La foto di mia madre

La foto di mia madre

Ho trovato in una scatola la foto di mia madre.
Una foto ingiallita.
Ho deciso di colorarla.
Colorare da adulto la propria madre bambina è stato come fare un salto mortale atterrando sulle ginocchia di fronte al tempo che simile a un dio invecchiato ti chiede come tu ti sia permesso tanta arroganza.
Ciò che il tempo scolorisce possa l’uomo non colorare.
Ma disubbidire mi fa stare bene, il tempo ha sorriso e mi ha lasciato andare.
E ora mia madre è a colori e io in bianco e nero.

Se scrivessimo d’amore?

Se scrivessimo d’amore?

Se scrivessimo d’amore?
Qualcosa che faccia effetto.
Devo prima inventarti come se fossi l’unica possibile, la migliore e insostituibile.
Poi devo darti una bocca da baciare, fingermi orso e trasformarti in miele, e per avere più likes devo scrivere che sarà per sempre ma per sempre davvero.
Ci metto dentro un tocco di magia dicendo che volo quando mi dici che sei mia.
Non ci vuole molto a far smuovere la gente quando si scrive d’amore, basta che racconti una storia impossibile dicendo che è vera, del tipo che te ne si andata e poi sei tornata, o che quando mi hai tradito lo hai fatto perché volevi lanciarmi un segnale e per fare un pò pena dire che ti ho perdonato e abbiamo finito la serata facendo l’amore.
Tra l’incoscienza e la ragione, quando si scrive d’amore fai commuovere anche quando racconti che ti sei comportato come un coglione.
E poi per terminare nomina la speranza, il cielo in una stanza, e non dimenticare di sottolineare che quando si ama si supera ogni distanza.
Non ci vuole veramente un cazzo per scrivere qualcosa di decente quando si parla d’amore, è come fare una bella fotografia davanti a un deserto, tu pensi di essere un artista, ma l’artista è la sabbia tu hai solo schiacciato un pulsante sotto un sole accecante.
Stavi pensando che la manderai con un whatsapp a quella che non ti ha mai cagato, le scriverai “amore mio, sono in mezzo al nulla e ti ho pensato”.
E lei ti risponderà:
“amore mio se sei in mezzo al nulla sei perfettamente mimetizzato approfittane per fare qualche cazzata senza essere guardato”.
No non ci vuole proprio niente a scrivere d’amore, puoi inventare qualsiasi cosa e ti diranno bravo il problema sorge quando vorresti dire qualcosa di vero, perché l’amore per davvero non si fa trovare, non si fa vedere, non si fa nemmeno guardare e col cazzo che si fa raccontare..

L’ossidazione dell’anima

L’ossidazione dell’anima

Sono sul prato del parco vicino al negozio, sto ascoltando una raccolta di canzoni degli anni 70.
Chiudo gli occhi.
Cerchiamo di ricordare.
L’aula era al quarto piano, e di fronte c’era l’aula dei compiti in classe.
Al mare ero innamorato di Daniela, stavo sdraiato sul materassino con gli occhi socchiusi fissi verso la scaletta che portava allo stabilimento balneare.
E aspettavo di vederla arrivare.
Un giorno palleggiammo a pallavolo e riuscimmo a non far cadere la palla per 5 minuti.
Era il record della spiaggia.
Io ero felice, avevamo un qualcosa in comune. Il record.
La casa dove perdetti la mia verginita’ si trova in un paesino chiamato Vaccarezza. E’ una casa di campagna, la casa del nonno di Alessandra.
Il giorno che accadde c’era un temporale e un fulmine entro’ in cucina e ando’ a scaricarsi su un pentolone di rame appeso al muro.
Un boato incredibile.
Io e Paolo Tixi suonavamo le canzoni di Fabrizio De andre’, chiusi in camera sua, cantando piano perche’ i suoi genitori pensavano stessimo studiando.
Ero simpatico alla mamma di Paolo, ma suo padre mi detestava, per lui ero un piccolo delinquente.
A Berceto una volta all’anno facevano una festa alle “Villette”, era la festa che aspettavo per vedere Silvia che abitava nella prima villa.
Mi piaceva da pazzi e un giorno le regalai un cuscino a forma di cuore e sopra feci scrivere: “A Silvia”.
Lo tenni sotto il giubbotto per tutta la sera poi presi coraggio e glielo regalai.
Quando glielo porsi accanto a lei c’era la sua migliore amica, una cicciona, anche lei si chiamava Silvia.
La cicciona esclamo’: “Che bello.”
Silvia la guardo’ e le disse: “Te lo regalo.”
E il mio regalo fini sul letto della Silvia “sbagliata”.
Il mio primo motorino lo personalizzai con piccole strisce rosse sul suo fondo nero.
Lo amavo come John Waine amava il suo cavallo.
Mi serviva per andare in paese, la mia casa in campagna e’ in mezzo ai boschi a tre chilometri dal primo centro abitato.
Dietro al motorino, su una grata di ferro, legavo il mio quaderno dove scrivevo le poesie.
Stavo andando ad incontrare gli amici in piazzetta e quando arrivai feci per prendere il quaderno ma non c’era piu’.
Era caduto, da qualche parte sulla strada da casa mia al paese.
Tornai indietro.
Tornai indietro cento volte ma non lo ritrovai mai piu’.
Ancora oggi, dopo piu’ di trent’anni quando percorro quella strada faccio attenzione ai bordi della carreggiata. 
Magari lo trovo.
Una sera mio padre e mia madre andarono a cena in paese.
A casa eravamo io, i miei due fratelli e mia sorella appena nata nella sua culla.
A tenerci a bada una baby sitter.
Eravamo tutti in cucina quando alle dieci di sera scoppio’ la bombola del gas.
Una bomba.
Salto la luce, polvere e fumo, terrore.
Scappammo lasciando mia sorella nella sua culla in cucina.
Raggiungemmo il paese a piedi.
Poi trovati i miei genitori una corsa al contrario a velocita’ folle con mio padre impazzito che urlava: La bambina!!! La bambina!!!! Perche’ l’avete lasciata la’!!!
Arrivammo a casa, con una pila entrammo in cucina.
Sul tetto della cucina c’erano appesi mille pentoloni di rame.
Erano caduti tutti meno uno.
Quello che era sulla culla di mia sorella.
La mia casa di campagna si chiama “Madonna della Quercia” era un vecchio convento, al centro c’è una chiesa consacrata e mio padre fece fare un ex voto di ringraziamento.
Un giorno organizzammo una partita di calcio: Villeggianti contro Locali.
Eravamo sfavoriti da ogni pronostico.
Si giocava al campo comunale, un sacco di gente a guardarci.
Fischio d’inizio.
Mi passano la palla, faccio tutto il campo, nessuno mi ferma, limite dell’area, esce il portiere, diagonale, gol.
Uno a zero per noi.
Abbracci e festeggiamenti.
Poi la partita riprende.
Passa qualche minuto e pareggiano.
E poi due a uno per loro.
3-1
4-1
5-1
6-1
7-1
Fini cosi’.
Sette a uno per loro.
Ma l’unico cosa che ricordo bene e’ quel primo minuto, e quei pochi minuti in cui eravamo in vantaggio.

Finiscono le canzoni. Il silenzio mi riporta al presente.
Mi ritrovo in mezzo al prato con una confusione temporale.
Quante cose’ ho dimenticato?
Quante cose nessuno sa di me?
Quante cose non so degli altri?
L’ossidazione dell’anima avviene lentamente con l’ossidazione dei ricordi.
I nostri cancelli di ferro che arruginiscono.
I cancelli del nostro passato che non trattengono piu’ l’invadente arrivo del futuro.
Una sola cosa.
Non e’ il futuro a spiegare le nostre vite, e’ il nostro passato remoto.
Tutti i segreti sono racchiusi in quelle pagine.
Ricordate quei diari dove scrivevate i vostri pensieri per poi chiuderli, lontani da occhi indiscreti, con un lucchetto.
Quei diari raccontano di noi piu’ di quanto noi potremmo dire oggi.
Quando si ama una donna o un uomo, quando si ama davvero, in realta’ si ama il bambino che e’ in noi, e quel bambino ci porge la chiave e con gli occhi ci dice.
Apri e leggi.
“Avere fiducia in qualcun altro e’ a volte l’unica condizione per aver fiducia in se stessi.”
E ora…
Vado a dormire.

L’uomo nero

L’uomo nero

L’uomo nero ha sempre un cappuccio, lo usa per appoggiarsi quando dorme contro qualcosa di duro. 
E nonostante la leggenda dica che sia pericoloso l’uomo nero ha solo voglia di essere lasciato solo.
L’uomo nero quando sogna sogna di bere una tazza di tè in compagnia di una principessa daltonica che avendo un opinione personale di ogni colore lo crede rosso come l’amore. 
E l’uomo rosso e la principessa daltonica nel sogno fuggono nella foresta amazzonica dove tra liane e pappagalli passeranno la vita intagliando coralli.
Se state pensando che non ci sono coralli in una foresta fatevi in giro nella vostra testa, trovate l’immaginazione e vedrete coralli crescere su ogni cornicione.

Entro in libreria

Entro in libreria

Entro in libreria con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ne esco con un vecchio numero dell’uomo ragno.
Tornando verso casa incrocio una coppia che passeggia mano nella mano, non mi interessa che faccia hanno, il mio sguardo rimane fisso sulle due mani che si tengono una all’altra.
Sembra quasi che le due mani abbiano una vita propria, una mente propria, un amore proprio.
Potrei affermare che il giorno che i due si lasceranno le loro mani fuggiranno insieme lasciandoli monchi e solitari.
Diventare vecchi porta parecchi svantaggi e un solo vantaggio.
Tralascio i casini e vi dico il vantaggio.
Il vantaggio è che ci si sente meno partecipi alla recita, come se l’età comportasse un cambio di ruolo, si diventa comparse e si gode nel sentirsi liberi da ogni confronto.
Si osserva la gente vivere non più dal palco ma dal fondo della platea, con un piede dentro e la mano pronta a scostare la tenda che mostra l’uscita.
La poesia è nella non partecipazione.
Sentirsi come fantasmi che camminano verso casa, invisibili e intoccabili.
Aperta la porta risentirsi vivi grazie a due cagnolini che mi saltano attorno con una gioia che nessun fantasma potrebbe mai suscitare.
Entro in libreria, ogni volta con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ma la verità è che non ho ancora capito quale sia la domanda giusta da porre.
Buonanotte a voi e alle vostre bestie che vi danno prova di quanto siate ancora veramente vivi.

Apre gli occhi

Apre gli occhi

Apre gli occhi e vede sul soffitto delle strisce di luce che vanno e vengono anticipando di qualche attimo il suono di un motore.
Accade spesso ultimamente che si sveglia nel mezzo della notte e non riesca più a dormire.
Forse è perchè tra una settimana compirà 10 anni e l’idea di avere un età che occupa due numeri lo fa sentire felice ed irrequieto.
Quando si stufa di vedere le strisce di luce sul soffitto infila la testa sotto il cuscino e canta sottovoce la sigla di un telefilm che racconta la storia di un ragazzo che si è perso nella foresta ed è stato adottato da una tribù’ di selvaggi.
Poi sente un dolore sulla gamba e toccandosi avverte un gonfiore sopra la caviglia.
Quel maledetto della Terza C lo ha fatto apposta, l’avesse scartato si sarebbe trovato faccia a faccia col portiere ed invece gli ha dato un calcio approfittando del fatto che nessuno si era proposto volontario per fare l’arbitro.
Pero’ quel gonfiore un po’ gli piace, come gli piacciono quelle piccole cicatrici suo suo corpo che lo rendono meno bambino, non bastano gli anni per crescere, ci vogliono le cadute.
Lo imparò sentendolo dire qualche mese prima da un amico di suo padre che tornato da qualche viaggio in moto raccontava di una curva scivolosa su cui era caduto, e la prima cosa che fece rialzandosi non fu preoccuparsi delle sue condizioni ma della condizione della moto.
A proposito di moto ogni tanto le strisce sul soffitto sono più sfumate, e anche il rumore del motore è diverso, non sta passando una macchina, sta passando una moto.
Da grande ne vuole una.
La vuole color oro uguale a quel modellino che suo padre tiene in una vetrinata di vetro nel suo studio.
La va a spiare quando trova la porta aperta, la guarda come si guarda dentro un binocolo che punta sul futuro e si vede correre su una strada di cui non si vede la fine.
Poi qualcuno mi picchia sulla spalla.
Apro gli occhi e una ragazza con una divisa grigia mi chiede un biglietto.
Il biglietto…
Sono su un treno, stavo sognando.
Mi dia solo il tempo di capire in quale tempo sono e giuro che il biglietto ce l’ho…
credo.

Faccio parte

Faccio parte

Faccio parte di quel genere di persone che la sera guardandosi allo specchio si saluta e si chiede come sia andata la giornata.
E rispondendomi cerco di farmi forza facendo finta che il mal di schiena passerà, che domani avrò’ la forza di aggiustare alcune cose che non vanno e giuro al bambino che sta seduto sulla spalla che un giorno troverò un senso a questa storia e risolverò i suoi sensi di colpa.
Poi dopo essermi lavato i denti do un occhiata alla cucina che fa schifo, ci sono i piatti sporchi nel lavandino, la buccia dell’avocado sparsa accanto al piano cottura e le scatolette di cibo per cani abbandonate una sull’altra.
Domani migliorerò qualcosa di me.
Cercherò di spendere meno, magari fare piu’ ginnastica, coccolare di piu’ i miei cani e non incazzarmi più per questioni che sono al di fuori del mio controllo e certamente comincerò ad essere piu’ ordinato.
Lo penso ogni sera.
In un tentativo di migliorarmi che si scontra con la mia pigrizia e con la mia natura incapace di adeguarsi a regole fondamentali di convivenza con i miei simili.
Qualcuno di voi che è come me sa di cosa parlo.
Conosce quella voglia di essere migliori, sa come ci si sente a fissarsi negli occhi chiedendosi perchè non sei capace di fare una vita normale.
Normale.
La normalità mi assilla da sempre.
Non ero normale da piccolo.
Non lo sono diventato crescendo e quando morirò è quasi certo che le persone mi ricorderanno come quello “strano”.
Pero’ io ci provo lo stesso a dirvelo.
Io non sono sono strano.
Io sono solo confuso.
Cerco solo di capire come fare a far convivere quel desiderio di libertà e quella necessità di sopravvivenza.
Cerco solo di capire perchè la mediocrità venga premiata e sia costretto a confrontarmi con persone di successo che sono degli imbecilli integrali.
Vorrei una spiegazione all’ipocrisia, un libretto di istruzioni per la stronzaggine, e una via di fuga dall’umanità e dai suoi maestri spirituali.
Perchè io non ci credo.
Io non credo ai migliori che vincono.
Io credo ai migliori che non partecipano.
E la sera si ritrovano a guardarsi allo specchio mentre si lavano i denti chiedendosi se quelle rughe siano solo il segno del tempo che è passato o se sono l’alveo di mille fiumi inariditi dai sogni infranti.Faccio parte