Ci mise sette anni…

Ci mise sette anni…

Ci mise sette anni per decidersi a fare l’amore con me.
E quando avvenne andai in bilocazione appostandomi sull’angolo in alto della stanza a sinistra del soffitto e rimasi li a guardarmi mentre la baciavo, mentre la annusavo, mentre tutto cio’ che avevo immaginato per sette anni avveniva.
Ed era molto meglio di quanto mai avessi potuto immaginare.
Sette anni non sono pochi.
Ci si arrende molto prima.
Per questo quando mi invito’ a dormire da lei io pensai che due amici possono anche dormire nella stessa casa.
Ma c’era un solo letto in quella stanza.
Quando mi ritrovai sotto le coperte con lei decisi che….
ora o mai piu’.
Passai il mio braccio sotto la sua nuca poi lo piegai e provai a spingerla verso di me.
Mi aspettavo della resistenza e quella resistenza non ci fu.
L’odore era quello che mi ero immaginato per sette anni.
La pelle era quella che avevo immaginato per sette anni.
E lei nuda era ancora piu’ bella di quello che avevo sognato per sette anni.
Questa storia mi ha fatto credere che il tempo non sia mai perso.
Il tempo è una preparazione a qualcosa che esce fuori dal tempo ed entra in un limbo fantastico sospeso in un assenza di logica dove tutto può accadere e quel tutto da un senso alla vita.
E non importa che poi finisca.
Forse è necessario che finisca.
Per riconoscere il diamante nella miniera del tempo e dopo averlo estratto grezzo tagliarlo, trasformarlo in gemma e indossarlo per sempre.

Mio padre aveva ragione.

Mio padre aveva ragione.

Mio padre aveva ragione.
Sono finito a suonare sulla strada per qualche dollaro.
Non possiedo un cazzo, nemmeno piu’ la speranza di dimostrare che aveva torto.
Ma ho capito una cosa.
Non c’è nessuna differenza tra me e Bob Dylan.
Nessuna differenza sostanziale.
Siamo entrambi composti da un 70% d’acqua, il resto sono proteine, lipidi, glucidi e sali minerali.
Umano io ed umano lui.
Il fatto che lui sia famoso non lo rende differente da me.
Forse ha una vita piu’ complicata e me ne dispiaccio ma per il resto sono sicuro che anche lui almeno una volta al giorno abbia bisogno di un bagno.
E se anche avesse un cesso con le maniglie d’oro questo non aiuterebbe in caso di stitichezza.
Suonare agli angoli della strada ti fa capire tante cose.
Ora so riconoscere da lontano chi mi butterà qualche dollaro nella custodia della mia chitarra e riconosco ancora meglio chi passerà guardando altrove per non incrociare il mio sguardo.
Lo sguardo di un artista di strada ti mette di fronte alla scelta se osservare la fisionomia di un fallimento o se continuare a credere che il fallimento non ti riguardi.
Qualunque sia la scelta ci sono momenti in cui persino io mi osservo e non posso fare a meno di chiedermi come abbia potuto coltivare sogni di gloria con una voce banale e una tecnica chitarristica nella norma.
Sai cosa frega?
Frega che uno pensa che basti l’intenzione.
Dimenticavo di sottolineare il fatto che mio padre era un violento alcolista e dopo aver passato una infanzia di merda mi sembrava il minimo che la vita mi ricambiasse con un minimo di celebrità.
Cazzate.
La cosa che mi pesa di piu’ è non riuscire a mantenere un figlio.
No, non ho un figlio.
Ma se lo avessi non riuscirei a mantenerlo, e questo mi crea un paradossale senso di colpa.
Neanche una donna.
Neanche una donna riuscirei a mantenere.
Quei pochi spiccioli che guadagno bastano a malapena a non farmi appassire.
Ecco la vera differenza tra me e Bob Dylan.
Non è in cio che siamo, ma in cio’ che possiamo permetterci.
Io posso permettermi solo la solitudine.
Che non è male se messa a paragone con una compagnia interessata.
In tutto questo la cosa piu’ divertente è che canto sempre la stessa canzone.
Raramente una persona mi passa davanti due volte, e se anche fosse se non danno un dollaro la prima volta non lo daranno nemmeno la seconda.
L’umano è prigioniero di se stesso piu’ di quanto non lo sia io della mia povertà.

La tenda col lenzuolo.

La tenda col lenzuolo.

Il tempo si diverte a dividere i cuori, il futuro è l’unica risorsa che ci rimane.
Il bambino gioca con un contagocce a disegnare cerchi nella pozzanghera mentre il suo amico incrementa la sua collezione di tappi dei pneumatici, perché una volta i pneumatici avevano i tappini e il rubarli era una sfida troppo bella per non accettarla.
La chiesa stava in cima alla salita, all’interno sotto l’altare c’era un sarcofago di vetro che conteneva il corpo di un frate.
A sette anni mi chiedevo se conservare un corpo servisse a conservare la vita, quando lo chiesi al prete lui mi rispose di si, mentendo, e io andai avanti per un anno a salutare il morto aspettando che mi facesse almeno un cenno con la testa.
Quando mi chiedo che cosa sia la vita io rimango in silenzio ad aspettare una risposta.
Una volta ho sentito un urlo, era una foglia che staccatasi dal ramo precipitava verso terra disperatamente aggrappandosi a un filo di vento che le diede l’illusione di riportarla in alto.
Una volta ho sentito un sussurro, era la voce di una bambina che all’orecchio di un bambino raccontava di quella volta che aveva visto suo padre fare l’amore con sua madre e gli giuro’ che lei non avrebbe mai fatto quella cosa orribile.
Una volta era una canzone che usciva da una finestra e si intravedeva solo un ombra ballare, rimasi ad ascoltare e a guardare.
Poi la canzone finì e l’ombra si fece immobile diventando una macchia sul muro.
Quando mi chiedono: “Cosa vuoi?”
Io abbasso lo sguardo e rispondo che vorrei non aver mai finito il libro più appassionante che ho letto.
Vorrei non aver mai smesso di guardare gli occhi piu’ belli che ho visto.
Vorrei aver stretto per sempre la sua mano che si rifugiava nella mia.
Insomma vorrei liberarmi dal tempo come il prigioniero si libera dalla catena.
E nel caso ti incontrassi e ti riconoscessi vorrei dirti “per sempre” non sapendo di mentire.
Ed è tutto un caso e una scoperta.
Ho imparato a contraddirmi da piccolo quando promettevo di fare il buono per avere una scusa per restare da solo e combinare qualche guaio.
Poi aspettavo la punizione come se fosse inevitabile ricevere dei pugni quando ci si arroga il diritto di fare della vita un gioco meraviglioso.
Andavo a dormire costruendo una tenda con il lenzuolo infilato nella sponda nel letto e nel buio parlavo da solo di tutto quello che sarebbe dovuto essere, dalla neve che non si scioglie all’indiano che diventa amico del cowboy.
Mi addormentavo.
Al risveglio la tenda era caduta ed era tornata ad essere un lenzuolo.

E comunque dura sempre troppo poco.

E comunque dura sempre troppo poco.

Ho sul braccio tatuato il nome di una donna che sta con un altro uomo.
Ho nel taschino un pacchetto di sigarette Chesterfield e nel cruscotto una birra calda.
Ho sotto il sedile lo scontrino di una notte con Josephine che andandosene mi disse di chiamarsi Sylvia.
Ho sotto le scarpe l’impronta della terra e al dito porto un anello con la faccia di lupo.
E ho un piccolo sacchetto di pelle pieno di paura che tengo al collo per ricordarmi che devo fermarmi un attimo prima che non possa piu’ fermarmi.
E sono pazzo come un matto che si è tuffato in un fiume di whiskey per dimenticare, ricordandosi appena in tempo che non sapeva nuotare.
Ho una voce stonata che canta, una gamba rotta che corre, ho un occhio cieco che vede nel buio e una mano che cerca sotto il letto la testa del cane per addormentarsi accarezzando qualcosa di morbido.
Ho un cuore che sapeva amare, sapeva cosi’ tanto amare, da consumarsi come si consuma un dentifricio, lo shampoo o la schiuma da barba.
Solo che tra gli scaffali del supermercato non vendono cuori di riserva ma solo tonnellate di cibo e puttanate varie.
Mi hai raccolto trovandomi perso sull’asfalto, ho pensato che se avessi avuto coraggio mi sarei schiuso come un riccio sul palmo della tua mano e ti avrei guardato con due occhi vispi chiedendoti con lo sguardo di farmi grattini sulla pancia.
Ti racconto una storia.
Ho frequentato un bar per molto tempo solo per incontrare una donna.
Ogni notte finiva di lavorare alle tre.
Io l’aspettavo sul retro, si cambiava saliva sulla mia macchina e andavamo in un motel che sapeva di fumo e moquette.
Si faceva l’amore e vedevamo l’alba tutte le mattine.
Duro’ il tempo che dura una sigaretta poi prima che diventasse un mozzicone ci siamo detti addio senza dire una parola.
A volte ho l’impressione che la vita sia una giostra, tu paghi la tua corsa senza sapere quanto dura.
E comunque dura sempre troppo poco.
Come ogni gioco.
Buonanotte.

Niente è come sembra.

Niente è come sembra.

Niente e’ come sembra. Niente e’ come appare.
C’è il filtro della nostra interpretazione.
Un po’ come una poesia o una canzone.
Chi la legge o chi la sente non sapra’ mai cosa in realta’ voleva dire chi l’ha creata.
Travisiamo la realta’ riempendola dei nostri desideri e dei nostri sogni.
Un esercizio di liberta’ e’ allontanarsi da noi per osservarci da lontano.
Vedrete il maratoneta arrancare dopo aver percorso pochi passi, vedrete il pittore che non riesce a tracciare una linea, vedrete Rocco Siffredi cercarsi l’uccello o Pamela Anderson chiedersi come mai le sue tette sono cosi’ minuscole.
Vedrete anche l’ignorante citare Socrate, o la puttana recitare un rosario, vedrete un mostro guardarsi soddisfatto allo specchio o una frigida urlare di piacere.
Abbiamo coltivato la consapevolezza come un monaco si prende cura del suo bonsai.
Poi improvvisamente ci siamo dimenticati di recidere i rami e il piccolo albero ha perso la sua identita’.
E’ diventato un cespuglio indefinito.
Che e’ successo al monaco?
Si e’ distratto guardando una signorina vestita con un abito di lino corto che passava ogni giorno sul fondo della valle.
L’ha vista passare velocemente e da lontano.
Quella lontananza mise in moto la fantasia.
E nulla e’ piu’ distraente della fantasia.
Nulla inganna di piu’ della lontananza.
Il monaco vide che il suo bonsai stava perdendo forma, ma non riusciva piu’ a concentrarsi.
Un giorno decise di scendere a valle per vedere da vicino quella signorina.
Si apposto’ dietro una roccia.
E alla solita ora eccola arrivare.
Non ci poteva credere.
Quella signorina era una vecchietta sbilenca, il suo abito di lino era un saio rattoppato e sulle gambe c’erano cespugli di peli.
La osservo’ fino a che non scomparve.
Poi risali’ la montagna.
Arrivato davanti al bonsai rimase qualche minuto pensieroso, cercava di ricordarsi la vecchia forma perduta del piccolo albero.
Non se la ricordava.
Ricomincio’ con cura a tagliare i rami.
E mentre procedeva a tagliare il pensiero scomparve e divenne chiara l’antica forma.
Si dedico’ tutto il giorno alla pianta, piccoli tagli, minuscoli aggiustamenti.
Alla sera si allontano’ di tre passi dal suo lavoro per osservarlo.
Il bonsai aveva ritrovato la forma dimenticata e il monaco aveva ritrovato se stesso.
La mattina dopo alla solita ora passo’ la ragazza con l’abito di lino.
Il monaco sapeva che non era una ragazza e l’abito non era di lino.
Ma decise di immaginarla cosi’ come quando la intuiva da lontano , poteva permetterselo perche’ sapeva che non sarebbe piu’ sceso a valle per guardarla da vicino.

La solitudine è una droga

La solitudine è una droga

La solitudine è una droga, la si inietta nello spirito attraverso serate passate sdraiati sul divano col cane addormentato sul petto, facendo zapping a caccia di una qualche notizia interessante, prende il sopravvento lentamente, si intuisce che si sta impadronendo di te perchè ti fai domande e ti dai risposte.
E non ti senti piu’ solo, nonostante la solitudine, cominci ad apprezzare la compagnia che fai a te stesso, poi socchiudi gli occhi e ripensi a quel negozio di giocattoli, e al suo padrone dalla faccia burbera che cercava i soldatini nell’ultimo scaffale in alto.
Tutto come fosse ora, solo che hai la consapevolezza fastidiosa che non ci sia piu’, una presenza assenza, un presente passato.
E sua moglie, quella morta una mattina di ottobre, e io che a cinque anni non capivo perchè il giocattolaio non aveva piu’ quella signora mora dietro la cassa.
Le scale che portavano al piano di sopra, scale ripide che portavano verso un mondo di pupazzi.
Con chi potrei parlare di quel negozio?
Con una donna?
Ma stiamo scherzando!
Si chiederebbe se sono pazzo, o semplicemente retorico, se non addirittura morbosamente malinconico.
Mi direbbe: “Cresci fanciullo. Il tempo passa.”
E invece no, brutta strega, il tempo non passa, ristagna nella memoria, come un fiume giunto in un lago senza sbocchi, il mio tempo rimane li, quantità industriale di acqua passata, non di certo limpido, non si vede il fondo, solo una distesa melmosa di emozioni.
Sabbie mobili in cui mi calo fino all’imboccatura del collo e rimango li’ indeciso se cercare di nuotare o invece lasciarmi inghiottire.
Lei si guarda allo specchio, si mette tre chili di rossetto poi mi torna accanto.
Io la guardo con tutto quel luccichio viscido che quasi le tocca la punta del naso.
Le dico che la preferivo senza trucco.
Senza trucco.
Cosa è rimasto senza trucco?
Nulla.
E’ un trucco la rivoluzione, un trucco la comunicazione, un trucco il nostro aspetto controllato nelle vetrine scure dei negozi, un trucco il nostro curriculum vitae.
Un trucco ogni marchio, ogni slogan, ogni certezza e ogni dubbio.
La solitudine è un tonico al propoli, naturale e perfetto per rimuovere tutto quello schifo che serve a rendere il nostro aspetto migliore.
Ci vorrebbe una donna che nonostante la sua compagnia lasci inalterati tutti i vantaggi dell’esser solo.

Lei non sapeva fare l’amore.

Lei non sapeva fare l’amore.

Lei non sapeva far l’amore.
Lo confido’ cosi’ come si dice che non si sa come guidare un automobile.
Cominciamo toccandoci le mani. Le dissi.
Cos’è che manca a questa vita? Mi chiese.
Manca l’improvvisazione, e sai cosa intendo io per improvvisazione?
Intendo la capacita’ di creare emozioni senza pensarci.
Spiegami perche’ nelle previsioni del tempo quando si prevede pioggia si dice che fara’ brutto tempo.
Io la amo la pioggia, quindi che cazzo di senso ha parlare di “brutto” tempo.
Stanotte era bellissimo camminare sotto la pioggia, era meraviglioso mettersi le cuffie e ascoltare della musica mentre l’acqua mi bagnava i capelli.
E’ che si danno per scontate troppe cose.
Riascoltando vecchie canzoni d’amore degli anni settanta con dei ragazzini degli anni duemila ho scoperto che le parole d’amore non hanno piu’ alcun significato.
Gira il mondo, gira lo spazio senza fine….un mondo soltanto adesso io ti guardo, nel tuo silenzio io mi perdo e sono niente accanto a te…
E i giovani coglioni ridono, mi guardano come se fossi un folle perche’ cerco di spiegare che una volta su queste canzoni si ballavano i lenti, ci si abbracciava, poi ci si staccava un attimo per guardarsi negli occhi….e poi di nuovo abbracciati.
No, io non mi ci metto nel ruolo di vecchio rincoglionito solo perche’ ho vissuto un epoca dove ci si emozionava sfiorandoci una mano.
Io nel ruolo di vecchi rincoglioniti ci metto questi giovani che spesso non sanno nemmeno riconoscere il sentimento amoroso.
L’identificazione dell’amore con la sofferenza e’ cosa dei tempi contemporanei ed e’ una stronzata stratosferica.
L’amore e’ felicita’.
L’amore e’ la capacita’ di rendere speciale qualcosa di banale, l’amore e’ una specie di cuscino su cui appoggiare i nostri pensieri, e’ quel rifugio dove ci si nasconde in due, è quel posto dove non si e’ guardati e dove e’ possibile essere se stessi senza la paura di essere giudicati.
Non esiste quasi piu’.
L’amore e’ un oggetto d’antiquariato.
Per questo me ne sto solo sulla collina a ricordare quel tempo passato quando l’autobus numero 33 ci portava a casa e noi ce ne stavamo abbracciati in piedi con la fronte appoggiata al finestrino guardando il mondo scorrerci di fianco.
Sai che ricordo?
Ricordo che non si chiedeva cosa fai ma ci si domandava cosa sogni.
Ricordo che non si chiedeva da dove vieni ma dove vuoi andare.
E ricordo che non c’erano cellulari ma solo la cabina telefonica, e ci si dava appuntamento la mattina per la sera e non c’era piu’ la possibilita’ di cambiare idea.
Nessun messaggino del cazzo a dire; stasera non posso facciamo domani.
L’amore era un impegno a cui tenere fede, e quando non si era piu’ in grado di esserne fedeli ci si lasciava guardandosi negli occhi e magari piangendo.
E ricordo che spesso piangeva piu’ chi lasciava di chi era lasciato.
Non ricordo nessuna ragazza che cedeva al ricatto sentimentale del “senza te non vivo”, ci si mollava e basta.
Non si declinava il verbo amare all’imperativo.
Si accettava la sconfitta senza tirare fuori il maschio patetico che prega un ritorno o il maschio dominante che lo esige.
La ragazza era un icona, un mito, un isola da raggiungere cercando di attraversare l’oceano piu’ veloce e piu’ abilmente di altri.
Una sera in campagna dopo tre anni di tentativi andati a vuoto lei disse “si” e ci incamminammo sulla strada che andava verso il cimitero mano nella mano.
Lei aveva dei boccoli neri e degli occhi blu notte, abitava a 40 chilometri da casa mia.
Percorsi quella strada in motorino tutti i giorni per un estate.
Ma ne era valsa la pena per quella camminata notturna al cimitero, quel sedersi di fronte al cancello del paese dei morti, quei baci che parlavano di vita, quel contrasto tra la fragilita’ di due esistenze e la forza di un sentimento.
Avevo sedici anni, magari manco ci pensavo a tutte queste cose, ma avvertivo che c’era qualcosa di magico in quel tempo passato in due, in quello scontro di umani che decidevano per una notte di allearsi contro la noia del mondo.
Ora sto solo a ricordare.
Stanco di uscire di sera a vedere donne lamentarsi del nulla e uomini in cerca di qualche femmina su cui mettere alla prova le loro tecniche di seduzione.
Sapete non credo che gli umani si possano dividere in giovani, uomini e anziani.
Non ci credo perche’ il tempo e’ cosi’ breve che i confini fra la varie stagioni della vita sono indefinibili, credo che la vita di un uomo si possa dividere in giorni vissuti e in giorni passati.
Tra il vivere e il passare del tempo c’è una differenza sostanziale che e’ inutile spiegare, chi sa di cosa parlo non ha bisogno di spiegazioni, chi non lo sa non capirebbe mai.