Cos’è la felicità?

Cos’è la felicità?
Attenti alla risposta più semplice.
La felicità non è essere felici.
La felicità, per chi lo sa comprendere, è non essere infelici.
La felicità non è realizzare i propri sogni.
La felicità è avere ancora la forza di sognare.
La felicità non è viaggiare ma organizzare il viaggio.
La felicità non è essere amati ma avere ancora la voglia di amare.
La felicità non è essere bambini la mattina di Natale, la felicità è sapere che milioni di bambini stamattina si sono svegliati eccitati e felici per quello che avrebbero trovato sotto l’albero.
La felicità non è altro che la capacità di sentirsi vivi catturando con lo sguardo il movimento del colibrì che succhia vita dalla corteccia dell’albero.
La felicità non è il sesso.
La felicità è l’amore.
La felicità non è lo zucchero ma il cacao.
La felicità non è possedere uno strumento musicale ma imparare a suonarlo.
La felicità non è.
Noi siamo.

Mi sono perso

Mi sono perso.
Ma non per strade sconosciute.
Mi sono perso dentro dove pensavo di conoscermi meglio.
Mi sono perso e mi perdo ancora nella ricerca di spiegazioni che non esistono.
Mi perdo nel cercarmi, mi perdo quando voglio sperare che nessuno mi trovi, mi perdo negli occhi che non mi hanno guardato, nelle braccia che non mi hanno mai abbracciato e negli sguardi che non mi hanno mai visto.
Mi perdo nei dubbi, sbaglio strada volontariamente per non essere costretto ad arrivare, cerco i luoghi che nessuna mappa conosce per sentirmi privo di punti di riferimento, voglio poter pensare che qualche luogo non è stato ancora scoperto e in quel luogo forse troverò quello che cerco.
Mi perdo perché da sempre coltivo il dubbio tra chi dice di avere certezze, cerco le lacrime di gioia, cerco il silenzio che non ti fa dormire, cerco l’assoluto nel relativo.
Voglio smarrirmi come fossi un cane che insegue nel bosco l’odore di una preda e corre, corre, corre perdendo di vista i suoi padroni fino a ritrovarsi di fronte a se stesso e alla sua fame ritrovando la sua anima selvatica che ogni maledetta ciotola quotidiana aveva addomesticato.

Non chiamatelo viaggiare

Non chiamatelo viaggiare.
Chiamatelo spostarvi.
I viaggi sono finiti anni fa.
Sono finiti da quando i navigatori hanno sostituito le cartine geografiche.
Sono finiti da quando lo smartphone ha reso inutile il cercare una cabina telefonica.
I viaggi sono morti con la globalizzazione e non aspetti più di essere in Grecia per mangiare un souvlaki o in America per comperare quelle scarpe di ginnastica che solo in America potevi trovare.
Viaggiare è diventato solo un mezzo per convincerti che quel posto che hai visto su Internet esiste davvero, e tra poco col “metaverso” basterà mettersi un paio di occhiali per camminare su una spiaggia alle Maldive mentre annusi l’odore della bistecca che stai cuocendo per cena.
Quelli che hanno una certa età si ricordano cosa vuol dire viaggiare.
L’emozione di vedere un luogo mai visto prima.
L’emozione di perdersi.
L’emozione di sentirsi davvero stranieri in un paese straniero.
L’emozione di chiedere dove si trovasse quel luogo.
L’emozione di scoprire tradizioni o usanze sconosciute.
L’emozione di gestire un rullino da 20 foto sapendo che ogni foto avrà il valore inestimabile del ricordo stampato e reso eterno.
L’emozione di farsi amici che vivono lontani e raccogliere i numeri di telefono e gli indirizzi in un quaderno per poi scrivere lettere che per arrivare fanno lo stesso viaggio che tu hai fatto per ritornare.
Ricordo quando millenni fa prima del tramonto mi persi dietro una duna nel deserto a sud di Ouarzazate.
Non avevo gps, ne cellulare e aspettai che calasse la sera per veder apparire la stella polare che mi indicava il nord.
E a nord dovevo andare per tornare da dove ero partito.
Oggi pochi viaggiano davvero, molti si spostano.
E condividono i loro spostamenti nel tentativo di impossessarsi del fascino di un luogo per accrescere il loro fascino.
Si usano i viaggi per far vedere quanto si è ricchi, quanto si è coraggiosi o quanto si è stronzi.
Una volta si chiamavo viaggiatori, oggi si chiamano Travel blogger, una volta si tornava ricchi di esperienze vissute, oggi si rimane in vacanza tutta la vita nel tentativo patetico di creare invidia mentre si è intenti ad abbronzarsi le chiappe su qualche spiaggia tropicale.
Ma non chiamatelo viaggiare.
Chiamatelo spostarvi.
Per rispetto di quei pochi viaggiatori che ancora oggi sanno rinunciare alla droga dell’esibizionismo per coltivare l’arte del raccontare senza cedere alla tentazione del raccontarsi.

Il talento è bellezza

Il talento è bellezza ma la bellezza non è talento.
Per questo perdo la testa per la pianista che suona Rachmaninoff o sogno di partire per un viaggio infinito con la scrittrice che ha saputo mostrarmi l’anima nascosta.
Il talento è il fascino che se ne fotte dell’età, è il sapore che cercavi baciando la sua pelle, è l’odore che desideravi sentire sfiorandole il collo.
Il talento è sensibilità, empatia, la naturalezza con cui si trasformano le emozioni in musica o parole.
Il talento è bellezza.
La bellezza non è talento.
La sottile differenza che c’è tra l’essere attratti dalla persona per quello che è o l’essere attratti per quello che appare.
Non lamentatevi della superficialità di cui abusate per compiere le vostre scelte.

Le parole sono una cosa seria

Le parole sono una cosa seria.
Sono suoni che evocano spiriti benigni e spiriti malvagi.
Sono formule magiche che guariscono o fanno ammalare.
Servono per dire la verità o per dire bugie, a volte non servono a nulla e sono gettate via come cibo mai mangiato o abiti mai indossati.
Le parole possono scambiarsi di posto, rimanere le stesse e diventare irriconoscibili, prigioniere di una convenzione o di un pregiudizio.
Sto bene, mi dico, e mi sento di star meglio.
Sto male, e mi sento di star peggio.
Le parole possono farti apparire straordinario anche se non sai fare nulla di straordinario.
O ti fanno sembrare un idiota quando in silenzio sembravi invece così intelligente.
Le parole possono essere zavorra o peso superfluo, possono essere acqua o siccità.
Sono l’unico modo per sentirti vivo e il primo segnale che fa capire quanto tu sia morto dentro.
Le parole sono un astronave che se non la sai guidare ti perdi nello spazio immenso del tuo nulla.
Ma se per caso dopo un eterno vagabondare nell’infinito hai avuto la memoria e l’intelligenza di capirne il meccanismo puoi dirigere la tua astronave verso nuovi mondi da esplorare.
Le parole sono combinazioni sonore che aprono o chiudono porte.
Con l’incredibile potere magico di assumere aspetti diversi a seconda di chi le pronuncia.
Un coglione che dice ti amo non dice nulla.
Un anima sensibile che dice ti amo dice tutto.
Le parole sono una cosa seria.
Così seria da doverne valutare il pulpito prima che la predica.

Non hai trovato nulla

Non hai trovato nulla.
Quell’asse di legno traballante sul pavimento ti aveva illuso.
L’hai sradicata con un piede di porco e hai trovato solo un buco vuoto.
E ora te ne stai seduta su quella seggiola di legno con il culo e la schiena appoggiati su una vecchia imbottitura di velluto azzurro.
Le mani sporche di ruggine e lo sguardo verso quell’inutile illusione.
E non hai nemmeno chiuso la porta.
Entra il vento dell’autunno e l’odore delle foglie bagnate.
Hai lasciato seccare i fiori in un vaso d’argento, hai riempito i barattoli di profumi, hai preparato la tua vita come si prepara una tavola prima della cena.
Se ci fosse qualcosa da mangiare e da bere stasera avresti festeggiato il ritorno che non c’è stato, la neve che non è caduta, la bilancia che non pesa più e la catena appesa alla trave che oramai serve solo a tenere prigioniera se stessa.
Ogni volta mi chiedi perché ti amo.
E ogni volta ti dico che amo come tieni le mani strette tra le gambe, amo i tuoi piedi in bilico con le dita sulla traversa della sedia, amo come guardi il nulla come se ci vedessi tutto.

Il tempo ci divide

Il tempo ci divide.
Divide quello che siamo da quello che eravamo.
Ha allontanato me adulto da me bambino.
Lasciandomi incapace di gestire un eredità scomoda di paure e sofferenze.
Poi un giorno mi sono fermato.
Ho guardato nell’angolo della stanza e l’ho visto.
Un bambino impaurito rannicchiato contro il muro con lo sguardo impaurito.
Mi guardava.
Mi sono avvicinato e ho allungato una mano.
Lui ha afferrato la mia mano grande con la sua mano piccina.
Gli ho detto: “Guido non avere paura. Ora ci sono io a proteggerti.”
Ho visto una lacrima infinita solcargli una guancia. Poi si è tirato su e si è lasciato abbracciare.
Ci siamo abbracciati.
Io ero lui, e lui sarò io.
Il passato che si affidava al futuro.
Il futuro che metteva una medaglia da combattente al petto del passato.
E da allora camminiamo insieme.
Un vecchio e un bambino, uniti dai ricordi di una vita condivisa.
E la guerra è finita.
Da allora abitiamo in una casa dove ci sono libri e fumetti, chitarre e giocattoli, cose di oggi e cose di ieri.
A volte ci guardiamo negli occhi.
Grazie Guido per essermi venuto a prendere.
Grazie Guido per avermi aspettato.
Io grande e io piccolo.
Insieme giochiamo ogni giorno al gioco della vita sapendo che non ci lasceremo mai più.
E il destino è tornato ad essere condiviso come le guerre vinte e le guerre perdute.
Il tempo non ci dividerà mai più.

Tu che ne sai

Tu che ne sai? Tu che ti sei sempre accontentato.
Che ne sai dell’aspettare. Che ne sai della solitudine.
Hai preso barche senza sapere dove ti portassero per la sola paura di dover aspettare quella giusta.
Non ha senso che ti lamenti. Non ha senso che ti getti in pasto ai rimpianti.
Ti vedevo ridere quando salivi a bordo e mi vedevi sulla banchina con il mio zaino, mi hai deriso mentre ti allontanavi verso il mare aperto guardandomi diventare un piccolo puntino nero isolato sul grigio cemento.
Cosa aspetti a fare? Mi dicevi.
Tanto tutte le navi sono uguali. E chissenefrega dove vanno, basta andare.
No, non basta andare.
Io voglio andare su quell’isola e voglio raggiungere solo quella.
Non la troverai mai. Mi dicevi.
Forse hai ragione, ti rispondevo.
Ma non potrai mai sapere cosa significa aspettare quella giusta, tra aspettative e delusioni c’è lo spazio rassicurante della speranza.
E quando arriverà la barca giusta semplicemente mi imbarcherò con la certezza di godermi il viaggio come gode chiunque abbia imparato che in mare aperto ogni orizzonte si assomiglia e a fare la differenza è chi ti aspetta al porto d’arrivo.

Sfogo

Il problema delle parole è che sono date in pasto agli uomini.
Uomini che ne fanno un uso smodato e patetico con il solo scopo di alimentare il loro ego atrofizzato.
La parola non deve essere la freccia ma deve essere l’arco.
La freccia è l’intenzione. Il bersaglio ci mostra quanto e dove le nostre parole hanno colpito. Accendendo la radio o la televisione, leggendo i social, o tentando di leggere libri contemporanei, mi accorgo di come le parole siano usate con il solo scopo di fare marketing di se stessi o del prodotto di cui quelle parole fanno parte.
Chi legge dimentica troppo facilmente che non sono le parole a determinare chi le pronuncia ma i fatti che nessuna parola può confermare.
I fatti si confermano solo nella prova che siano effettivamente avvenuti.
E solo i testimoni oculari possono credere a ciò che hanno visto.
Nel momento in cui i fatti vengono raccontati subiscono il filtro dell’interpretazione e diventano non più credibili a meno che il raccontatore non abbia dato prove inequivocabili di possedere la virtù dell’onestà intellettuale.
In un paese che premia i paraculi l’onestà intellettuale è dote rarissima.
Per concludere un consiglio: non fatevi fottere da chi sa usare bene le parole.
Ogni scritto è come una casa che può apparire bellissima dal di fuori ma che entrandoci dentro può rivelare di essere solo una facciata di cartapesta che nasconde il nulla.

Virginia

“Ogni volta che succhio la penna mi tingo le labbra d’inchiostro.”
Scriveva Virginia Woolf il 29 Giugno del 1932.
Mi innamorerei di lei solo per questa riga del suo diario.
Fondamentalmente cerco emozioni semplici, corde senza nodi, strade dritte che puntano all’orizzonte e una donna con un talento verso una naturale sensualità capace di non farsi sputtanare dalla ricerca di una tecnica amorosa perfetta o da un passato fatto di delusioni.
Quanto è difficile spiegare qualcosa di semplice a chi cerca nelle complicazioni una ragione di vita.