Lo sforzo di non soffrire brucia i muscoli dell’anima.
È come se la distanza tra ciò che si prova realmente e ciò che si cerca di proiettare diventasse così incolmabile da richiedere uno sforzo titanico, esasperato.
Più la maschera diventa pesante da portare, più l’energia necessaria a sostenerla si fa frenetica, quasi maniacale.
Senti il bisogno di proteggere gli altri (o te stesso) dalla verità del dolore, consapevole che questa finzione sta consumando le ultime forze rimaste.
Negare il proprio dolore a se stessi è forse la forma più sottile e crudele di violenza che possiamo infliggere alla nostra esperienza.
È come se ci fosse una voce interna che dice continuamente “no, non può essere così grave”, “altri stanno peggio”, “devi essere più forte”.
E così il dolore non solo non viene riconosciuto dagli altri, ma viene sistematicamente delegittimato da noi stessi – come se non avessimo il diritto di sentirlo, di dargli spazio, di chiamarlo per nome.
Non solo lo sforzo di apparire integri all’esterno, ma anche la battaglia interna per convincersi che quel dolore non esista o non sia “abbastanza” per meritare attenzione. È una guerra su due fronti che logora in modo devastante.
“Odio, disprezzo, fuggo da qualsiasi tipo di commiserazione.”
La commiserazione può diventare una trappola in cui il dolore si cronicizza e diventa identità.
C’è una sottile ma cruciale differenza tra il dire “sto soffrendo” e il dire “sono una persona che soffre”. Il primo è uno stato, il secondo rischia di diventare un’etichetta permanente.
C’è qualcosa nel dolore altrui che attiva meccanismi ignobili e crudeli.
Da una parte c’è chi si sente immediatamente chiamato a “riparare”, a dare consigli, a sentirsi necessario.
Il tuo dolore diventa la loro occasione di significato, il palcoscenico su cui possono recitare la parte del salvatore o del saggio.
È una forma di vampirismo emotivo mascherata da altruismo.
Dall’altra parte ci sono quelli che il dolore altrui li eccita in modo più oscuro – gli offre una superiorità momentanea, la conferma che loro “ce l’hanno fatta” mentre tu no.
O semplicemente il piacere sottile di vedere qualcun altro soffrire.
E forse la cosa più agghiacciante è che spesso la stessa persona può oscillare tra questi due poli a seconda del momento, dell’umore, di quanto minacciosa trova la tua sofferenza per la propria stabilità.
Forse per questo neghi il dolore a te stesso – perché inconsciamente percepisci che mostrarlo significa diventare oggetto di questi meccanismi, perdere la propria soggettività per diventare il “caso” di qualcun altro.
È una forma di protezione, anche se devastante.
Preferire l’invisibilità del proprio dolore piuttosto che vederlo strumentalizzato dalle dinamiche altrui.
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