Una storia

Lo specchio ribalta la situazione avvertendomi della presenza di un intruso che è entrato nella mia camera da letto.
Faccio finta di niente, attendo che si avvicini, poi, quando è a portata di braccio mi volto di scatto piantandogli lo spazzolino da denti sotto il collo.
Con una spinta lo sbatto sul pavimento, gli monto addosso.
“Chi cazzo sei?” Gli dico.
“Mmmmmm….”
“Chi cazzo sei?”
“Se noooon tttoooogliiii lo spazzzzzzolino….
Allento la pressione.
“Chi cazzo sei?”
“Sono Valter…”
“E chi cazzo è valter.”
“Sono io.”
“Chi cazzo sei tu…”
“Lasciami andare e ti spiego.”
Faccio per alzarmi e il bastardo mi salta al collo, gli do’ una gomitata nella stomaco, due calci nel culo mentre sta cadendo, poi gli sono di nuovo sopra.
“Vieni fuori.”
Lo prendo per il cappuccio della merdosa felpa che indossa e lo porto fuori.
“Come cazzo hai fatto ad entrare?”
“La porta era aperta.”
“Cazzo vuoi…”
“Tu…”
“Io cosa?”
“Tu sei un bastardo.”
Gli mollo un bel durone nella gamba.
“Chi è il bastardo?”
“Tu sei il bastardo, hai scopato la mia donna.”
Per un attimo mi chiedo chi sia la donna di questo coglione.
Poi cambio pensiero.
“Tua donna sto cazzo, cos’è le donne le compri al mercato? Hai un contratto d’acquisto? Nessuna donna è tua…capisci?”
“Mmmmm”
Calcio nel culo.
“Mi capisci ora.”
“Non dovevi chiavarti la mia donna…dopo sette anni che stiamo insieme.”
“E che cazzo volevi farmi.”
“Vederti.”
“E ora che mi hai visto.”
“Hai la faccia da cazzo che mi aspettavo.” E sorride.
Cazzo no, non doveva sorridere, quel sorriso ha allentato la mia presa, lo appoggio contro il muro, lui mi guarda, dice.
“Ma a te non è mai successo?”
“Cosa?”
“Che una stronza che sta con te si scopi qualcun’altro e tu vuoi vedere la faccia di questo bastardo che si è portato a letto la tua donna.”
“Ma io non so nemmeno chi sia la tua donna.”
“Barbara.”
“Barbara cosa?”
“Si chiama Barbara.”
“No, non ho trombato con nessuna Barbara, non almeno negli ultimi cinque anni. E come sarebbe questa Barbara?”
“Bionda, tipa un po’ fuori di testa, ha i capelli biondi….e due ciocche blu….”
“Silvia.”
“Chi è Silvia?”
“Una bionda, completamente fuori con due ciocche blu e….”
“E cosa???”
“Niente.”
“Cosa niente…cosa cazzo stavi dicendo.”
“Simpatica… è simpatica… e comunque si chiama Silvia.”
“Ti ha riempito di palle, si chiama Barbara. L’hai trombata?”
“Forse.”
“E i messaggini…”
“Quali messaggini?”
“Cazzate del tipo “sei bellissima”, “mi hai fatto impazzire”, “quando ti rivedo”.”
“Mai mandato messaggini a Silvia…che mi ricordi…”
“328 073…430, e’ il tuo numero?
“Si.”
“Sei una merda.”
“Senti, a parte il fatto che per quel che ne sapevo io Silvia non era fidanzata, ma cosa cazzo vuoi da me?”
“Vederti, vedere quale faccia di merda mi ha trombato la ragazza.”
“Bene, ora che hai visto questa faccia di merda puoi portare via i coglioni.”
“Tanto è tornata.”
“Bene.”
“E ora ci amiamo piu’ di prima.”
“Sono contento.”
” …e mi ha detto che con te è stata una scopata di merda.”
“Davvero?”
“Giuro.”
“Chi l’ha detto?”
“Barbara.”
“Beh,basta che non l’abbia detto Silvia.”
“Cazzo, Silvia è Barbara.”
“L’importante è che non l’abbia detto Silvia, se l’ha detto Barbara a me va bene.”
“E’ la stessa cosa.”
“No stronzo, non è la stessa cosa. Barbara è la tua fidanzatina, che vive con te da cinque anni…o sei……cazzo me ne importa, è quella che tu hai portato dai genitori, quella che hai promesso di sposare nel paesino dove sei nato, quella che ormai è piu’ un amica che un amante, quella che non vuoi che esca con le sue amiche, quella che è nella fotografia con te accanto a Cortina, tu in completo da sci azzurro, lei con quei paraorecchi rosa, quella che ti prepara le uova strapazzate….vai pazzo vero per le uova strapazzate? E’ quella a cui non l’hai mai leccata, quella che scopi velocemente perchè poi inizia la domenica sportiva e devi sapere quello che è successo all’inter, quella che ti viene a prendere in ufficio alle sette e mezzo e in macchina dall’ufficio a casa gli racconti come è andata la borsa e come è stato vantaggioso comprare le azioni Alitalia e rivenderle il giorno dopo, è quella che ti ha accompagnato sabato scorso a vedere quella specie di BMW che non si capisce se è un fuoristrada o una macchina da corsa, e tu le hai detto che è perfetta per portare bambini, i vostri futuri bambini. Barbara è quella che quando ti sei presentato le hai detto che non capisci come facciano le fighe a trombarsi i poveri, ed è sopratutto quella che lasci in camera quando sei in salotto a tirare coca con i tuoi amici.”
“Chi cazzo ti ha detto queste cose?”
“Me le ha dette Silvia. che è quella con qui ho fatto l’amore tre giorni fa, che è salita sulla mia cazzo di Volvo mezza scassata, e si è messa a ridere quando ha sentito che casino faceva la marmitta scassata, Silvia, che è quella che non ne puo’ piu’ dei fighetti che vanno a Cortina a mostrare i loro fuoristrada nuovi, Silvia, hai presente quella che tiene per il Milan e pensa che gli interisti siano tutti un po’ sfigati, quella che odia cucinare e che non capisce un cazzo di movimenti finanziari, azioni e investimenti, quella che dice che è troppo giovane per fare figli e che sopratutto mi ha confessato di essere prigioniera di un fidanzato violento, possessivo e rompicoglioni.”
Afferro lo stronzo per il collo.
“Siete tornati insieme…?” Gli chiedo.
“Si…..iiiii”
“Sei sicuro…rispondi…siete tornati insieme?”
“Veramente….io voglio che lei torni con me….”
“E lei?”
“Lei è da una amica…e’ una settimana che non la vedo.”
“E la chiami trenta volte al giorno minacciandola e rompendogli i coglioni.”
“Non è vero.”
Stringo.
“Si…e’ cosi’.”
“Come ti chiami?”
“Valter.”
“E’ vero…bene Valter se tu rompi ancora i coglioni a Silvia…”
“Barbara.”
“…se rompi ancora i coglioni a Barbara, o a Silvia io ti spacco in due.”
“Va bene.”
“Va bene, cosa?”
“Va bene, non la chiamo piu’.”
“Sicuro?”
“Giuro.”
“Giuralo sulla cocaina e sui soldi che sono la cosa a cui tieni di piu’ al mondo.”
“Lo giuro….”
“Su cosa?”
“Sulla cocaina e sui soldi.”
“Bravo.”
Gli lascio il collo.
Lui si rimette a posto la felpa, fa per dire qualcosa…
“Non ho sentito?” Dico.
“Comunque….”
“Comunque che cosa?”
“Niente”
“Ora fuori dai coglioni.”
Lo accompagno tenendolo per il braccio fino alla sua cazzo di BMW tirata a lucido.
“Bella macchina.”
“Lo so.”
“Sarebbe un peccato ritrovarla sfasciata.”
“Ho già capito, non c’è bisogno che sfasci la macchina.”
Valter sale sull’auto, mette in moto e se ne va.
Tutto questo un po’ di tempo fa.
Nei giorni dopo il fatto ho rivisto Silvia, che ho cominciato a chiamare Barbara, lui è sparito dalla sua vita, lei per un po’ ha abitato con una sua amica, a volte stava da me.
Poi una sera ad una festa all’old fashion ha incontrato un fighetto stile camicia inamidata e doppiopetto cucito su misura e naturalmente porsche parcheggiata fuori.
Si è fidanzata con lui.
“Almeno lui non tira.” Mi diceva.
Non me la faccio piu’ da quando me lo presento’ con un aria da gatta morta che tiene ben stretto un uccellino impaurito tra le zampe.
Aveva la faccia da bravo ragazzo, e non si trombano le fidanzate dei bravi ragazzi.

In South Dakota

Anni fa mi trovavo in South Dakota.
Ero a Pine Ridge, cittadina dove regna la poverta’ assoluta.
Mi trovavo da quelle parti per andare a visitare Wounded Knee, luogo dell’ultimo massacro di indiani avvenuto nel 1890.
Feci un salto anche sulla tomba di Nuvola rossa, grande capo Oglala.
Una mattina mi trovavo a fare colazione in uno squallido ristorante.
Il caffe’ era annacquato, i biscotti erano duri come la pietra, la donna indiana che mi serviva mi guardava come per dirmi: “Che cazzo fai tu qui?”
Accanto a me si siede un tizio con i capelli lunghi, bianchi, legati dietro.
Ordina un uovo strapazzato, poi si gira e mi guarda.
Lo saluto.
Lui mi saluta:
Yellow bird. Mi dice.
Guido. Rispondo.
E ride.
Io rallento nella mia colazione.
Arrivano le uova.
Rimaniamo seduti al bancone per un quarto d’ora.
Poi si volta e mi dice:
Ti piacciono gli indiani vero?
Si. Rispondo.
E cosa ti piace degli indiani? Chiede.
Mi piace la loro filosofia di vita.
La nostra filosofia di vita…. e sorride mostrando i pochi denti rimasti.
Sorrido anche io.
La vuoi conoscere una storia. Mi chiede.
Certo.
Allora vieni con me.

Mi chiede di seguirlo.
Usciamo dal ristorante (chiamarlo ristorante e’ troppo, ma non saprei come altro chiamarlo), lo seguo, arriviamo davanti a una vecchia Jeep scassata.
Vuoi fare un giro?
Un giro con Yellow Bird?
Avrei voluto dire di no, ma ho detto si.
Salgo sulla Jeep. Faceva un freddo cane. Yellow Bird prende dai sedili posteriori una coperta e me la passa.
Copriti, mi dice e sorride.
Usciamo da Pine Ridge, dopo venti minuti arriviamo alle Black Hills.
Parcheggia.
Andiamo.
A piedi? Gli chiedo.
Lui non risponde e sorride. Io lo seguo.
Dopo qualche minuto arriviamo di fronte a una vecchia roulotte.
Yellow Bird bussa alla porta.
Nessuno risponde.
Non c’è nessuno. Dico.
E’ dentro. Risponde sorridendo.
Bene.
Mi ha detto di sedermi. Lui si e’ seduto di fianco a me.
Dopo un quarto d’ora la porta si apre.
Esce un vecchietto con un paio di ray ban da sole.
La prima cosa che mi sono chiesto e’: ma quanti anni avra’?
E non ho saputo darmi una risposta.
Poteva averne sessanta come duecento.
White Plume. Dice Yellow Bird.
Poi guardando il vecchietto dice: Guido.
Poi altre parole in dialetto indiano.
Il vecchietto ride.
Hai delle sigarette? Mi chiede Yellow Bird.
Tiro fuori una sigaretta dal pacchetto.
Yellow Bird sorride, scrolla la testa, prende la sigaretta e me la infila tra l’orecchio e la testa poi prende l’intero pacchetto e lo passa a White Plume.
Il vecchietto ride e si inchina per ringraziarmi.
Poi fa segno di entrare.
Dentro c’è una confusione incredibile.
Una confusione di stronzate.
Bicchieri, taniche di aranciata, dreams cathers, penne, fogli di carta disegnati, portaceneri, cuscini colorati e una televisione che fa intravedere da un segnale pessimo un cartone animato.
White Plume mi fa segno con la mano di sedermi su una seggiola che secondo me se mi siedo si spacca.
Mi siedo.
Non si spacca.
Yellow Bird dice altre cose in una lingua sconosciuta al vecchietto.
Lui sorride.
White Plume mi guarda in silenzio per cinque minuti.
Non dice una parola. Sorride e basta.
Poi prende un bastone e me lo passa attorno come se disegnasse la silouetthe del mio corpo.
Poi prende della cenere e la lancia per aria.
Accende un ramoscello di qualche pianta che non conosco, ne esce del gran fumo che ci fa tossire tutti.
Sono avvolto da una specie di nebbia per qualche minuto, poi la nebbia si dissolve.
White Plume parla nella sua lingua e Yellow Bird traduce.

Oggi la gente cerca la conoscenza, non la saggezza.
La conoscenza è legata al passato, la saggezza appartiene al futuro.

Solo queste parole.
Poi inchina di nuovo la testa e sorride.
Yellow Bird mi fa segno di alzarmi.
White Plume ci accompagna alla porta.
Mentre andiamo verso la macchina White Plume rimane fermo sulla porta a guardarci.
Naturalmente sorride.
Arriviamo alla macchina.
E poi di nuovo a Pine Ridge.
Di fronte al ristorante Yellow Bird mi saluta, poi mi richiama indietro e mi dice:
Farai della strada oggi. Guida prudente c’è un luogo che ti aspetta, e quel luogo, qualunque sia, diventerebbe triste triste se non ti vedesse arrivare.

La saggezza appartiene al futuro.

Ma quanto ne sanno quelli che sanno

Ma quanto ne sanno quelli che sanno.
Le loro certezze granitiche inducono alla tentazione di mandarli a fare in culo.
Immaginandoli nudi questi intellettuali assomigliano a rospi piu’ o meno panciuti con gambette mingherline e un enorme testa che da l’impressione di un incredibile intelligenza incapace di compensare il ribrezzo che provoca la loro vista.
Sono teatranti, scrittori, filosofi o giornalisti che seduti sugli sgabelli dei talk show quotidiani collezionano minuti di visibilità sperando di trasformarli in scopate.
Credono che dove non arriva l’uccello puo’ arrivare la cultura.
Mi dispiace ma non è cosi’.
Nessuna citazione ve lo allungherà, nessuna biografia imparata a memoria vi procurà un erezione a comando, e poi smettetela con gli intercalari,
“Come dire?”
“Dico bene?”
“Vi pare?
“Diciamo”
“Essenzialmente”
“E perchè no?”
“In conclusione”
“Per cosi dire”
Si capisce che state prendendo tempo, che dovete pensarci, perchè non avete il senso dell’istinto.
Non c’è nulla che sappiate fare senza pensarci.
Prigionieri di un filo logico senza il quale siete perduti.
Sto rivalutando coloro che ignorano per la loro capacità di fare ancora ipotesi senza la zavorra di una formazione intellettuale che comunque vada non è mai anarchica ma sempre prigioniera di pregiudizi.
Gli indiani americani delle pianura non conoscevano la scrittura, cio’ che sapevano lo imparavano ascoltando e vivendo.
Avevano una saggezza cosi’ profonda che nessun intellettuale contemporaneo potrà mai raggiungere.
Perchè alla fine in un mondo semplice basta sapere cose semplici.
E se il mondo è complicato lo è soltanto perchè a qualcuno fa comodo rendere difficili le cose facili per venderne poi le soluzioni.
E dal profondo del cuore, intellettuali, colti, conoscitori di tutte le date importanti, delle parole difficili, voi che vi siete presi la briga e di certo il disgusto di studiare tutti gli articoli della costituzione, a voi che avete molto da insegnare e nulla da raccontare, a voi vi mando sonoramente a fare in culo.

(le eccezioni hanno il merito di confermare la regola)

Metal Box

(il passato spunta da una scatola in metallo vintage come un pagliaccio a molla che non resiste al giro di manovella, e tu non puoi farci nulla se non sorridere)
Esiste un momento sospeso nel vuoto, un attimo di tempo che cammina sul filo come un equilibrista ubriaco.
Esiste un attimo in cui la coscienza si arroga il diritto dell’eterno.
Come se un illuminazione improvvisa ci mostrasse il perché di tutte le cose.
Un equazione matematica che dimostri in maniera indiscutibile che l’anima è un centro di energia capace di resistere al tempo e allo spazio.
Spunterebbe un sorriso, simbolo di rilassamento, finalmente poter godersi in pace questo soffio che non si sa da dove viene e dove va.
Mentre il passato è sempre qui vicino a me, come una presenza silenziosa capace di assordare.
Sento il suo respiro che mi ricorda il sussurro del legno che brucia.
Guido Prussia

Da piccoli

Da piccoli si hanno le idee chiare, si sa perfettamente con quale bambina si vorrebbe passare il resto della propria vita.
Nessun dubbio.
A me piaceva quella del primo banco centrale, si chiamava Cinzia e cercai di conquistarla condividendo con lei il panino della ricreazione.
Io ero seduto negli ultimi banchi e passavo le ore controllando quante volte si girasse verso di me.
Non si girava mai.
Ma era normale.
Non è che le cose belle si conquistano facilmente.
Questo l’avevo già capito.
La cosa piu’ bella di quell’amore è che non c’erano cose da fare.
Non bisognava baciarci, ne toccarci, a quell’età mica pensi al suo corpo, pensi solamente che è bellissima, e se qualcuno mi avesse chiesto: “perchè è bellissima?”.
Avrei risposto:
“Non lo so, ma lo è.”
Finita la scuola io salivo sulla macchina dei miei e lei saliva sulla macchina dei suoi, ogni giorno prendevamo direzioni differenti verso vite misteriose, la mia camera e la sua camera, mio padre e suo padre, quello che mangiava lei e quello che mangiavo io.
Adesso quando si parla d’amore io mi sento in imbarazzo.
Come se si parlasse di che tempo farà fra un anno o di quando gli alieni invaderanno la terra.
Non so da dove cominciare, pero’ mi viene in mente la felicità di quando vedevo Cinzia accettare la metà del mio panino.
Invidio quelli che ne sanno molto.
Quelli che amano da grandi. Quelli che sanno declinare il verbo amare in tutto le forme, dal passato al futuro con una strana predilezione per la forma interrogativa e per l’imperativo.
Io cerco di capire il segreto.
Li osservo.
Li guardo quando si abbracciano, quando si baciano, ci deve essere penso, una strategia, in questa santa alleanza.
E non capisco.
Ho solo un intuizione.
Le alleanze servono a sconfiggere nemici.
E chi possono essere questi nemici?
Forse la solitudine, forse la paura del futuro, forse le convenzioni sociali ed etiche.
Forse la paura di una memoria non condivisa, forse c’è bisogno di qualcuno o di qualcuna che ci convinca che siamo esistiti.
Ed è per questo che quando vedo la rappresentazione di un amore io mi commuovo come un coglione.
Mi commuove la mamma che abbraccia sua figlia, il marito che abbraccia la moglie, e il cane che corre verso il suo padrone.
Credo che a commuovermi sia il trovarmi di fronte a un sentimento di cui non so nulla.
Ho amato e sono stato amato, ma sempre con quel sospetto che si deve a uno sconosciuto.
Da piccolo però avevo le idee chiare.
Avrei passato la mia vita con Cinzia che aveva accettato la mia proposta di dividere la merenda.
Finite le elementari i genitori di Cinzia cambiarono città e lei cambio’ scuola.
Senza di lei potevo mangiare da solo tutto il mio panino, nonostante questo quando il panino finiva avevo piu’ fame di quando lo dividevo con lei.
Fosse questo l’amore?
Guido Prussia

La verità

17434964_10212130037542918_1544910415703355666_oLa verità
È goccia sul vetro
La mano della bambina
La trasferisce sul suo polpastrello
E la succhia
Senza dissetarsi
Semplicemente rinfrescando
La lingua arsa.

Guido Prussia

Mi manca

Mi manca
La prova
Che tutto cio’
Che mi sta accadendo
Sia qualcosa di vero.
Mi manca
La controprova
Della tua opinione
Paragonata alla mia.
Mi manca
Quello spazio
Sotto le lenzuola
Che tu riempivi
Con il tuo corpo.
Mi manca
Il sorriso ingenuo
Del bambino
Che ha vinto
Una scommessa
Scommettendo
Su se stesso.
Mi manca
L’orizzonte aperto
Che concede innumerevoli
Vie di fuga.
Mi manca
Quella sensazione
Che il tempo
Non abbia mai fine.
Mi manca
Il poter pronunciare
Quella manciata di parole
Che girano intorno
Al sentimento amoroso
Quel mucchio disordinato
Di suoni
Che ti portavano
A colmare
La distanza
Fra me e te.
Mi manca
La musica ispirata
Da un intuizione.
Mi manca
Il cane in fondo al letto
E le fughe di notte
Che solo il cane conosceva.
Mi manca
La sigaretta del dopo cena
Quella che non faceva male
Perché non c’era scritto
Da nessuna parte.
Mi manca
Il dondolare sul materassino
In mezzo al mare
Con lo sguardo
All’altezza delle onde
E le onde che nascondevano
La spiaggia
Ed ero naufrago
Per fantasia.
Mi manca
La paura di mio padre
Che voleva salvarmi da tutto
Ed il mio coraggio
Che voleva essere messo alla prova
Ogni giorno.
Mi manca
La gioventu’ di mia madre
E le botte con mio fratello
Le partite di calcio
E l’autobus numero 33.
Mi manca
Quella collezione di amici
Con cui si parlava di ragazze
Come i pirati
Parlano
Di terre da conquistare
E tesori da nascondere.
Mi manca
Il sudore nelle mani
Che per la prima volta
Si allacciavano alle tue mani
E lo sfregare delle dita
Sui jeans
Per cercare di rendere
La pelle
Priva di emozioni visibili.
Mi manca
Il vecchio telefono
Casalingo
Che dovevi aspettare
E le attese
Per sentirti
Che rendevano indimenticabile il sentirti.
Mi manca
La timidezza della televisione
Che rese indimenticabile
La prima volta che vidi il tuo seno.
Mi manca
L’impegno politico
Disordinato
Scollegato
Da tutte le invidie
Legato
Alle idee
Acerbe
Di chi crede ancora
Che le idee
Si possano trasformare in ideali.
Mi manca
La voglia
Di disubbidire.
Mi manca
Tutto cio’ che il tempo
Ha corrotto
Non per colpa del tempo
Ma per l’ignobile uso
Che gli uomini hanno fatto
Di tutto questo tempo
Che è stato
E non sarà mai piu’.
Guido Prussia
Nella foto il mio van al tramonto dopo una delle tante, indimenticabili, giornate on the road.
(che torneranno presto)

Troppa luce

Troppa luce.
Puoi per favore andare a spegnere la luce.
Ho voglia di stare da solo e la luce illumina quel tavolo pieno di cose.
Evitiamo le metafore, i giri di parole.
Prova a scrivere qualcosa che tutti possano capire.
Se non sanno di cosa accusarti ti accusano di essere solo.
E sei solo, inequivocabilmente, indubbiamente, inconfondibilmente.
L’alternativa ti si presenta crudele.
Bastarda immaginazione.
Nella casetta delle bambole ti metti sdraiato sul tappeto, giochi alle macchinine con tuo figlio, lei sta facendo qualcosa da mangiare.
Poi la sposti in bagno sotto la doccia, tu ti metti seduto alla scrivania con qualche foglio davanti, il bambino lo vesti con un pigiama e lo metti nel letto.
E dagli questa buonanotte.
Ma mi sento coglione a dare la buonanotte a un bambolotto.
Fregatene. Dagli la buonanotte.
Buonanotte.
Immaginate la mia faccia illuminata dal monitor e attorno buio, finestre aperte su una strada stretta di paese, i cani sul divano e cose.
Cose che riempiono lo spazio non riuscendo a riempire il tempo.
Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e di accusarvi di qualcosa?
Ritrovarvi giudici di voi stessi, con quell’indecisione se condannarvi o giustificarvi.
Sentire che il burattino che siete non ubbidisce piu’ ai vostri comandi.
E cercare con tutte le forze un motivo per quello che siete.
Fortunati i soldati.
Io sono un disertore.
Non decido di non farlo, non posso farlo.
Non decido di non essere, non posso esserlo.
Di notte mi addormento con la radio accesa ascoltando chiunque racconti qualcosa.
Se ho del silenzio da riempire lo riempio di storie fantastiche e non dormo piu’.
Ho bisogno di storie altrui per mettere a tacere le mie.
Ormai so che le mie storie non si avverano mai e immaginarle mi fa stare male.
Un attimo.
Perchè scrivo queste cose?
A chi le sto dicendo?
Chi cazzo sei tu che le stai leggendo?
Quanta voglia hai di abbracciarmi o di mandarmi a fare in culo?
Ti sto sul cazzo?
O ti faccio pena.
Fondamentalmente,
amo la parola “fondamentalmente”,
fondamentalmente scrivo per necessità, la stessa quotidiana necessità di bere, mangiare, andare in bagno e credere che non finirà mai sapendo perfettamente che finirà.
A volte con un punto .
A volte con un punto e virgola ;
A volte con una virgola ,
A volte senza niente
Guido Prussia

Il problema della razza

Il problema della razza è mal posto.
Richard Lewontin fu il primo genetista a smentire l’esistenza di differenti razze umane.
Ma fu anche lui a indicare l’esistenza di un altro tipo di razze, e sono quelle che risiedono nel cervello.
Ed è per questo che quando vedo dei tifosi di calcio darsi un sacco di botte io penso di non appartenere alla loro razza.
E lo stessa cosa mi viene in mente osservando gente che sgomma al semaforo o non si ferma alle strisce pedonali.
Non appartengo alla razza di chi pensa che l’amore sia possesso e non appartengo alla razza di chi non avendo idee si affida alle ideologie.
Attenzione.
Non mi ritengo superiore.
Semplicemente diverso.
Diciamo che scientificamente parlando io mi pongo nel gruppo “wild type” e cioè razza selvatica che ci differenzia dagli umani non presenti allo stato libero.
Ora il problema e’ che il gruppo “wild type” ama accoppiarsi con chi ha le sue stesse caratteristiche ed è per questo che sono in via d’estinzione e spesso si aggirano solitari come lupi in cerca di un nuovo branco.
No, non illudetevi che l’essere bianchi vi renda diversi dai neri, o l’essere gialli vi possa distinguere dai rossi.
Un nero cresciuto tra i bianchi è bianco, e un rosso cresciuto tra i gialli è un giallo.
Ma un lupo cresciuto tra i cani rimarrà sempre lupo.
L’importante è saperlo.
Se non guardate troppa televisione, se non amate i luoghi affollati, se vi fa paura perdere il controllo, se vi sentite soli, se quando in piedi fuori da un bar con un bicchiere in mano vi sembra di essere dei coglioni, se vi annoiate spesso, se vedete bene al buio e vi da fastidio la luce, se quando si parla d’amore vi chiedete di cosa si stia parlando, se avete sempre voglia di togliervi le scarpe, se provate un senso di protezione per cuccioli e per chi è piu’ debole di voi e se quando piove non usate l’ombrello non preoccupatevi.
Siete dei “wild type”.
Farete paura anche se non siete pericolosi.
Non hanno paura di voi, hanno paura di scoprire che esiste qualcosa di diverso da loro.
Guido Prussia

L’amore ai tempi del gettone

C’era qualcosa che tremava all’interno dello stomaco.
La paura che i gettoni non bastassero a dire tutto quello che si aveva in mente di dire.
La paura che la cabina fosse occupata.
Perché’ la voglia di parlarti era tanta, e soprattutto non si poteva chiamare dopo le nove e mezza.
Avessi trovato un chiacchierone rischiavo di rimanere senza le tue parole.
L’amore ai tempi del gettone era lo spazio in fondo all’autobus.
Con la testa appoggiata al vetro a guardarti mente mi allontanavo.
Nessun cellulare, nessuna fotografia a portata di mano, nessun messaggio da mandare tre secondi dopo averti lasciata, si fotografava con la mente, si mandavano messaggi col pensiero e che il pensiero dimenticava.
La memoria era l’unico hard disk su cui registrare le emozioni e la memoria ha quel grande merito di gestire i ricordi rimescolandoli come farebbe un abile cuoca.
Un pentolone dove rimestare il sapore di un bacio, il ricordo di uno sguardo, la sensazione delle tue mani nelle mie e milioni di promesse.
E la cuoca “memoria” ti sfornava una torta che ogni volta aveva un sapore diverso, un sapore meraviglioso di incertezze e passione, di sogni e bisogni, di tenerezza e paure di perdersi.
L’amore ai tempi del gettone erano corse in motorino per sorprenderti al tuo arrivo a casa, erano canzoni che si legavano al tempo e il tempo che si legava alle canzoni creando una navicella spazio temporale che ti permetteva di viaggiare nel passato semplicemente ascoltando un disco.
Se hai vent’anni farai fatica a capirmi, come si poteva vivere senza la possibilità di disdire un appuntamento all’ultimo momento tramite sms?
Come era possibile non aver la possibilità’ di sfogliare una galleria di immagini che mi rendesse certo di aver vissuto?
Come si poteva amare basandosi sulla fiducia di una promessa e non sul controllo a distanza tramite connessione ad alta velocità’?
Era possibile, come e’ stato possibile cercare l’acqua in un pozzo o il cibo in un branco di bisonti.
Era cosi’ possibile che sembra assurdo che in pochi anni l’uomo abbia scordato le sue abilita’ primitive.
L’amore ai tempi del gettone era la possibilità’ che i gettoni finissero e che tutto ciò’ che avrei voluto dirti rimanesse aggrappato a un ramo del tempo che sarebbe fiorito il giorno dopo.
Guido Prussia