Se bastasse

Se bastasse

Se bastasse amare per essere amati,
Se bastasse guardare per essere guardati,
Se bastasse toccare per essere toccati
Avrei risolto il problema della mia solitudine
Amandoti
Guardandoti
E toccandoti.
Ma il gioco ha regole diverse
E se ti nascondi verranno a cercarti
E se non guardi verrai visto
E se non tocchi si faranno toccare.
Io mi sveglio la mattina
Osservando la mia mano che ancora dorme
E sembra chiudersi su altra mano
Pronta ad afferrare il sogno
Di un amore che capovolge le regole,

Scrissi questa poesia che avevo sedici anni.
Periodo in cui presi coscienza di come al mondo trionfassero i figli di puttana.
Fu una scoperta che mi lasciò senza fiato. E forse qual fiato lo sto cercando ancora adesso.
E comunque scrissi questa poesia nel tempo adolescenziale in cui è giusto scrivere poesia per non lasciarsi tramortire dalla prosa:

Al ritorno sotto Pont Mirabeau

Tornai ai luoghi piu’ scuri
ricolmo di schifo e di vomito
e trattenni i conati
solo per questioni d’onore,
ma sbagliavo.
Tornavo mentre il popolo
rinchiuso da sbarre di sale
rosicchiava libertà
senza sapere cosa fosse.

E sui sentieri bui
incontrai mille volte
lo stesso urlo di civetta
che m’ordinava di continuare
a morire uccidendo gli altri.
Per lei era un gran guadagno.

Mentre le strade si allargavano
all’orizzonte, i miei occhi
morivano nel fissare luci
o miraggi che proiettavano
ombre di gente
che è sempre stata tale.

Portavo con me la consapevolezza
di mille delitti, e li amavo
come non ho mai amato
una donna, che del delitto
non ha il mistero, ma solo
la parte peggiore: il pericolo.

I libretti rossi e i vangeli li ho perduti
usandoli per riscaldare
il mio corpo già caldo,
credetti all’inferno, poi
tutto finì nelle rosee
previsioni di una maga
che mi disse: “Felicità”.
Quale?

Per questo il mio cammino
sarà ancora lungo.
Per questo non finirà mai.
I ritorni sono eterni
più del tempo
e ci spengono
come candele che toccano
il ferro e si rivolgono
alla cera colata
per avere un attimo in più.

E dalle mille sirene
che mi cantarono poesie
io imparai la mia arte
e cominciai ad odiarla,
sulle spiagge dai troppi
scintillanti riverberi
io capii la falsità
trovando cocci di vetro.

E ora mi dicono
che abbassando la testa
si supera qualsiasi ostacolo
anche le dittature e gli insulti
per questo ho visto gente
col capo mozzato
per questo non voglio
accettare il consiglio.

In mezzo a questa confusione
di “maledetti”
non trovo una mia collocazione
e sulle seggiole occupate
d’un ballo serale
cominciano a crescere
troppi poeti;
tanti da chiedermi
se mi convenga
ancora essere tale.

Mentre i versi si allargano
sulle case popolari
sui palazzi
nelle ville
le lacrime
coprono di movimento
e di macchie
i fogli pieni
e sporchi di unto.

Tra questa enorme confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non posso che lasciarmi andare
abbandonato ai racconti
di sempre
ai grigiori di sempre,
raccontando il viaggio
del mio sangue e della mia memoria
e non pregando mai
per descrivere la mia morte.

La mia attiva indifferenza
è sintomo di tragica fatalità
godete il tremolio del mare
prima che sia tempesta
perché di questa confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non rimarrà che cera colata.

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio.
Il corpo che mi contiene.
Un oggetto da trattare con cura.
Tagliarsi le unghie.
Lavarsi.
Tenerlo in movimento.
Vestirlo e svestirlo.
Metterlo a letto.
Nutrirlo.
A volte viziarlo.
A volte sgridarlo.
Come fosse una moto
per il motociclista,
gli sci per lo sciatore,
o la corda per l’alpinista.
Barattolo che forse contiene l’anima
e chissenefrega se perdi l’anima
mi preoccupa la fine del barattolo.
Ogni volta che mi addormento
lo dimentico aperto sul davanzale della cucina
e lo ritrovo la mattina dopo
svuotato come se fosse passata un orsa
a leccarsi tutto il miele.
Già.
Il miele.

Non è una poesia

Non è una poesia

io scrivo e te leggi
io esisto e tu esisti
come se fosse facile
da capire
cosa significa
esistere
io scrivo
acqua
e tu la immagini
e se prendo una pietra e la butto nel pozzo
tu quanto tempo ci metti a sentirne il tuffo?
non so chi sei
ma so che sei stata piccola
e che un giorno sei inciampata
ti sei fatta male
e non sapevi se piangere
o provare a dimostrare che sapevi non piangere.
io qua
tu da qualche parte
la distanza è un ponte sospeso nel vuoto
basta non guardare in basso
e ricordarsi che basta toccarsi
per provare che si è cosi’ vivi
che non si potra mai dubitare di esserlo stati
e che nessuna fine è cosi’ forte
da poter cancellare
cio’ che è stato.

(non è una poesia, è che vado a capo quando cazzo mi pare)

Io vorrei

Io vorrei

Io vorrei
Che tu mi pensassi
Ogni volta
Che hai voglia di pensare
A qualcuno
Che ti ha capito
E vorrei
Che ti venisse ancora voglia
Di fermarti
Durante un viaggio
Per ascoltare
Il rumore
Della pioggia
Che batte sui finestrini
Poi vorrei
Che la fine
Si trasformasse in inizio
E che la mia anima
Fosse
Capace di innamorarsi della tua anima
Per avere una speranza
Che sia per sempre
Ma per sempre
Davvero

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio.
Il corpo che mi contiene.
Un oggetto da trattare con cura.
Tagliarsi le unghie.
Lavarsi.
Tenerlo in movimento.
Vestirlo e svestirlo.
Metterlo a letto.
Nutrirlo.
A volte viziarlo.
A volte sgridarlo.
Come fosse una moto
per il motociclista,
gli sci per lo sciatore,
o la corda per l’alpinista.
Barattolo che forse contiene l’anima
e chissenefrega se perdi l’anima
mi preoccupa la fine del barattolo.
Ogni volta che mi addormento
lo dimentico aperto sul davanzale della cucina
e lo ritrovo la mattina dopo
svuotato come se fosse passato un orso
a leccarsi tutto il miele.

Plus

Plus

Facciamo un gioco.
Vediamo chi arriva piu’ lontano .
Ognuno sceglie il suo sasso.
Tu fai caso a dove fa pluf.
Ma tu sei un maschio.
Hai ragione. Allora io faccio tre passi indietro.
Tu stai sulla riva. Io vado vicino allo scoglio.
Chi tira per primo?
Prima le bambine.
No prima te.
Va bene.
Prendo un po di rincorsa e tiro.
Pluf.
Ora tocca a te.
Prende la rincorsa e tira la sua pietra che supera la mia di qualche metro.
Ho vinto io.
Domani mi dai la rivincita?
Domani pero’. Oggi ho vinto io.
Andiamo a prenderci un gelato.
Avevo sette anni e lei anche.
Lei era Daniela e io Guido.
Io ero innamorato di lei.
Mi sembro’ naturale non metterci tutta la forza nel lanciare il mio sasso
avevo voglia di vederla felice.
L’amore è una cosa semplice
un gioco da bambini
dove non si vince nulla
gli adulti lo rovinano
mettendo in palio se stessi.