Mi inventai la forza di lasciarti andare per non farti del male come mi inventai gli arrivederci al posto degli addii e il coraggio di sostituire la paura con un sorriso.
E tu guardi, mi guardi, facendo ipotesi sullo sguardo, dici che ci trovi poche parole e troppi silenzi.
Non mi chiedere di dirti che hai ragione.
Potresti chiedermi altre cose che non voglio dire.
Le mille storie degli altri tolgono importanza alla nostra e facciamo finta che le mani tremino per il freddo, che i pensieri dormano per il sonno, e che la gambe fuggano per gioco.
Tutte le donne che ho avuto sono stati fuochi d’artificio in una festa di paese, dopo la festa rimane l’odore di qualcosa che si è incendiato e si è consumato nel fuoco.
Sarò sempre piccolo, chi non mi ha insegnato a crescere si è dimenticato di dirmi che i giochi si ribellano all’idea di essere giocati da chi ha perso la speranza di vincere.
Se non mi vedi guarda meglio.
Io sono sempre qui, lo stesso uomo, che non ha tradito mai, e che ha amato sempre la stessa donna, quella donna che non c’è.
A proposito siamo a Novembre e tu mi chiedevi come mai era Agosto e avevo l’albero di Natale acceso di fianco al camino elettrico.
Se venissi oggi mi diresti che sono in anticipo.
Se venissi tra un mese diresti che è bello.
C’è chi da importanza al tempo per decidere quando è giusto e quando non lo è.
Io il tempo l’ho scansato come uno sciatore tra i paletti di uno slalom non così stupido da non sapere che a volte il paletto non lo vedi e ti sbatte in fronte.
Cadere fa parte del rischio.
Non partecipare fa parte della paura di perdere o di perdersi.
E nel delirante tentativo di dare un senso alle parole scrivendole una dopo l’altra come piccoli pezzi di lego con cui costruire una torre che arrivi fino al cielo non dimenticare mai che la parte migliore del gioco è dare un calcio o un pugno alla torre per farla crollare al suolo distrutta.
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