Charles le prese la mano

Charles le prese la mano

Charles le prese la mano e le disse di non piangere.
Se solo avesse saputo dirle dove stava andando…ma nonostante tutte le cazzo di ipotesi che aveva letto ed ascoltato si ritrovava con l’unica certezza che quel treno non si sapeva dove fosse diretto o se fosse diretto verso qualcosa.
Bimba gli stringeva la mano e gli implorava di non andarsene.
Lui guardandola disse:
Il coraggio si aggrappa alla speranza e la paura si aggrappa al coraggio ed io non so a cosa aggrapparmi, sento il corpo scivolare via come un guanto sfilato dalle mani di un fantasma.
Non ho nulla da lasciarti che ti possa consolare quando domani alzerai le lenzuola e ti infilerai nel letto e il tuo piede non incontrerà piu’ il mio.
Non so se c’è un luogo dove ci si possa rivedere, con quali mani ci si possa toccare di nuovo, ti ho scritto lettere con lo sguardo e la palpebra cadrà sbattendo contro il calamaio rovesciando tutto l’inchiostro sul pavimento.
Maledetti imbonitori di dio, venditori di fumo, migliaia di anni persi dietro una menzogna, autori criminali di un depistaggio che ora mi lascia senza risposte.
Non me ne sto andando, mi stanno portando via, non ti sto lasciando ci stanno dividendo, non è l’amore che finisce ma l’amore che viene finito.
Considera il tempo come una di quelle vecchie cassette su cui registravamo le canzoni, c’era il tempo presente della registrazione e il tempo futuro dell’ascolto.
Forse esiste un modo di schiacciare un tasto e tornare indietro per risentire la nostra canzone preferita da capo.
Dicono che l’ultima cosa che vedi sia come l’ultima carta del mazzo che copre tutte le altre per questo ti guardo e me ne vado stringendoti il pollice come se fosse la corda che mi regge sul bilico del nulla prima di precipitare verso quel fiume di cui non conosco la profondità.
Se mi salvo giuro che la prima cosa che farò sarà tornare da te.

Una notte in North Dakota

Una notte in North Dakota

Una notte in North Dakota parcheggiai il van nel solito megaparcheggio di Walmart.
Ero sdraiato sul sacco a pelo a leggere un manuale di sopravvivenza quando sento la porta aprirsi.
Entra un indiano con la faccia piena di sangue e graffi che sembravano causati da qualche belva feroce.
Mi alzo di scatto, lo prendo e lo porto fuori dal van poi lo appoggio delicatamente contro la carrozzeria e gli chiedo che cosa cazzo voleva e perché era entrato.
Col dito mi indica un camper che sembra un rottame parcheggiato a una decina di metri dal mio.
Dopo avermi fatto capire che eravamo vicini di casa mi chiede dei soldi.
Non ho soldi. Gli dico.
Ma prima che se ne vada voglio che mi tolga una curiosità.
“Quale animale ti ha conciato la faccia in quel modo?”
Lui mi indica una sedia di plastica sulla quale sta seduta una donna.
“Lei, mia moglie, lei graffia me, lei cattiva. Lei, se io non porto soldi, lei molto cattiva con me.”
Oh cazzo.
Il tipo comincia a farmi pena, non tanto perchè non ha un dollaro, ma per il fatto che anche vista da lontano sua moglie ha veramente l’aspetto di una creatura mostruosa con sembianze da donna e unghie da rapace.
Gli dico di aspettarmi.
Entro nel van, prendo dal mio sacchetto porta soldi un biglietto da 5 dollari.
Esco e glielo metto in mano.
“La prossima volta bussa prima di entrare.”
Lui dice “ok” una dozzina di volte e poi abbassa la testa come per ringraziarmi.
Lo vedo allontanarsi e raggiungere la moglie alla quale consegna i miei cinque dollari.
L’indiano mi indica da lontano, la donna mi guarda e accenna un sorriso.
Alzo la mano in segno di saluto e torno dentro, mi sdraio accarezzo il cane e ho un senso di appagamento nel sapere che per cinque dollari ho regalato una tranquilla serata in famiglia a un povero indiano che convive pericolosamente con la terribile donna artiglio.
Donna che usa le unghie per disegnare il suo disappunto sul viso del guerriero che torna a casa a mani vuote.

Lo scoglionamento

Lo scoglionamento

Lo scoglionamento è una pratica nata in epoca preistorica quando alcuni umani affrontando i loro primi pensieri evoluti si scontrarono con il sorgere della prima malattia sociale al quale ai tempi non era stato ancora dato un nome, ma che in seguito fu chiamata ipocrisia.
Gli umani per combattere questo malattia sociale, molto contagiosa, svilupparono il senso dello scoglionamento.
Lo scoglionamento, che a prima vista puo’ essere confuso col menefreghismo, è una pratica di vita che anticipando le conclusioni della filosofia esistenzialista ispira all’uomo uno stile di vita portato al rifiuto di un empatia teatrale, falsa e vantaggiosa.
Lo scoglionato non riesce a indignarsi per qualcosa essendo già indignato per il tutto, lo scoglionato non ricerca il meglio sapendo che il meglio ha costi di manutenzione enormi, ma sopratutto lo scoglionato da al tempo un valore troppo alto per poterlo passare preoccupandosi di cose che non può cambiare.
Lo scoglionato non si sente mai inadeguato perchè non ricerca comprensione, le sue relazioni col mondo esterno sono spesso superficiali sostenendo che è sempre meglio nuotare dove si vede il fondo per evitare brutte sorprese.
Lo scoglionato non conosce invidia e non si mette mai in competizione con nessuno, non rincorrendo maschere sociali si accontenta di ciò che è non potendo essere altro.
In amore lo scoglionato non riesce a mostrarsi sensibile e comprensivo, paragonandolo a un animale lo scoglionato è un felino capace di dare grandi soddisfazioni perchè ogni suo avvicinamento è sempre dettato dall’istinto e mai da un vantaggio collaterale.
Per farla breve una leccata di pantera crea brividi che nessuna slinguazzata di cane domestico potrà dare.
Lo scoglionato ha grandi doti di consolatore grazie alla sua capacità di relativizzare il tutto.
Nonostante le apparenze non è per nulla narciso, e nel caso decida di mostrarsi sdraiato su un auto con un piede appoggiato fuori dal finestrino non è per mostrare se stesso ma molto piu’ semplicemente per mostrare quel fantastico sigaro che avendo la dote innata di trasformarsi in fumo è perfetto per provare come ogni tentazione di cedere se stessi per possedere qualcosa sia pratica tanto inutile quanto stupida.

Certe piccole cose

Certe piccole cose

Cerco piccole cose.
Oggetti che raccontano storie.
Sono un collezionista di ricordi, li osservo da vicino per sentirne il respiro.
Li libero dalla polvere, li pulisco con cura e li espongo in attesa che i cacciatori di cose perdute mi chiedano:
“Quanto costa?”
“Secondo lei quanto costa il tempo?” 
“E se non se ne conosce il prezzo come si fa a comperare?”
“Semplice, non si compra.”
Nella mia bancarella non c’è nulla in vendita, si può solo osservare, anche da molto vicino per sentirne il respiro.

Entro in libreria

Entro in libreria

Entro in libreria con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ne esco con un vecchio numero dell’uomo ragno.
Tornando verso casa incrocio una coppia che passeggia mano nella mano, non mi interessa che faccia hanno, il mio sguardo rimane fisso sulle due mani che si tengono una all’altra.
Sembra quasi che le due mani abbiano una vita propria, una mente propria, un amore proprio.
Potrei affermare che il giorno che i due si lasceranno le loro mani fuggiranno insieme lasciandoli monchi e solitari.
Diventare vecchi porta parecchi svantaggi e un solo vantaggio.
Tralascio i casini e vi dico il vantaggio.
Il vantaggio è che ci si sente meno partecipi alla recita, come se l’età comportasse un cambio di ruolo, si diventa comparse e si gode nel sentirsi liberi da ogni confronto.
Si osserva la gente vivere non più dal palco ma dal fondo della platea, con un piede dentro e la mano pronta a scostare la tenda che mostra l’uscita.
La poesia è nella non partecipazione.
Sentirsi come fantasmi che camminano verso casa, invisibili e intoccabili.
Aperta la porta risentirsi vivi grazie a due cagnolini che mi saltano attorno con una gioia che nessun fantasma potrebbe mai suscitare.
Entro in libreria, ogni volta con la speranza di trovare un libro che mi dia delle risposte.
Ma la verità è che non ho ancora capito quale sia la domanda giusta da porre.
Buonanotte a voi e alle vostre bestie che vi danno prova di quanto siate ancora veramente vivi.

Apre gli occhi

Apre gli occhi

Apre gli occhi e vede sul soffitto delle strisce di luce che vanno e vengono anticipando di qualche attimo il suono di un motore.
Accade spesso ultimamente che si sveglia nel mezzo della notte e non riesca più a dormire.
Forse è perchè tra una settimana compirà 10 anni e l’idea di avere un età che occupa due numeri lo fa sentire felice ed irrequieto.
Quando si stufa di vedere le strisce di luce sul soffitto infila la testa sotto il cuscino e canta sottovoce la sigla di un telefilm che racconta la storia di un ragazzo che si è perso nella foresta ed è stato adottato da una tribù’ di selvaggi.
Poi sente un dolore sulla gamba e toccandosi avverte un gonfiore sopra la caviglia.
Quel maledetto della Terza C lo ha fatto apposta, l’avesse scartato si sarebbe trovato faccia a faccia col portiere ed invece gli ha dato un calcio approfittando del fatto che nessuno si era proposto volontario per fare l’arbitro.
Pero’ quel gonfiore un po’ gli piace, come gli piacciono quelle piccole cicatrici suo suo corpo che lo rendono meno bambino, non bastano gli anni per crescere, ci vogliono le cadute.
Lo imparò sentendolo dire qualche mese prima da un amico di suo padre che tornato da qualche viaggio in moto raccontava di una curva scivolosa su cui era caduto, e la prima cosa che fece rialzandosi non fu preoccuparsi delle sue condizioni ma della condizione della moto.
A proposito di moto ogni tanto le strisce sul soffitto sono più sfumate, e anche il rumore del motore è diverso, non sta passando una macchina, sta passando una moto.
Da grande ne vuole una.
La vuole color oro uguale a quel modellino che suo padre tiene in una vetrinata di vetro nel suo studio.
La va a spiare quando trova la porta aperta, la guarda come si guarda dentro un binocolo che punta sul futuro e si vede correre su una strada di cui non si vede la fine.
Poi qualcuno mi picchia sulla spalla.
Apro gli occhi e una ragazza con una divisa grigia mi chiede un biglietto.
Il biglietto…
Sono su un treno, stavo sognando.
Mi dia solo il tempo di capire in quale tempo sono e giuro che il biglietto ce l’ho…
credo.

Faccio parte

Faccio parte

Faccio parte di quel genere di persone che la sera guardandosi allo specchio si saluta e si chiede come sia andata la giornata.
E rispondendomi cerco di farmi forza facendo finta che il mal di schiena passerà, che domani avrò’ la forza di aggiustare alcune cose che non vanno e giuro al bambino che sta seduto sulla spalla che un giorno troverò un senso a questa storia e risolverò i suoi sensi di colpa.
Poi dopo essermi lavato i denti do un occhiata alla cucina che fa schifo, ci sono i piatti sporchi nel lavandino, la buccia dell’avocado sparsa accanto al piano cottura e le scatolette di cibo per cani abbandonate una sull’altra.
Domani migliorerò qualcosa di me.
Cercherò di spendere meno, magari fare piu’ ginnastica, coccolare di piu’ i miei cani e non incazzarmi più per questioni che sono al di fuori del mio controllo e certamente comincerò ad essere piu’ ordinato.
Lo penso ogni sera.
In un tentativo di migliorarmi che si scontra con la mia pigrizia e con la mia natura incapace di adeguarsi a regole fondamentali di convivenza con i miei simili.
Qualcuno di voi che è come me sa di cosa parlo.
Conosce quella voglia di essere migliori, sa come ci si sente a fissarsi negli occhi chiedendosi perchè non sei capace di fare una vita normale.
Normale.
La normalità mi assilla da sempre.
Non ero normale da piccolo.
Non lo sono diventato crescendo e quando morirò è quasi certo che le persone mi ricorderanno come quello “strano”.
Pero’ io ci provo lo stesso a dirvelo.
Io non sono sono strano.
Io sono solo confuso.
Cerco solo di capire come fare a far convivere quel desiderio di libertà e quella necessità di sopravvivenza.
Cerco solo di capire perchè la mediocrità venga premiata e sia costretto a confrontarmi con persone di successo che sono degli imbecilli integrali.
Vorrei una spiegazione all’ipocrisia, un libretto di istruzioni per la stronzaggine, e una via di fuga dall’umanità e dai suoi maestri spirituali.
Perchè io non ci credo.
Io non credo ai migliori che vincono.
Io credo ai migliori che non partecipano.
E la sera si ritrovano a guardarsi allo specchio mentre si lavano i denti chiedendosi se quelle rughe siano solo il segno del tempo che è passato o se sono l’alveo di mille fiumi inariditi dai sogni infranti.Faccio parte