Ti regalo la mia mano

Ti regalo la mia mano
Puoi usarla quando vuoi
Può scaldare la tua mano
Aprire una porta che non riesci ad aprire
Sa svitare coperchi bloccati
Scartavetrare un muro
La puoi usare per accarezzarti
Puoi far viaggiare le tue dita sulle mie vene
O leggerne la storia tra le sue linee
Puoi indossare i suoi anelli
Puoi usare le sue dita per contare
Se ti perdi chiedile di portarti a casa
Se hai paura chiedile di difenderti
Puoi farne tutto ciò che vuoi
Tranne che chiederle
Di farti del male.
Perchè non ne è capace.

Ti ho cercato

Ti ho cercato
Dio sa quanto ti ho cercato
Come si cercano chiavi di casa perse nella neve
Seguendo le mie orme che stanno scomparendo
Con lo sguardo fisso a trovare un indizio
Fino a scoprire nel bianco
Una piccola ombra scura
Rimanendo fermo per un attimo
A godermi la speranza
Che in quella piccola ombra scura
Si nasconda
La possibilità
Di tornare
A casa.

Non mi chiedere il perché

Non mi chiedere il perché.
Risponderei in maniera stupida.
C’è qualcosa di bello nell’inspiegabile.
Tu non hai saputo dirmi come mai non ami il gelato al cioccolato.
Io non saprei dire perchè mi piace il gusto di fragola.
Non so nemmeno perché amo i lupi pur sapendo che hanno una pessima reputazione.
Credo sia per il fatto che preferisco chi mostra i denti per avvertirti rispetto a chi sorride per fotterti.
Lo vedi.
Ti ho risposto senza volerlo.
Ed è la risposta migliore che potessi darti.

Te ne sei andata

Te ne sei andata
lasciando la luce accesa
stanotte non la spegnerò
dormirò con la tua ombra sul muro
una mano sotto il cuscino
impugnando il tuo ricordo
come fosse un gelato
nelle mani di un bambino.

Se bastasse

Se bastasse amare per essere amati,
Se bastasse guardare per essere guardati,
Se bastasse toccare per essere toccati
Avrei risolto il problema della mia solitudine
Amandoti
Guardandoti
E toccandoti.
Ma il gioco ha regole diverse
E se ti nascondi verranno a cercarti
E se non guardi verrai visto
E se non tocchi si faranno toccare.
Io mi sveglio la mattina
Osservando la mia mano che ancora dorme
E sembra chiudersi su altra mano
Pronta ad afferrare il sogno
Di un amore che capovolge le regole,

Scrissi questa poesia che avevo sedici anni.
Periodo in cui presi coscienza di come al mondo trionfassero i figli di puttana.
Fu una scoperta che mi lasciò senza fiato. E forse qual fiato lo sto cercando ancora adesso.
E comunque scrissi questa poesia nel tempo adolescenziale in cui è giusto scrivere poesia per non lasciarsi tramortire dalla prosa:

Al ritorno sotto Pont Mirabeau

Tornai ai luoghi piu’ scuri
ricolmo di schifo e di vomito
e trattenni i conati
solo per questioni d’onore,
ma sbagliavo.
Tornavo mentre il popolo
rinchiuso da sbarre di sale
rosicchiava libertà
senza sapere cosa fosse.

E sui sentieri bui
incontrai mille volte
lo stesso urlo di civetta
che m’ordinava di continuare
a morire uccidendo gli altri.
Per lei era un gran guadagno.

Mentre le strade si allargavano
all’orizzonte, i miei occhi
morivano nel fissare luci
o miraggi che proiettavano
ombre di gente
che è sempre stata tale.

Portavo con me la consapevolezza
di mille delitti, e li amavo
come non ho mai amato
una donna, che del delitto
non ha il mistero, ma solo
la parte peggiore: il pericolo.

I libretti rossi e i vangeli li ho perduti
usandoli per riscaldare
il mio corpo già caldo,
credetti all’inferno, poi
tutto finì nelle rosee
previsioni di una maga
che mi disse: “Felicità”.
Quale?

Per questo il mio cammino
sarà ancora lungo.
Per questo non finirà mai.
I ritorni sono eterni
più del tempo
e ci spengono
come candele che toccano
il ferro e si rivolgono
alla cera colata
per avere un attimo in più.

E dalle mille sirene
che mi cantarono poesie
io imparai la mia arte
e cominciai ad odiarla,
sulle spiagge dai troppi
scintillanti riverberi
io capii la falsità
trovando cocci di vetro.

E ora mi dicono
che abbassando la testa
si supera qualsiasi ostacolo
anche le dittature e gli insulti
per questo ho visto gente
col capo mozzato
per questo non voglio
accettare il consiglio.

In mezzo a questa confusione
di “maledetti”
non trovo una mia collocazione
e sulle seggiole occupate
d’un ballo serale
cominciano a crescere
troppi poeti;
tanti da chiedermi
se mi convenga
ancora essere tale.

Mentre i versi si allargano
sulle case popolari
sui palazzi
nelle ville
le lacrime
coprono di movimento
e di macchie
i fogli pieni
e sporchi di unto.

Tra questa enorme confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non posso che lasciarmi andare
abbandonato ai racconti
di sempre
ai grigiori di sempre,
raccontando il viaggio
del mio sangue e della mia memoria
e non pregando mai
per descrivere la mia morte.

La mia attiva indifferenza
è sintomo di tragica fatalità
godete il tremolio del mare
prima che sia tempesta
perché di questa confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non rimarrà che cera colata.

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio.
Il corpo che mi contiene.
Un oggetto da trattare con cura.
Tagliarsi le unghie.
Lavarsi.
Tenerlo in movimento.
Vestirlo e svestirlo.
Metterlo a letto.
Nutrirlo.
A volte viziarlo.
A volte sgridarlo.
Come fosse una moto
per il motociclista,
gli sci per lo sciatore,
o la corda per l’alpinista.
Barattolo che forse contiene l’anima
e chissenefrega se perdi l’anima
mi preoccupa la fine del barattolo.
Ogni volta che mi addormento
lo dimentico aperto sul davanzale della cucina
e lo ritrovo la mattina dopo
svuotato come se fosse passata un orsa
a leccarsi tutto il miele.
Già.
Il miele.

Non è una poesia

io scrivo e te leggi
io esisto e tu esisti
come se fosse facile
da capire
cosa significa
esistere
io scrivo
acqua
e tu la immagini
e se prendo una pietra e la butto nel pozzo
tu quanto tempo ci metti a sentirne il tuffo?
non so chi sei
ma so che sei stata piccola
e che un giorno sei inciampata
ti sei fatta male
e non sapevi se piangere
o provare a dimostrare che sapevi non piangere.
io qua
tu da qualche parte
la distanza è un ponte sospeso nel vuoto
basta non guardare in basso
e ricordarsi che basta toccarsi
per provare che si è cosi’ vivi
che non si potra mai dubitare di esserlo stati
e che nessuna fine è cosi’ forte
da poter cancellare
cio’ che è stato.

(non è una poesia, è che vado a capo quando cazzo mi pare)

Io vorrei

Io vorrei
Che tu mi pensassi
Ogni volta
Che hai voglia di pensare
A qualcuno
Che ti ha capito
E vorrei
Che ti venisse ancora voglia
Di fermarti
Durante un viaggio
Per ascoltare
Il rumore
Della pioggia
Che batte sui finestrini
Poi vorrei
Che la fine
Si trasformasse in inizio
E che la mia anima
Fosse
Capace di innamorarsi della tua anima
Per avere una speranza
Che sia per sempre
Ma per sempre
Davvero

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio.
Il corpo che mi contiene.
Un oggetto da trattare con cura.
Tagliarsi le unghie.
Lavarsi.
Tenerlo in movimento.
Vestirlo e svestirlo.
Metterlo a letto.
Nutrirlo.
A volte viziarlo.
A volte sgridarlo.
Come fosse una moto
per il motociclista,
gli sci per lo sciatore,
o la corda per l’alpinista.
Barattolo che forse contiene l’anima
e chissenefrega se perdi l’anima
mi preoccupa la fine del barattolo.
Ogni volta che mi addormento
lo dimentico aperto sul davanzale della cucina
e lo ritrovo la mattina dopo
svuotato come se fosse passato un orso
a leccarsi tutto il miele.

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