Sfioro la polvere

Sfioro la polvere

Sfioro la polvere quando il tempo è secco.
Sfioro il fango se piove.
Ma ci sono abituato.
Nei bar mi siedo sotto il tavolo e lascio che il tempo passi guardando le scarpe degli uomini.
Visto dal basso il mondo sembra piu’ grande e minaccioso.
Per questo il coraggio di un uomo supera raramente il coraggio di un cane.
Ieri stavamo passeggiando in un enorme libreria e la prima cosa che mi viene in mente di fronte a un libro è di rosicchiarne gli angoli.
Lui invece gira nervoso tra gli scaffali a caccia di qualcosa che non trova mai.
So cosa cerca.
Cerca qualcosa di vero.
Una frase, un discorso, una storia che gli risolva uno dei tanti misteri della vita.
La differenza tra me e lui è nelle domande che ci poniamo.
Io mi chiedo quando si mangia.
Lui si chiede che significato ha vivere.
Io mi chiedo quando andiamo a fare un giro.
Lui si chiede dove finisce il tempo passato.
Io mi chiedo che odore avrà quella femmina.
Lui si chiede che odore avrà quella femmina.
Vi racconto un suo segreto.
Quando è solo sta bene.
Ma quando rimane solo non sta bene.
La sottile differenza fra una condizione che si sceglie ed una che si subisce.
Per questo a volte non vuole vedere nessuno.
Sa che la compagnia crea dipendenza e poi tornare a viaggiare in solitaria diventa difficile.
Io faccio la mia parte, la mattina giochiamo, la sera mi parla, e durante il giorno lo seguo, ma assieme condividiamo la solitudine e non la vinciamo.
Oggi si è messo la maglietta al contrario.
Al bar la gente lo guardava strano, io volevo avvertirlo che aveva l’etichetta visibile sotto il mento ma non sapevo come fare.
Alcuni gli ridevano dietro.
La mattina nel buio dell’alba e non fa mai caso al verso delle cose, che siano magliette calze e persino scarpe.
Cerca di tenersi aggrappato ad una gestione della vita ordinata ma più il tempo passa piu’ diventa selvatico.
Non sono io che tendo ad assomigliare a lui, ma lui che tende ad assomigliare a me.
Due cani che tendono al randagismo per evitare il contagio della civiltà.
A Los Angeles piove e siamo felici.
Sono quattro gocce ma dopo un mese di caldo e sole ci voleva.
Seduto fuori ha chiuso l’ombrellone e si è lasciato bagnare mentre io sotto la sedia cercavo di ripararmi.
Ho sentito i suoi ricordi andare a quel giorno quando aveva diciassette anni e dormiva sotto una pianta in un giardino vicino al mare e comincio’ a piovere.
E l’acqua lo sveglio’.
Cercò riparo in una macchina dimenticata aperta, ma non riusciva a dormire per la paura che lo scoprissero e rimase tutta la notte ad ascoltare le gocce battere sul vetro.
Solo senza la compagnia di nessuna tecnologia fu costretto a pensare cosi’ tanto che gli sembro’ di non riuscire a pensare più ritrovandosi alla deriva in un oceano in tempesta con l’unico privilegio di aver scoperto che pregare dio è da stronzi.
Dio se ne fotte.
E se decidi di amarlo lo ami proprio perché è cosi’ stronzo da risultare irresistibile.
Riguardo a me io non so nemmeno cosa sia dio.
Pensandoci bene una volta in un sogno ho immaginato di essere il cane più grande e feroce del mondo e sotto di me c’erano milioni di cani che imploravano il mio perdono.
E per un attimo pensai che dio ero io.

Io non sono buon e nemmeno cattivo

Io non sono buon e nemmeno cattivo

Io non sono buono e non sono nemmeno cattivo.
Io posso essere buono e posso essere cattivo.
Dipende.
Per quanto mi sia difficile difendermi da chi è più grande di me non rinuncio a chiedere rispetto.
E nel caso sono pronto a fuggire, ma non prima di averti morso un orecchio.
E mi piacciono i fiori.
Anche quelli senza odore e mi piacciono nonostante veda i colori in maniera sbiadita e confusa.
Oggi entrando da Starbucks ho visto una decina di umani seduti in circolo a parlare, parole che si accavallavano, volti che cercavano di rendere credibile ciò che la bocca diceva, ognuno aveva la sua opinione e chissà chi aveva ragione.
O se qualcuno aveva ragione.
Sono felice di non parlare.
Avrei paura di essere imprigionato nelle opinioni, intrappolato nel tentativo di convincere.
Io non parlo e tutto ciò che so lo posso condividere solo con lo sguardo e con i gesti.
Posso convincerti a seguirmi col movimento di una zampa e ad amarmi con uno sguardo.
E quando lui mi chiede come sto a me basta aver fame per convincerlo di stare bene.
Del suo linguaggio conosco le parole essenziali.
Fermo.
No!
Vieni qui.
e poi la mia parola preferita:
Andiamo.
Andiamo ha un bellissimo suono, ed è magica.
Apre tutte le porte fino a farmi ritrovare fuori, e io amo andare fuori.
Per quanto addomesticato nessun cane ama i muri, i muri non fanno parte della nostra storia.
All’aperto.
Se sapessi parlare “aperto” sarebbe una delle mie parole preferite.
Parola che gli umani usano per definire barattoli e negozi e ne hanno dimenticato il significato spaziale.
La libertà di muoversi senza confini.
Lo sguardo che non incontra ostacoli.
Un estensione senza limiti dove poter correre fino allo sfinimento.
Non sono un cane filosofo.
Sono un cane che pensa e che trasmette i suoi pensieri al suo compagno di viaggio.
E non crediate che lui sia sempre d’accordo con me.
A volte mi guarda e sembra volermi dire:
Jackson ma questo pensiero da dove ti è venuto?
Ma non volendo porre alcuna censura ai pensieri di un cane si limita a scrivere facendo una smorfia come se non capisse.
Tornando ai fiori.
L’altro giorno al parco del Golden Gate ho corso e saltato come un matto, sono finito sotto il getto d’acqua di un annaffiatoio, ho sbattuto contro un salice e mi sono spaventato di fronte a un giglio che aveva i colori di una pantera.
Avevo le zampe nere di fango ed ero felice.
Noi animali abbiamo la fortuna di saper riconoscere i luoghi che ci garantiscono la migliore qualità della vita.
E siamo cosi’ intelligenti da non distruggere il nostro habitat ideale.
Certo se mi leggete un libro per me sono solo suoni senza significato, ma se vedo un fiore mi emoziono come se fosse la più bella poesia che nessun poeta riuscirà mai a scrivere.

Si dorme sulla Union

Si dorme sulla Union

Da due sere dormiamo sulla Union a San Francisco.
Strada piena di locali e bar.
Ci sono un sacco di cose che accadono fuori dal finestrino.
Ho visto passare ragazze vestite da zombie, un uomo con la testa da dinosauro e un bambino con una gabbia in mano che all’interno teneva un cuore pulsante.
Lui è felice.
Nel casino riesce a dormire meglio.
Quello che non ama è addormentarsi nel silenzio.
Non ama riempire gli spazi vuoti.
Non vuole lasciare spazio alle voci che provengono dall’interno, preferisce concentrarsi sui rumori del mondo.
Io non giudico.
Non conosco i motivi e mi godo il panorama di questa strada piena di pazzi.
Mi addormento con mezzo muso fuori dal finestrino sentendo l’aria di San Francisco che mi pizzica il naso.
Sogno.
Corro accanto al mare avvolto dalla nebbia.
Attorno a me ci sono mille castelli di sabbia.
Il gioco è sfiorarli col pelo senza distruggerli.
Magari saltarli.
Ma lasciarli intatti.
Riesco quasi a farcela fino a quando la coda non si scontra contro una torretta e la fa crollare.
E’ il segnale che la missione è finalmente fallita e mi posso scatenare nel distruggere tutti i castelli.
E mi rotolo su pontili, prendo a zampate le mura ed entro come un ariete impazzito in ogni fortezza distruggendola.
Fino a quando senza più forze mi accuccio all’ombra di una siepe e guardo soddisfatto la distruzione.
Mi sveglio.
Sono distrutto dalla fatica.
Lui è sveglio, sta leggendo un libro e sottolinea alcune righe.
Poi lo chiude, si sdraia e come fa sempre mi acchiappa, mi stringe accanto a lui lasciandomi solo il muso fuori dalla coperta.
Mi accarezza il pelo cercando qualche nodo da sciogliere.
Fino a quando gli occhi gli si chiudono, le dita si fermano e rimango solo io a sorvegliare il mondo che ci scorre a fianco dandoci l’illusione che ci stiamo muovendo pur essendo immobili.

L’amore sa di sapone

L’amore sa di sapone

L’amore sa di sapone.
Mi è venuto in mente quando la ragazza si è avvicinata al mio muso per accarezzarmi e io ho annusato l’aria attorno a lei inebriandomi di quel sapore di pulito.
Ha un paio di jeans sbiaditi con risvolti che ne mostrano le caviglie un paio di scarpe da ginnastica blu, una t-shirt bianca e occhi a mandorla.
Mi sono girato a guardarlo e ho visto i suoi occhi guardarla con ammirazione, e per quanto il suo olfatto non sia paragonabile al mio, ho visto che anche lui annusava l’aria come se sapesse di fiori.
Io odio le complicazioni, cose tipo i paletti lungo strada dove si attorcigliano i guinzagli, non ho compreso ancora a cosa servano i semafori e ho difficoltà a capire cosa si possa mangiare e cosa potrebbe farmi male.
Pero’ ho imparato a riconoscere gli sguardi e conosco le intenzioni di chiunque si avvicini.
Lei vuole sentire quanto è morbido il mio pelo.
E io allungo il muso per farmi accarezzare sulla fronte.
Poi lei chiede:
E’ un pooddle?
E lui risponde sempre allo stesso modo:
Si, è un pooddle giamaicano.
E lei sorride.
Il mio pelo fa molto reggae, lui non ha nessuna intenzione di farmelo spuntare e io ne vado orgoglioso perchè a differenza di tutti quei cagnolini tosati che sembrano giocattoli io si vede che sono piccolo ma selvaggio.
Tornando a quell’odore di sapone non riesco a togliermelo dal naso.
E nemmeno lui.
Accade che quando non credi più in nulla arrivi un odore a farti viaggiare nel tempo e a ricordarti che c’è stato un momento in cui hai affondato il muso nel collo di una femmina e hai annusato cosi’ tanto amore da uscirne felicemente ubriaco.
Prima che il tempo affondasse la sua vanga nel terreno per seppellire i tuoi sogni.
Prima che il tempo battesse le mani facendo fuggire tutte le farfalle dal tuo stomaco.
Prima che il tempo ti sbattesse in faccia la sua versione delle cose mettendoti a conoscenza di ogni trucco che sta dietro ogni magia.
Avrei potuto essere il cane di una vecchietta malinconica e romantica, che passava tutto il giorno a leggere romanzi sentimentali rimpiangendo quell’unico amore della sua vita che se andò un giorno senza mai ritornare.
Ed invece viaggio in compagnia di un uomo che ha la pelle che sembra la suola di una scarpa che ha calpestato tante pietre da diventare callosa e insensibile al dolore e al piacere.
Solo di fronte all’odore di quel sapone,che è facile immaginare scorrere sulla pelle bianca di quella donna, l’ho visto cedere ai ricordi ed aggrapparsi al presente per non cadere nella tentazione di crederci ancora.

Fidarsi

Fidarsi

Fidarsi.
E affidarsi.
Non è mai una cosa semplice.
Io riesco ancora a farlo con lui.
Lui riesce ancora a farlo con me.
Per il resto diffidiamo.
Non è colpa nostra.
E’ che il mondo ci ha insegnato che il fiume più tranquillo può riempirsi in un istante ed esondare travolgendo tutta l’aspettativa che avevi messo nel suo scorrere tranquillo.
Vivere diffidando è dura ma è anche una forma di rispetto verso i nostri segreti.
Gli altri.
O fanno parte del branco o sono potenziali nemici.
E i nemici sorridono sempre, sopratutto quando hanno fame e sanno che tu hai del cibo con te.
Il cinismo è la capacità di non farsi coinvolgere dalle apparenze, non rischiare di lasciarsi travolgere dal pericolo spinti dal desiderio di sentirci salvati.
La vita non è poesia.
E’ narrativa.
Storie che si ripetono e non insegnano nulla.
L’uomo è troppo preso dal personaggio del protagonista per accorgersi di essere soltanto una comparsa.
Stanotte non ha dormito e io sono stato sveglio con lui.
Discuteva con qualcuno.
C’era dell’amarezza nella sua voce. E l’amarezza toglie il sonno.
L’amarezza è la scoperta del trucco che distrugge l’illusione.
La conferma che la diffidenza aveva un senso.
Il ritrovarsi ancora una volta di fronte alla solita storia in cui dopo aver porto una mano ti ritrovi senza un dito.
Quando ha smesso di discutere si è sdraiato accanto a me cercando finalmente di prendere sonno e prima di chiudere gli occhi mi ha detto:
“Jackson io non so se sono un buon compagno di viaggio ma ti giuro che non prenderò mai strade che possano mettere a rischio la tua vita. Il motivo per cui io mi fido di te e tu devi fidarti di me è che noi due siamo le due gambe, le due braccia e i due occhi di un corpo unico chiamato amicizia. Io sono un uomo e tu un cane, insieme siamo una storia che senza di noi non esisterebbe. Buonanotte.”
Lui si è addormentato e io sono andato accanto al finestrino e come faccio sempre ho ringhiato alle ombre che spesso sono la parte percepibile di qualcosa di più pericoloso.

Stanotte ho dormito benissimo

Stanotte ho dormito benissimo

Gli umani si portano dietro le loro storie mano nella mano e a loro chiedono che strada prendere.
Per questo capita che una donna mi obblighi ad uscire dal bar perchè ha paura di quelli come me.
Nonostante io la guardi con i miei occhi che tutto hanno meno che cattiveria, nonostante io sia alto come un barattolo e scodinzoli a chiunque mi si avvicini.
Io esco perchè so che lui non ama discutere, ma mentre esco mi guardo indietro e guardo lei che tutta soddisfatta pensa di aver vinto la sua battaglia.
Gli umani giudicano per genere, si affidano all’istinto senza mai averlo affinato in nessuna foresta, preferiscono evitare ogni rischio lasciandosi proteggere da un razzismo generalizzato verso opinioni, colori, indumenti e suoni.
Prima di accarezzarmi sento che chiedono se sono cattivo.
Ma non mi vedono?
Perchè invece di usare i pregiudizi non imparano ad usare lo sguardo?
Stanotte ho dormito benissimo.
Forse perchè ieri abbiamo camminato tantissimo.
Lui ha fatto foto ad una ragazza in riva al mare e io giocavo col cane di lei.
Un vecchio cane cieco.
Era la prima volta che avevo a che fare con un cane che non vede.
A parte il muso che a volte andava a sbattere contro mucchi di sabbia o panchine devo ammettere che sembrava che ci vedesse.
Mi ha spiegato che ci si abitua.
Non ad essere cieco.
A quello non ci si abitua mai.
Ci si abitua agli ostacoli.
Il fiuto impara l’odore del vuoto e l’odore del pieno.
E poi si è creato una cartina virtuale nel suo cervello, sa perfettamente quanti sono gli scalini che portano alla cucina, riconosce la presenza di porte dalla mancanza di corrente, e ha insegnato alla zampa sinistra il mestiere di esploratrice che precede sempre di qualche centimetro il corpo a caccia di ostacoli.
E’ un vecchio cane cieco saggio e mi ha raccontato una storia che merita di essere conosciuta.
Quando fu portato in questa casa ci vivevano un uomo che passava il giorno nella sua stanza a scrivere storie e una donna che la mattina usciva per andare a lavorare.
La sera quando lei tornava lui le chiedeva di leggere quello che aveva scritto per avere una sua opinione e lei non ne aveva mai voglia.
Preferiva starsene davanti alla televisione.
Ogni giorno era la stessa storia.
Lui scriveva e lei non aveva voglia o tempo per leggere.
Un giorno, quando lei non c’era, arrivo’ in casa un altra ragazza e la cosa che piu’ lo sorprese è che passarono tutto il giorno a discutere sulla storia che lui stava scrivendo.
Non fecero niente altro.
Che discutere della storia e dei personaggi.
Accadde ancora fino a quando la ragazza che non aveva tempo per leggere scomparve e la ragazza che leggeva prese il suo posto.
Anche lei lavorava, anche lei stava fuori tutto il giorno, ma la sera mentre mangiavano lui raccontava come andava avanti la sua storia e lei a volte rideva, a volte non approvava, a volte piangeva commossa.
Questa storia nasconde un segreto.
L’ingrediente segreto dell’amore.
Il coinvolgimento.
La partecipazione emotiva nella vita altrui.
Il considerare la persona che ami un mondo da esplorare, il coraggio di sentirsi persi nell’isola altrui, l’intelligenza di chiedersi sempre chi è l’altro e non dare mai nulla per scontato.
Non puoi stare con uno scrittore senza essere interessato a cio’ che scrive.
Non puoi amare un musicista ed evitare la sua musica.
Non puoi baciare un avvocato senza chiederti di quale causa stia discutendo.
Non puoi vivere con un operaio senza sapere quanta fatica costa andare ogni giorno in fabbrica.
Non puoi dividere la tua vita con un dentista senza conoscere la difficoltà del guardare ogni giorno nelle bocche degli altri.
Noi cani siamo diversi.
Fosse per noi staremmo ore a sentire le vite degli altri cani.
Le loro case, le loro cucce, i loro giardini, i bambini con cui vivono sono argomenti che non finiscono mai di interessare.
E’ solo la stanchezza a fermarci dal rincorrerci.
Ma dalla stanchezza si guarisce riposando.
Tutto questo mi ha ricordato che anche lui scrive.
E di tutte le donne che ha avuto non ne ricorda una che fosse interessata a cio’ che scriveva.
Per questo mi ha detto.
Jackson scrivi tu.
Ed è per questo che ormai scrivo io.
Preferisce che a leggere siano quegli umani che sanno capire il linguaggio di una bestia piuttosto che quelle bestie che conoscono solo l’alfabeto degli umani.

Per avere sei mesi

Per avere sei mesi

Per avere solo sei mesi posso dire di avere già vissuto parecchie esperienze.
Un coast to coast, una nuotata nell’oceano, ho quasi calpestato un serpente a sonagli ed ho visto dei veri indiani.
E stamattina sono stato quasi arrestato.
Stavamo dormendo quando abbiamo sentito bussare al van.
Lui era convinto che fossero i suoi amici che lo venivano a svegliare.
Ma non erano amici.
Erano due tipi enormi con una divisa militare verde, armati fino ai denti, altri due stavano piu’ distanti.
Lui era in mutande e quando se li è trovati di fronte non ha detto nulla.
Lo hanno fatto uscire e gli hanno detto di stare immobile appoggiato contro un pilone di cemento.
Eravamo fermi a dormire nel parcheggio di un hotel, qualcuno deve aver visto una luce all’interno e ha chiamato le forze speciali.
Allora diciamo le cose come stanno.
Lui ha già vissuto situazioni del genere, accadono quando si vive in un van.
Quindi ha cominciato a rispondere alle domande cercando di stare il piu tranquillo possibile.
Io invece per cercare di sdrammatizzare la situazione ho fatto una cosa che li ha fatti sorridere.
Mi sono messo in piedi sul sedile anteriore e ho appoggiato le zampe sul volante.
Uno dei due gli ha chiesto:
“Guida lui?”
“Solo quando bevo.” Gli ha risposto.
Poi ho sentito che cercavano di spiegargli che era un momento particolare e che un van parcheggiato sotto un albergo era un segnale di pericolo.
Lo hanno preso in giro per il minuscolo spray al peperoncino che lui tiene vicino al materasso e quando hanno capito che non era un pericoloso terrorista hanno chiesto scusa e se ne sono andati.
Se dico che è stato divertente vi meravigliate?
Insomma un risveglio un po diverso.
La cosa che piu’ mi ha colpito di quegli umani era l’arsenale che avevano addosso.
Fa strano pensare che a noi per difenderci danno solo dei denti e gli uomini invece hanno sempre pensato a costruirsi armi.
Tranquilli, non vi faro’ menate pacifiste, davanti a un pitbull incazzato a volte un arma farebbe comodo.
Bene, ora vedo che mi sta preparando la pappa e io mi preparo a mangiare, anche oggi ho imparato qualcosa degli umani.
Se dovessi riassumerla direi che di fronte a un interrogatorio il colpevole riesce sempre ad apparire innocente e l’innocente pur dicendo la verità si sentirà in colpa.
E ho anche imparato che questa è la prima cosa che insegnano ai poliziotti e credo anche ai cani poliziotti.
E ora si mangia.

Se tutto fosse facile

Se tutto fosse facile

Se fosse tutto facile forse potrei anche convincermi che dio è buono.
Ma dovendo combattere ogni giorno sospendo il giudizio sul creatore e cerco di pensare solo a come migliorare.
Lui è convinto di troppe cose e sbaglia.
Lui non vorrebbe mai mostrare le sue ferite ed è per questo che nonostante siano guarite fuori dentro continuano a sanguinare e a produrre dolore.
La vita degli umani non è facile, e nemmeno quella di noi cani.
Certo chi sa leggere si affida agli aforismi e ogni mattina legge la sua frase del buonumore e si crea una personale visione della realtà che non concede spazio a tutta la merda che ci circonda.
A noi cani, privi di filosofia, religioni e sedute di meditazioni non resta che domare il pensiero.
E domare il pensiero è scordarsi di vivere, concentrarsi sul sopravvivere e rendere l’istinto l’unico ideale da inseguire.
Io ho un padrone.
E lui ha uno a cui pensare.
Lui ha me e io ho lui.
Eppure a volte mi fa paura.
E’ sempre un uomo.
Se volete vi dico qualcosa che so non vorrebbe che io vi dicessi.
Pero’ non si può raccontare una storia senza dire la verità.
Ci sono umani a cui è nato negato essere dei cuccioli.
Proprio la stessa cosa che accade a quei cani randagi ai quali la madre non può pensare e al tempo del bisogno del pelo materno sono già costretti a non darla vinta alla morte.
Resistere non è un verbo che va usato a caso.
Resistere è una cosa seria.
Sopratutto quando si resiste senza avere una certezza di quando questa resistenza potrà finalmente finire.
Resistere per un cucciolo è un po’ come desistere dal desiderio di tornare da dove si è venuti e concedere all’istinto di sopravvivenza una forza devastante e fortissima che ad ogni calcio ti fortifica, e ad ogni frustata ti fa stringere i denti e dentro si piange, si piange anche fuori, si piange fino a quando non si piange piu’.
Perchè si è capito che piangere non serve a nulla.
E qua viene la cosa piu’ difficile.
Riuscire a non diventare cattivi.
Cattivi come chi è stato cattivo con te.
Quando si dice di non avvicinarsi ai cani randagi il motivo non è perchè non siano buoni, è che proprio non sanno nemmeno cosa sia la bontà.
Se parli di una carezza a chi ha preso solo calci nel culo è come se parlassi d’amore all’odio.
Di luce al buio.
Ed è per questo che quando mi addormento vicino a lui lo annuso e provo un po di paura.
Ha quell’odore di cemento, di vestiti sudati, di lacrime precipitate e di fughe che non mi fa credere al suo cantare mentre guida, al suo mostrarsi felice a chi gli chiede come sta.
Un giorno mi disse che molti gli chiedono quante volte fosse stato innamorato e nessuno mai gli ha chiesto quante volte fosse stato veramente amato.
E va bene cosi’.
Almeno evita di dare risposte imbarazzanti.
Certo ne ha che vorrebbero portarselo a casa e coccolarselo un po’.
Metterselo accanto sul divano e accarezzarlo il tempo di un film.
Ma se poi si parla d’amore.
Se veramente si parla d’amore.
A quel punto non gli rimango che io.
Io che sono il suo tentativo di essere migliore.
Io che lo vedo piangere per la paura di essere come chi gli ha fatto del male.
Nasconde la faccia nella coperta e mi stringe come se fossi l’unico salvagente rimasto in una barca in balia della tempesta.
Io aspetto che si addormenti e poi lo guardo come si guarda la solitudine che in una notte di Halloween ha deciso di travestirsi da libertà.

Alcune cose che ho imparato sull’oceano

Alcune cose che ho imparato sull’oceano

Alcune cose che ho imparato sull’oceano.
La prima volte che l’ho visto mi sembrava un enorme materasso sul quale correre saltellando e rotolando.
Poi ho messo le zampe in acqua ed ho capito che non era un materasso ma un enorme ciotola piena d’acqua.
Si può rincorrere e farsi rincorrere.
Parlo delle onde che mi inseguivano e scappavano, mai visto nulla che prima sembra cosi’ coraggioso e poi diventa cosi’ pauroso, tutto nel giro di qualche secondo.
La sua grandezza è cosi’ grande che ho deciso di non pensarlo come una cosa sola ma come milioni di piccoli pezzetti d’acqua che hanno deciso di stare insieme.
Visto dalla mia altezza l’orizzonte è come un enorme e tranquillo padrone che tiene a bada la sua potenza.
Mi sorprende che l’orizzonte sia da una parte sola e da questa parte ci sia solo sabbia, pero’ preferisco non farmi domande a cui non so dare risposta.
Un altra cosa che mi spaventava all’inizio è la possibilità che il mondo si inclinasse.
Se venissi investito da tutta quell’acqua sarebbe un disastro.
Poi una volta che mi sono fidato della stabilità del mondo mi sono lasciato andare.
Amo correre sul bagnasciuga e anche se mi bagno e divento pesante il doppio io continuo a correre e sento gli schizzi del mare che mi bagnano il naso, e poi starnutisco, e poi ritorno a correre come se fosse una corsa senza traguardo.
E lui corre dietro di me urlando:
Corsetta, corsetta!
E si arrabbia quando io gli corro tra le gambe, ma a me piace stargli vicino anche se corro il rischio di essere investito dai suoi piedi.
Si stanca sempre prima di me.
Un po sono orgoglioso di questa cosa.
Lui mi da da mangiare, da bere, mi coccola, lui sa fare tante cose che io non so fare, ma io quando vedo l’oceano potrei correre per sempre, e lui invece dopo un po’ mi dice:
Basta. Fermiamoci.
E si siede sulla sabbia ansimando come se fosse appena scappato dall’attacco di un branco di lupi.
L’oceano non si beve.
Questa cosa all’inizio mi sembrava strana poi ho pensato che fosse giusto cosi’.
Credo che non si possa bere per non correre il rischio di berne troppo e poi stare male.
Se ci fosse un enorme ciotola piena di carne io non smetterei di mangiare e poi scoppierei.
E se l’oceano fosse acqua buona io non smetterei di berlo.
Ci sono cose che all’inizio sembrano senza senso e poi anche un cagnolino come me arriva a capirne il motivo.
C’è una cosa che non ho ancora provato a fare.
Andare dove non tocco.
Ho troppo pelo addosso che bagnandosi mi farebbe pesare cosi’ tanto che credo non riuscirei a nuotare.
Pero’ mi piacerebbe provare, magari con lui vicino che mi tiene a galla.
Nuotare deve essere bellissimo.
Un altro modo di correre.
E per finire dall’oceano ho imparato la differenza che c’è tra l’alba e il tramonto.
All’alba il sole guarda il mare e al tramonto il sole guarda me.
La cosa piu’ bella del vivere è che ogni giorno si aprono porte che portano in stanze nuove dove altre porte attendono di essere aperte.
E’ come essere in un castello che non finisci mai di esplorare ma che credi, o che vuoi credere, contenga una stanza in cui su un enorme tavolo ci sia una mappa che contenga la logica di tutti i nostri percorsi.
Scoprire che il caso non è altro che una trama che porta al senso di tutto.

Devo abituarmi agli specchi

Devo abituarmi agli specchi

Devo abituarmi agli specchi.
Ci vuole del tempo per riconoscersi.
Nel frattempo gioco con me stesso abbaiandomi e sfidandomi.
L’uomo ha bisogno di lavarsi.
Qui sulla strada se ne incontrano molti che quando camminano lasciano dietro di se un odore di abbandono che mi entra nelle narici e mi porta a starnutire.
Come questo che è passato ora.
Pensare che ci ha messo un ora a pulirsi la sedia e il tavolino di fronte al quale si è seduto.
E sulla sedia perfettamente pulita ha appoggiato i suoi calzoni logorati e sul tavolino gioca imprimere le impronte del palmo delle sue mani.
Mi sembra di capire che l’uomo tiene piu’ alle cose che a se stesso.
Ha paura di prendere malattie toccando e non toccandosi.
Si abitua a se stesso e si tralascia.
Per fortuna il mio compagno di viaggio tutti i giorni tira fuori una bacinella dal fondo del van e si lava.
Ha delle salviette che si passa su tutto il corpo e due volte alla settimana mi porta in un posto dove ci sono mille bocche di metallo dove infila dentro calzoni mutande e magliette che puzzano e le tira fuori che profumano.
Su certi miracoli non mi faccio domande.
Stanotte ci siamo fermati dormire in un enorme parcheggio di un grande magazzino aperto tutta la notte.
Mentre stavamo riposando è entrato un tipo strano, lui ha fatto un salto ed è chiaro che si è spaventato.
Io mi sono infilato nella cuccia sotto il letto.
Il tipo aveva la faccia tutta piena di cicatrici, alcune fresche altre ormai seccate.
Lo sapevo che a furia di dimenticarsi di chiudere la porta prima o poi sarebbe successo.
Il tipo ha cominciato a chiedere dei soldi e lui si è calmato.
Un ladro non chiede.
Questo lo sa anche un cane.
Gli ha chiesto di uscire poi ha tirato fuori un biglietto da cinque dollari, e con cinque dollari l’intruso se ne è andato felice.
“Li spenderà per bere e non per mangiare.” Mi ha detto.
Bere?
Ma per bere basta l’acqua ho pensato.
La mia ingenuità mi fa capire il motivo per cui io dipendo da lui e non viceversa.
Ci siamo rimessi in strada e siamo passati davanti al tipo con le cicatrici sulla faccia che era accompagnato da una donna con le unghie lunghe.
“Se vedi dei graffi cerca le unghie e troverai il colpevole.” Dice sorridendo.
Di solito non guida di notte, ma lo spavento devo averlo svegliato.
Io sto sul fondo del van e guardo dal finestrino la strada sfuggirmi via, luci bianche che ci inseguono e luci rosse che fuggono.
Ho un occhio chiuso e un occhio aperto come se dovessi prendere la mira per sparare alla luna che appare e scompare come se volesse giocare.
Ma io sono troppo stanco e mi addormento.
E sogno.
Sono in una casa di cemento in mezzo a un milione di cuccioli come me.
Si apre una porta ed entrano i giganti.
Cerchiamo di metterci in salvo dai loro passi pesanti.
Corriamo tutti verso gli angoli della casa.
Poi un gigante si abbassa si guarda intorno e ne acchiappa uno per portarlo via.
Quando torniamo soli ci guardiamo e senza avere il coraggio di chiedere cosa accada a chi è stato portato via.
C’è chi comincia a costruire ipotesi di un paradiso, chi è convinto che sia l’inferno.
Chi giura che tutto dipenda dalla fortuna e chi non credendo in nulla pensa che una volta presi non si finisce da nessuna parte.
Ma nessuna parte deve essere da qualche parte.
E abbaiamo come matti fino a che il gigante non da due calci nella porta che spaventano tutti e nessuno osa piu’ aprire bocca.
Mi sveglio.
Siamo fermi.
Lui sta dormendo.
Io mi sposto e mi metto di fianco a lui col muso contro il suo muso.
Lo annuso un po’ e poi torno a dormire.
Sono tranquillo. Se sento il suo odore vicino al mio non faccio sogni cattivi.