Tutte le foto che vuoi

Tutte le foto che vuoi

Puoi mandarmi tutte le foto che vuoi.
Le tue tette, il tuo culo, o nuda come un verme.
Ma poi….
Quando ti chiedo di fotografarti il cervello, mi mandi la foto sfuocata di un orecchio.
Funzionasse cosi’, sarebbe facile.
Vederti mi piace.
Ma alla quindicesima foto del tuo ombelico mi sono rotto il cazzo.
Persino il tuo seno perfetto mi annoia alla dodicesima volta che me lo mandi..
Per questo vuoi che passiamo alle telefonate.
Vuoi sapere dove mi trovo?
Se sono sul letto?
Nudo?
Io ti dico di si e invece sto facendo cuocere delle polpette di pollo al curry.
Tu immagina, se hai bisogno di stimoli posso darteli mentre aggiungo del sale nella padella, riesco persino a sembrare eccitato mentre tiro fuori dal frigo del gelato avanzato dal giorno prima e lo finisco a cucchiate sentendoti ansimare.
Bel gioco.
Ma alla lunga…che palle….
Non posso distogliermi dalla mia fisicità.
Devo toccare, annusare, assaggiare, ma sopratutto
sopra tutto
ho bisogno di guardare i tuoi occhi che si muovono
non fissi, bloccati in un istante lungo 1/125 di secondo che sembrano quelli di un pesce sul bancone di una pescheria.
Ho bisogno di vedere cosa guardano, come guardano, come si abbassano, come si intimidiscono e come si eccitano.
Tu vuoi giocare a fare la misteriosa?
A me il mistero annoia.
Non mi piacciono le porte chiuse, le strade bloccate, le scatole sigillate e i luoghi inaccessibili.
Sono un viaggiatore e non posso godere nel vedere un panorama in fotografia.
Ci devo essere.
Ci devo essere sul tuo corpo.
Come se ci volassi sopra.
Ci devo passeggiare sopra,con le dita e con lo sguardo, come un esploratore in mezzo alla foresta pronto a meravigliarsi ad ogni passo.
Certo.
Tu puoi mandarmi tutte le foto che vuoi.
Come fosse un catalogo di viaggio o la brochure di una crociera, ma se non capisci che a me piace viaggiare davvero.
Se non lo capisci allora significa che di me non hai capito un cazzo.
Ed è per questo che se ti chiedo di mandarmi la foto del tuo cervello mi mandi la foto sfuocata del tuo orecchio.
E poi mi scrivi:
scusa ma non è riuscita bene, e forse avrei dovuto mettere un orecchino così veniva più bella.
Intanto io mangio le mie polpette al curry e non riesco a trattenere uno sbadiglio.

Quando si è nella merda

Quando si è nella merda

Quando si è nella merda si cerca di uscirne usando anche la fantasia.
Accadde anni fa che non sapendo dove andare a sbattere per trovare qualche soldo provai a fare la statua di un lupo albino.
L’avevo vista fare sulla terza strada di santa Monica e decisi di provarci.
Nessuno mi avrebbe riconosciuto.
Nessuno si sarebbe chiesto come avessi fatto a cadere cosi’ in basso.
Di quel periodo rimane un racconto, questo:

Bianco, con questa merda di trucco che mi spacca la pelle e le palle.
Un lupo immobile nel centro di Milano.
Con i bambini che mi tirano l’orlo del vestito, i genitori che dicono ai figli: “Dagli cento lire, dai, dagli cento lire e vedrai che si muove.”
Ma io per cento lire con il cazzo che mi muovo, sto immobile e guardo la faccia delusa di padri e figli.
Lo so che stare immobili è la cosa peggiore, ma un pò di dignità ce la devo avere, altrimenti non avrei scelto il lupo come travestimento.
So cosa si chiede la gente.
“Ma come fa a stare così fermo.”
Ed allora mi guardano gli occhi per vedere se sbatto le palpebre.
Ed io le sbatto, anche se potrei non sbatterle, le sbatto, devono sapere che c’è un essere umano su questo piedistallo.
Magari si rendono conto che ho fame ed invece di darmi cento lire me ne danno diecimila.
Riesco a non pensare.
Dimentico me stesso e tutto ciò che è attaccato a me stesso.
Questa bambina è bellissima, dolcissima, e non mi tira il vestito.
Mi fissa con uno sguardo così bello che mi muovo anche gratis.
Mi muovo e sorrido, uno strappo alla regola, i lupi non sorridono, ma per questa bambina sorrido con gli occhi, con le labbra e con l’anima.
Trasformo il suono delle monete in panini imbottiti.
I panini meravigliosi del panino giusto, quattro centimetri di prosciutto, formaggio e salsa piccante.
La bambina dagli occhi dolci continua a fissarmi, sono imbarazzato, la mamma cerca di portarla via ma Lei non se ne vuole andare.
Mi fissa negli occhi.
Cosa sta vedendo?
Cosa ha visto sotto il trucco.
Ha visto me, il mio passato, i miei sogni, la mia famiglia, le mie fughe, la sopravvivenza.
Ha visto una delle innumerevoli possibilità a cui va incontro l’uomo.
Ha visto l’anima del lupo, ed era convinta fino ad oggi che i lupi non avessero anima.
Bambina vai via. Ti prego.
Non guardarmi troppo.
Non entrarmi dentro.
Non struccarmi.
Fuggo da me stesso.
Non riportarmi indietro.
Meno male…però che peccato.
Non c’è più, trascinata via per un braccio dalla mamma.
Chi l’avrebbe detto.
Si formulano possibilità per il proprio futuro, e nonostante i bruciori di stomaco, le gastriti, ed il nervosismo ero convinto ce l’avrei fatta ad azzeccare un affare.
Bastava che mi andasse bene una sola volta ed era fatta.
Una sola delle molte volte che mi sono giocato il futuro puntando su un progetto, un idea.
La gente dice che sono una persona geniale ma incapace di gestire le mie possibilità.
Non ho mia capito cosa volesse dire, ma qualcosa deve pur dire se oggi mi ritrovo quà.
Il tempo.
Chi sa realmente cosè il tempo.
Ne ho sentite troppe di storie riguardo a questo argomento.
Ed il tempo era l’unica cosa di cui avevo veramente paura prima di cominciare questo lavoro.
Scorre sulla pelle come una goccia d’acqua, dalla testa ai piedi, percorrendo strade imprevedibili, un fastidio leggero, il senso di qualcosa addosso che non si può rimuovere.
Una carezza fastidiosa che è impossibile ignorare.
Su questo piedistallo non si fugge.
Il tempo mi stringe le caviglie dei piedi, è il freddo del metallo attorno ai polsi, è qualcosa che passa che sembra non passare mai.
Un controsenso in cui è facile sprofondare, affogare, perdersi.
Ed allora guardo.
Tutto ciò che si muove, tutto ciò che può essere guardato.
Il tempo crudelmente uccide, ancor più ferocemente ti fa sopravvivere.
Quando sei una statua immobile con un cuore che corre.

Cazzo, fica, culo e tette

Cazzo, fica, culo e tette

Cazzo, fica, culo, tette.
Ripetevo fra me e me, mentre mia madre mi teneva la manina e mi portava in giro per Genova.
Avevo circa otto anni ed è questo il ricordo della mia prima trasgressione.
Trasgressione silenziosa, una litania che sussurravo come una formula magica nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto nel disubbidire all’imperativo di non dire parolacce.
Non accadeva nulla, se sei bravo a disubbidire non accade nulla.
A Messa, quando il prete diceva di scambiarsi un segno di pace io me ne stavo con le mani in tasca, e al segno di pace rispondevo col muso.
Odiavo quell’imperativo, non mi è mai piaciuto toccare gli sconosciuti e non me ne fregava nulla se ad imporlo era un cazzo di prete.
Non scambiavo segni di pace con vecchietti che avevano mani rugose e viscide.
Poi trasgredire diventò un abitudine.
Più i rischi aumentavano più la trasgressione diventava irresistibile.
L’atto del trasgredire, dell’andare oltre i limiti consentiti, violare una norma, un ordine, una legge era il gioco più bello che avessero mai inventato.
Ripensandoci oggi poteva benissimo essere scambiato per masochismo, mio padre menava di brutto, a scuola si incazzavano di brutto, i professori erano predisposti a fare la spia e anche i genitori degli amici rappresentavano un nemico di cui non fidarsi.
C’era sempre il pericolo che qualcuno si incazzasse.
Perchè a quei tempi l’incazzatura era una cosa seria.
Mica facevano finta.
Se decidevi di dichiarare guerra potevi rimetterci le penne.
C’è chi la dichiarava cominciando a drogarsi.
Chi dandosi all’alcool.
Altri si davano alla velocità.
Ma più ti mettevi nella merda più ti sentivi vivo.
Sapete qual era lo scopo del gioco?
Sopravvivere.
Ed era tutto allenamento.
Allenamento alla vita.
Sarebbe servito tutto.
Le botte.
Le cadute.
I sogni infranti.
Gli amori finiti.
Le ubriacature.
La canna che ti fa collassare.
L’incidente in auto.
Tutto sarebbe servito a scoprire quell’attimo, quell’ultimo attimo disponibile per aprire il paracadute un attimo prima che sia troppo tardi.
Imparare a frenare in tempo.
Ad allontanarsi in tempo.
A non crederci prima che sia troppo tardi.
Eravamo bambini, ragazzi, che si mettevano alla prova spinti da un istinto di sopravvivenza che non può fare a meno del rischio per testarsi.
Se guardassimo oggi quei nostri occhi adolescenti vedremmo quel fuoco.
Il fuoco della rabbia che solo la consapevolezza ti può dare.
La consapevolezza che eravamo condannati ad entrare nel mondo dei grandi, quei grandi che odiavamo, quei grandi che non ci capivano, quei grandi che sembravano provare piacere nel distruggere i nostri sogni.
Sapevamo che saremmo diventati come loro e tutto ciò era cosi’ insopportabile che non potevamo fare altro che cercare di consumarci prima, prima di doverci giudicare con le stesse parole, le stesse regole di coloro contro cui stavamo combattendo.
Cazzo, fica, culo, tette.
Lo so, lo so che le parolacce non si possono dire.
Ma se le hanno inventate un motivo ci sarà.
A otto anni quel motivo mi era perfettamente chiaro.
Oggi quando mi sembra di non ricordarlo ripeto fra di me
Cazzo, fica, culo, tette
e tutto mi torna in mente.
Datemi un nemico da combattere ,un ideale da difendere, e una regola da trasgredire.
Solo rischiando di perdere si può sperare di vincere.

Omologazione

Omologazione

Non fumo piu’. Sigarette intendo. Ed è da quando ho smesso che non scrivo piu’. Ma quando scrivo ne ho bisogno. Ecco un problema del cazzo.
Ieri sera in negozio c’era un pienone di saggi sbandati, pseudo artisti di strada che ti raccontano la filosofia della loro vita, con l’intento di farla diventare la mia filosofia di vita.
Non li ascolto piu’.
In realtà li disprezzo, come si disprezza qualsiasi maestro improvvisato.
Non sono piu’ impressionabile dalle fughe di casa, dagli ideali di libertà, dalla mancanza dei denti canini, dai piedi scalzi, dagli amori finiti, dai genitori perduti, dalle botte prese o da quelle date.
Non sono piu’ impressionabile dalle stronzate notturne di qualche punk’a’bestia del cazzo.
Come potrei esserlo dopo aver scoperto che persino gli stilisti d’alta moda si ispirano a loro per le prossime collezioni.
Mi fanno pena i capelli rasta, i calzoni con il cavallo che spazza per terra, l’impressionante ammontare di braccialetti vari, gli orecchini che ti allargano le orecchie, i cani spulciosi, e quant’altro faccia parte del look di quella tribu’ del cazzo.
Ed è per questo che mi sono fatto un bel piercing al sopraciglio.
L’ho fatto perchè è bello scoprire che ti stanno sui coglioni proprio quelli a cui involontariamente tendi ad assomigliare.
E’ bello scoprirlo perchè significa che l’omologazione a cui vado incontro è un omologazione involontaria.
Mi piace il piercing e me lo faccio, ma porca puttana quanto mi stanno sui coglioni quelli che ce l’hanno.
Controsenso arrapante.

Nella città di Buffalo Bill

Nella città di Buffalo Bill

Nella città di Buffalo Bill c’era solo un vecchio Motel che aveva una stanza libera.
Era su quattro piani, e la mia stanza era naturalmente al quarto.
Scale, valigie e bestemmie unite ad un tramonto che portava all’orizzonte minacce di tempesta.
Prima di andare a dormire faccio un giro per il paese, cè solo un saloon aperto.
Al bancone due ragazze una alta e una piccolina che bevono Jack Daniel.
Mi guardano come si guarda l’arrivo del tendone del circo in città.
Ordino una Budwaiser, sorrido, ricambiano il sorriso.
La piccolina mi si avvicina e mi chiede da dove vengo.
E cosa ci fa un italiano da queste parti?
Vado a Yellowstone.
Tutti vanno a Yellowstone, ma nessuno si ferma a dormire a Cody.
A dire il vero trovare una camera è stata un impresa.
Colpa del Rodeo.
La ragazza alta si rivolge alla piccola: Exotic…fuck, he is exotic.
Cosa?
Chi sarebbe l’esotico, Io?
Ma se sono di Milano, la città meno esotica del mondo.
La piccolina ordina una birra, sostituisce la mia bottiglia vuota con la sua piena.
Dove dormi?
In un motel…aspetta…non mi viene in mente il nome…quello di mattoni rossi, in città.
La piccolina ha capito, sorride all’amica, è un posto di merda, mi dice.
Lo so, lo so, che è un posto di merda ma non costa un cazzo.
Ridono.
Vai con la terza birra, e loro finiscono la bottiglia di Jack Daniel.
E’ tardi.
Sono le undici e mezza, da queste parti è notte fonda.
Possiamo accompagnarti?
E me lo chiedete?
L’Hotel è a cento metri dal Saloon, cento secondi dopo mi ritrovo in stanza con due cowgirl che ridono e non capisco il perchè.
Beh a questo punto la cosa migliore è fare cio’ che avrei fatto comunque.
Mi spoglio e mi infilo nel letto.
E loro ridono.
Possiamo??? Mi chiedono.
Potete cosa?
Possiamo venire anche noi?
Non rispondo, mi sposto nella parte sinistra del letto e faccio segno di accomodarsi.
E via gli stivali, i jeans, i calzettoni, le t-shirt e due giacche di pelle.
Tutti sotto.
Sotto la tenda a giocare.
La cosa che funzionava era che io trovavo esotiche loro, e loro trovavano esotico me.
Essere stranieri uno per l’altra è un trucco che funziona, facciamo che tu mi racconti di te e noi ti raccontiamo di noi.
Mentre si scopa sotto una tenda traballante, con piedi che cercano l’ultimo lembo di lenzuolo e lo acchiappano per trovare rifugio.
Con odori diversi che messi tutti insieme danno l’idea della stiva di una barca colma di merci provenienti da porti diversi.
Con porcate dette in lingue straniere che fanno ridere anche se non si capisce che cazzo vogliano dire.
Il tutto come se fosse un sogno in una notte che minaccia tempesta nella città di Buffalo Bill, sotto un tendone del circo dove si esibiscono un principiante domatore di se stesso e due equilibriste esperte in volo acrobatico sulla noia.

Facciamo finta che io ti ami

Facciamo finta che io ti ami

Facciamo finta che io ti ami.
Come sarebbe la nostra vita?
Imprigionata in questo amore che non prevede invasioni, io e te seduti a tavola a chiederci le solite cose.
Te che mi chiedi dove ho messo il sale io che non uso più sale da quando il medico mi ha detto che fa male alla mia pressione.
Il tuo spazzolino che sbatte contro il mio, i tuoi capelli nel lavandino, e piscio seduto per educazione mentre tu bussi perché hai bisogno di entrare, hai sonno e vuoi andare a dormire.
Amore, facciamo finta che sia amore, ci si addormenta con la televisione, sai che non ricordo se ti dico buonanotte, o se semplicemente mi giro e guardo il comodino azzurro di cui conosco ormai ogni crepa e ogni sfumatura.
E nessuno ha il coraggio di dire nulla.
Non so se anche tu conti i mesi.
Io si.
Sono più di tre mesi che non ci accarezziamo.
E si inventano scuse sempre meno fantasiose.
Prima ci voleva qualcosa di grave, un atroce mal di schiena o una stanchezza debilitante ora basta un mal di testa per creare un alibi all’indifferenza.
Ma siamo innamorati.
Innamorati di qualcosa che non sappiamo.
Se ti guardo mi prende una tenerezza infinita.
Ti voglio cosi’ bene che darei la vita per te.
Ma fa male ricordare quando partivo da Bologna di notte per raggiungerti a Milano solo per baciarti e fare l’amore, e poi ripartire guidando fino all’alba accompagnato da quella felicità che aveva il tuo odore e il tuo sapore.
Facciamo finta che io ti ami ancora.
Recitiamo la parte ancorati al ricordo di quella passione che a pensarci ora è cosi’ lontana che si fa fatica a crederci che non potevamo restare chiusi in una stanza senza trovare un qualsiasi modo per chiuderci dentro.
E me ne fregavo di quello che sentivano di fuori.
Prima di addormentarti mi chiedi se sono felice.
Io ti dico di si.
Anch’io. Mi rispondi.
Ma della felicità ormai non sappiamo più nulla.
Perché se avessimo il coraggio di ricordare quanto era bello amarci per davvero non saremmo vittime di un cinico egoismo che ci lega in nome di un abitudine e di un ricordo.
Non siamo felici.
Siamo due infelicità che si giustificano a vicenda, la paura di perderci è cosi’ grande da non farci capire che ci siamo già persi.
E facciamo finta che io ti ami.
Tanto tutti gli amori finiscono cosi’.
Meglio abituarsi alla fine che affrontare l’illusione di un nuovo inizio.

La macchina

La macchina

Se si diventa consapevoli della macchina che siamo diventa molto piu’ difficile animarsi, nel senso di darsi un anima che ci conceda una speranza di vita eterna.
Quando ti ritrovi davanti alla coppa del cesso e svuoti la tua vescica è molto meglio fare finta di nulla e non soffermarsi sulla meccanica del corpo che porta quello che bevi ad essere in parte assimilato e in parte espulso.
Fai quello che devi fare, poi lo rimetti dentro i calzoni, come se ti trovassi all’interno di una parentesi materiale in un testo metafisico che ha lo scopo di renderci degni di qualcosa di più che un semplice passaggio sulla terra.
Ma se prima di uscire dal cesso per tornare a recitare la tua parte nel mondo, ci pensi, tu con quel coso in mano, con questa faccia che sta cominciando ad invecchiare e un senso di stanchezza ormai diventato cronico allora non puoi fare a meno di cercare di convincerti che tu sei molto di più di un uomo di mezza età con un uccello in mano che ha appena scaricato i liquidi superflui.
Sei molto di più di un organismo che ingerisce cibi, che li digerisce, che li assorbe e che li espelle.
E se è maledettamente vero che senza farlo finiresti di esistere io sono sicuro, devo esserlo, che non siamo solamente un motore a cui fare il pieno.
La mia sicurezza viene dalla mia immobilità di fronte allo specchio del bagno, nudo, con il corpo appena lavato e gli occhi che si guardano come il pilota guarda la sua auto da corsa.
Mi guardo e mi sento ancora pronto per salire a bordo e guidare, affrontare le curve a trecento all’ora, e andare cosi’ forte che nemmeno io riesco a raggiungermi.
Non ho mai visto un motore consapevole di una perdita d’olio, non c’è carrozzeria capace di riparare da sola un graffio, e nessuna lampadina bruciata si aggiusta per intervento divino.
No, io non sono la macchina, io sono quello che lo tira fuori, e che mira al centro del cesso per non farla fuori dal vaso.
Io sono il pilota che una volta distrutta l’auto tornerà a casa a piedi facendo l’autostop sull’autostrada che porta in quel meraviglioso paradiso chiamato inferno.