vedere.
Pensavo a tutti i compagni di viaggio persi lungo la strada.
Tutti strumenti di questa banda musicale che ha eseguito la colonna sonora della mia e della vostra vita.
Fino al giorno in cui ci ritroveremo a suonare un ultimo assolo con la speranza che meriti l’ascolto del vento e la stima del corvo che posatosi sulla cima del cartellone stradale si guarda intorno cercando di capire da dove venga.

Ma quanto ne sanno quelli che sanno

Ma quanto ne sanno quelli che sanno

Ma quanto ne sanno quelli che sanno.
Le loro certezze granitiche inducono alla tentazione di mandarli a fare in culo.
Immaginandoli nudi questi intellettuali assomigliano a rospi piu’ o meno panciuti con gambette mingherline e un enorme testa che da l’impressione di un incredibile intelligenza incapace di compensare il ribrezzo che provoca la loro vista.
Sono teatranti, scrittori, filosofi o giornalisti che seduti sugli sgabelli dei talk show quotidiani collezionano minuti di visibilità sperando di trasformarli in scopate.
Credono che dove non arriva l’uccello puo’ arrivare la cultura.
Mi dispiace ma non è cosi’.
Nessuna citazione ve lo allungherà, nessuna biografia imparata a memoria vi procurà un erezione a comando, e poi smettetela con gli intercalari,
“Come dire?”
“Dico bene?”
“Vi pare?
“Diciamo”
“Essenzialmente”
“E perchè no?”
“In conclusione”
“Per cosi dire”
Si capisce che state prendendo tempo, che dovete pensarci, perchè non avete il senso dell’istinto.
Non c’è nulla che sappiate fare senza pensarci.
Prigionieri di un filo logico senza il quale siete perduti.
Sto rivalutando coloro che ignorano per la loro capacità di fare ancora ipotesi senza la zavorra di una formazione intellettuale che comunque vada non è mai anarchica ma sempre prigioniera di pregiudizi.
Gli indiani americani delle pianura non conoscevano la scrittura, cio’ che sapevano lo imparavano ascoltando e vivendo.
Avevano una saggezza cosi’ profonda che nessun intellettuale contemporaneo potrà mai raggiungere.
Perchè alla fine in un mondo semplice basta sapere cose semplici.
E se il mondo è complicato lo è soltanto perchè a qualcuno fa comodo rendere difficili le cose facili per venderne poi le soluzioni.
E dal profondo del cuore, intellettuali, colti, conoscitori di tutte le date importanti, delle parole difficili, voi che vi siete presi la briga e di certo il disgusto di studiare tutti gli articoli della costituzione, a voi che avete molto da insegnare e nulla da raccontare, a voi vi mando sonoramente a fare in culo.

(le eccezioni hanno il merito di confermare la regola)

Non è una poesia

Non è una poesia

io scrivo e te leggi
io esisto e tu esisti
come se fosse facile
da capire
cosa significa
esistere
io scrivo
acqua
e tu la immagini
e se prendo una pietra e la butto nel pozzo
tu quanto tempo ci metti a sentirne il tuffo?
non so chi sei
ma so che sei stata piccola
e che un giorno sei inciampata
ti sei fatta male
e non sapevi se piangere
o provare a dimostrare che sapevi non piangere.
io qua
tu da qualche parte
la distanza è un ponte sospeso nel vuoto
basta non guardare in basso
e ricordarsi che basta toccarsi
per provare che si è cosi’ vivi
che non si potra mai dubitare di esserlo stati
e che nessuna fine è cosi’ forte
da poter cancellare
cio’ che è stato.

(non è una poesia, è che vado a capo quando cazzo mi pare)

Gente strana gli aborigeni.

Gente strana gli aborigeni.

Gente strana gli aborigeni.
Credo siano le persone piu’ scoglionate che abbia mai incontrato.
Quello che sono oggi è il resto in spiccioli del tesoro che erano prima.
Hanno un senso della puntualità praticamente nullo.
Molto meglio darsi un appuntamento verso l’alba o verso il tramonto sapendo che l’alba puo’ arrivare fino al pomeriggio e il tramonto puo’ durare fino a notte inoltrata.
Mi ha sorpreso la rudezza con cui gli uomini trattano le donne e i bambini con il perenne moccio al naso lasciati crescere nella piu’ completa anarchia.
Ho cercato di studiare le complicate regole burocratiche che regolano i rapporti fra le varie tribu’ e mi sono perso in un labirinto di usanze millenarie apparentemente senza senso.
Ho provato a lanciare il boomerang e non mi tornava indietro, ma poichè il boomerang serve per cacciare mi è stato spiegato che se torna indietro non è un buon segno.
Significa aver mancato la preda.
Non mi sono arrampicato sull’Uluru perchè lo considerano un sacrilegio e ho cenato con una lucertola cucinata sotto la sabbia.
Il giorno della partenza il mio amico pittore mi venne vicino e per lasciarmi un ricordo di se fece qualche puntino colorato sulla mia macchina impiegando dieci minuti a puntino.
Lo guardavo percorrere lentamente qualche centimetro di spazio con un pennello lasciando gocciolare la vernice come se il tempo non esistesse.
Provai a dirgli che avevo fretta.
Lui non capiva.
Mi sono seduto e lui si è seduto accanto a me.
Gli ho chiesto se aveva finito.
Lui mi chiese: Cosa significa finito?
Cosa significa finito?
Sono stato in silenzio senza sapere cosa dire.
Rimasi un giorno in piu’, non perchè avessi qualcosa da fare.
Rimasi perchè piu’ ci pensavo piu’ mi convincevo che non c’era nulla da finire.

Mettimi giù un piano di fuga

Mettimi giù un piano di fuga

Mettimi giu’ un piano di fuga, ma fatto bene.
Poi passami a prendere sotto la mia finestra, tranquillo so come scendere senza essere vista.
Porta qualcosa da mangiare e non scordarti una coperta.
La musica la porto io.
Tu porta una sveglia che bisogna tornare prima che si sveglino.
Non mi interessa andare lontano.
Basta che sia un luogo dove non si vedono case, e non si vedono strade e il cielo spunti dagli alberi.
Quando arrivi butta un piccolo rametto contro la mia finestra.
Ho detto un rametto non una pietra.
Che l’ultima svolta hai quasi svegliato mio padre e mia madre.
Smettila di chiedermi se ti voglio bene.
Se non ti volessi bene non scenderei dal secondo piano aggrappata a un albero malandato che se i miei mi beccano non esco piu’ di casa per un anno.
Ci vediamo stanotte.
Un ultima cosa…
Anzi no.
Niente di importante.
Ricordati invece di portare qualcosa che faccia luce che stanotte non c’è luna.

Alabama

Alabama

Era l’Alabama e faceva freddo.
C’era da arrivare dall’altra parte nonostante la neve.
Ogni sera si cambiava stanza ed ogni stanza aveva un odore, un colore, una porta e mille storie.
Mi sdraiavo sul letto vestito e si fissavo il muro cercando le ombre del tempo passato e del tempo che verrà.
Bastava credere ai fantasmi per ritrovarsi a parlare da soli chiedendosi quanta strada bisognava fare per sentirsi davvero arrivati a destinazione.
Una voce dentro ti rispondeva che non esiste una destinazione, si gira in circolo come indiani intorno a un fuoco.
E il fuoco siamo noi.
Fino a quando esausto ti appoggi sulle ginocchia e guardi il cielo esplodere di acqua e il fuoco si spegne.
I capelli si bagnano.
Le impronte diventano minuscole vasche di fango.
E la vita si perde in un rigagnolo che cerca il fiume.
Di tutto questo vivere ti rimane il mistero irrisolvibile di quale fiore crescerà bagnato dalle tue lacrime, dalle tue speranze, dalle tuo sconfitte e dai tuoi dubbi.
Era la stanza numero 51 e al mattino guardai fuori dalla finestra.
Nella notte era caduta la neve e sulla finestra c’erano gocce di ghiaccio che il freddo aveva salvato dal precipizio.
Presi la valigia e prima di uscire salutai l’ombra sul muro e lei mi rispose: arrivederci…
Fu la cosa che mi diede piu’ speranza nel pensare che il tempo avesse un andata e un ritorno, insomma, un senso.

L’innamoramento

L’innamoramento

L’innamoramento è una malattia che non prendo piu’ da parecchi anni e pensare che ho passato una notte sotto la pioggia e ho camminato in maniche corte sulla cima di una montagna e ho fatto persino un bagno in mare il giorno di Natale.
Ma niente, è come se fossi vaccinato.
Come se a furia di annegare avessi imparato a nuotare.
Come se a furia di sbattere avessi imparato a scansare.
Comunque sia non ci si puo’ fare niente.
Innamorarsi non è come togliersi un dente.
Ne toglierei anche uno sano per riprovare cosa si sente
quando la guardi e non capisci piu’ niente.
E invece non accade.
Pero’ mi ricordo cosa vuol dire restare ore ad aspettare di vederti arrivare
ricordo perfettamente quando i miei pensieri erano territori occupati dal tuo esercito di soldatini
ricordo che alzavo bandiera bianca
ricordo perfino il colore della stanza
era di un azzurro cielo che di notte diventava nero
e c’era il tuo corpo che come lo zucchero filato
si scioglieva sotto la lingua un attimo prima che mi avesse sfamato.
Ora che sono sempre in ottima salute un po’ mi manca la febbre che mi faceva stare male
di quel male che confina con il bene
mi manca chiederti di essere la mia medicina
e berti due volte al giorno per far passare il dolore.
Magari il prossimo inverno verrà tanta neve e mi ci tuffo dentro in mutande
poi staro’ in piedi con il petto verso la corrente
voglio vedere se non succede niente
al primo brivido che sento ti chiamo
tu vieni e vediamo se me lo sono preso sto maledetto virus
dell’innamoramento.
Pero’ se mi ammalo non te ne andare
vestiti da dottore e giochiamo a quel gioco
che chiamano amore
senza fare fatica
senza parole da dire
senza chiedersi dove va a finire
senza regali da fare
solo da stare ad aspettare
e vedere quanto ci si mette stavolta
a guarire.