L’ossidazione dell’anima

L’ossidazione dell’anima

Sono sul prato del parco vicino al negozio, sto ascoltando una raccolta di canzoni degli anni 70.
Chiudo gli occhi.
Cerchiamo di ricordare.
L’aula era al quarto piano, e di fronte c’era l’aula dei compiti in classe.
Al mare ero innamorato di Daniela, stavo sdraiato sul materassino con gli occhi socchiusi fissi verso la scaletta che portava allo stabilimento balneare.
E aspettavo di vederla arrivare.
Un giorno palleggiammo a pallavolo e riuscimmo a non far cadere la palla per 5 minuti.
Era il record della spiaggia.
Io ero felice, avevamo un qualcosa in comune. Il record.
La casa dove perdetti la mia verginita’ si trova in un paesino chiamato Vaccarezza. E’ una casa di campagna, la casa del nonno di Alessandra.
Il giorno che accadde c’era un temporale e un fulmine entro’ in cucina e ando’ a scaricarsi su un pentolone di rame appeso al muro.
Un boato incredibile.
Io e Paolo Tixi suonavamo le canzoni di Fabrizio De andre’, chiusi in camera sua, cantando piano perche’ i suoi genitori pensavano stessimo studiando.
Ero simpatico alla mamma di Paolo, ma suo padre mi detestava, per lui ero un piccolo delinquente.
A Berceto una volta all’anno facevano una festa alle “Villette”, era la festa che aspettavo per vedere Silvia che abitava nella prima villa.
Mi piaceva da pazzi e un giorno le regalai un cuscino a forma di cuore e sopra feci scrivere: “A Silvia”.
Lo tenni sotto il giubbotto per tutta la sera poi presi coraggio e glielo regalai.
Quando glielo porsi accanto a lei c’era la sua migliore amica, una cicciona, anche lei si chiamava Silvia.
La cicciona esclamo’: “Che bello.”
Silvia la guardo’ e le disse: “Te lo regalo.”
E il mio regalo fini sul letto della Silvia “sbagliata”.
Il mio primo motorino lo personalizzai con piccole strisce rosse sul suo fondo nero.
Lo amavo come John Waine amava il suo cavallo.
Mi serviva per andare in paese, la mia casa in campagna e’ in mezzo ai boschi a tre chilometri dal primo centro abitato.
Dietro al motorino, su una grata di ferro, legavo il mio quaderno dove scrivevo le poesie.
Stavo andando ad incontrare gli amici in piazzetta e quando arrivai feci per prendere il quaderno ma non c’era piu’.
Era caduto, da qualche parte sulla strada da casa mia al paese.
Tornai indietro.
Tornai indietro cento volte ma non lo ritrovai mai piu’.
Ancora oggi, dopo piu’ di trent’anni quando percorro quella strada faccio attenzione ai bordi della carreggiata. 
Magari lo trovo.
Una sera mio padre e mia madre andarono a cena in paese.
A casa eravamo io, i miei due fratelli e mia sorella appena nata nella sua culla.
A tenerci a bada una baby sitter.
Eravamo tutti in cucina quando alle dieci di sera scoppio’ la bombola del gas.
Una bomba.
Salto la luce, polvere e fumo, terrore.
Scappammo lasciando mia sorella nella sua culla in cucina.
Raggiungemmo il paese a piedi.
Poi trovati i miei genitori una corsa al contrario a velocita’ folle con mio padre impazzito che urlava: La bambina!!! La bambina!!!! Perche’ l’avete lasciata la’!!!
Arrivammo a casa, con una pila entrammo in cucina.
Sul tetto della cucina c’erano appesi mille pentoloni di rame.
Erano caduti tutti meno uno.
Quello che era sulla culla di mia sorella.
La mia casa di campagna si chiama “Madonna della Quercia” era un vecchio convento, al centro c’è una chiesa consacrata e mio padre fece fare un ex voto di ringraziamento.
Un giorno organizzammo una partita di calcio: Villeggianti contro Locali.
Eravamo sfavoriti da ogni pronostico.
Si giocava al campo comunale, un sacco di gente a guardarci.
Fischio d’inizio.
Mi passano la palla, faccio tutto il campo, nessuno mi ferma, limite dell’area, esce il portiere, diagonale, gol.
Uno a zero per noi.
Abbracci e festeggiamenti.
Poi la partita riprende.
Passa qualche minuto e pareggiano.
E poi due a uno per loro.
3-1
4-1
5-1
6-1
7-1
Fini cosi’.
Sette a uno per loro.
Ma l’unico cosa che ricordo bene e’ quel primo minuto, e quei pochi minuti in cui eravamo in vantaggio.

Finiscono le canzoni. Il silenzio mi riporta al presente.
Mi ritrovo in mezzo al prato con una confusione temporale.
Quante cose’ ho dimenticato?
Quante cose nessuno sa di me?
Quante cose non so degli altri?
L’ossidazione dell’anima avviene lentamente con l’ossidazione dei ricordi.
I nostri cancelli di ferro che arruginiscono.
I cancelli del nostro passato che non trattengono piu’ l’invadente arrivo del futuro.
Una sola cosa.
Non e’ il futuro a spiegare le nostre vite, e’ il nostro passato remoto.
Tutti i segreti sono racchiusi in quelle pagine.
Ricordate quei diari dove scrivevate i vostri pensieri per poi chiuderli, lontani da occhi indiscreti, con un lucchetto.
Quei diari raccontano di noi piu’ di quanto noi potremmo dire oggi.
Quando si ama una donna o un uomo, quando si ama davvero, in realta’ si ama il bambino che e’ in noi, e quel bambino ci porge la chiave e con gli occhi ci dice.
Apri e leggi.
“Avere fiducia in qualcun altro e’ a volte l’unica condizione per aver fiducia in se stessi.”
E ora…
Vado a dormire.

L’uomo nero

L’uomo nero

L’uomo nero ha sempre un cappuccio, lo usa per appoggiarsi quando dorme contro qualcosa di duro. 
E nonostante la leggenda dica che sia pericoloso l’uomo nero ha solo voglia di essere lasciato solo.
L’uomo nero quando sogna sogna di bere una tazza di tè in compagnia di una principessa daltonica che avendo un opinione personale di ogni colore lo crede rosso come l’amore. 
E l’uomo rosso e la principessa daltonica nel sogno fuggono nella foresta amazzonica dove tra liane e pappagalli passeranno la vita intagliando coralli.
Se state pensando che non ci sono coralli in una foresta fatevi in giro nella vostra testa, trovate l’immaginazione e vedrete coralli crescere su ogni cornicione.

Ho un milione di difetti

Ho un milione di difetti

Ho un milione di difetti.
Ne ho così tanti che se i miei difetti fossero stelle tu non vedresti l’ora che arrivi la notte per poter osservare il cielo.
Ho voglia di raccontare storie anche a chi non ha nessuna voglia di ascoltarle.
Sono vecchio e non me ne sono accorto, ho un ginocchio che ogni tanto cede e quando cede io gli parlo e lo convinco a non ammutinarsi in cambio del ricordo di quando si sbucciò nel tentativo di catturare un granchio su uno scoglio scivoloso.
Lui ride e non cede più.
Per un po’.
Non mi aspetto più che mi si ringrazi, ma ho la necessità di condividere i miei sogni e i miei progetti e questo mi ha sempre fottuto.
Gli umani sono gente strana.
Sono sempre convinti di avere ragione, soprattutto quando hanno torto.
Mi sono sempre sentito diverso perché cerco i miei sbagli negli errori degli altri.
Se potessi esaudire un desiderio saprei cosa chiedere.
Vorrei togliermi quell’odioso difetto di sopravvalutare gli umani.
Ho la necessità di comperare del tabacco, ma devo aspettare martedì prossimo.
Prendo tempo per sciogliere la delusione.
Ma devo trovare un ennesima via di fuga e riprendere il cammino da solo.
Cosi’ il tabacco me lo compro quando cazzo voglio.

Inconsapevole verità

Inconsapevole verità

C’è un inconsapevole verita’ nascosta nella scaletta di un telegiornale. 
La verità che tutto e’ relativo. 
Si parte con un massacro e si finisce con i gol, passando attraverso la telepromozione di un materasso e la richiesta di aiuto per bambini che stanno morendo di fame. 
E tutto accade in maniera naturale, come un orchestra che passa da un allegro a un adagio, con un direttore che gestisce a colpi di bacchetta tragedia e farsa, sport e spettacolo, morti e goleador.
Noi siamo spettatori di uno show, abbiamo poltrone più’ o meno comode e più o meno vicine al palco, ma ci sentiamo sempre estranei a ciò che accade sul palcoscenico.
Non saremo mai vittime e non saremo mai eroi.
Ma sempre e soltanto auditori distratti delle solite storie che l’uomo costruisce da millenni.
Odio e amore, guerra e pace, vittime e carnefici. 
Un canovaccio cosi’ usato da apparire come una corda sfilacciata pronta a spezzarsi.
Poi improvvisamente appare un cane, un cane poliziotto, ucciso da dei coglioni terroristi.
Il cane viene trasportato fuori dal museo, senza vita, su una barella sporca del suo sangue.
Per un attimo si smette di raccontare la storia degli uomini e si racconta la storia di un cane.
E mi commuovo.
C’è un inconsapevole verita’ nascosta nella scaletta di un telegiornale.
Tutto e’ relativo quando si parla di uomini, ma tutto e’ così assoluto quando la vittima e’ un povero animale che dietro una maschera da poliziotto cela l’anima selvaggia della natura massacrata dall’arroganza e della stupidita’ umana.

Cerco foto in bianco e nero

Cerco foto in bianco e nero

Cerco foto in bianco e nero e le coloro.
Sono soprattutto foto che riproducono nativi americani.
Non sapendo quali siano stati i reali colori lascio viaggiare l’immaginazione, e ad ogni colore aggiunto sembra che la fotografia prenda vita.
Non riesco a non pensare all’attimo fotografato senza lasciarmi coinvolgere dalla fantasia che potendo viaggiare nel tempo e nello spazio potrei essere li ad osservare il momento nel momento in cui accade.
Colorare quell’immagine mi aiuta a darmi la certezza che la morte uccide ciò che sarà ma non può nulla con ciò che è stato.

formiche ai piedi

formiche ai piedi

formiche ai piedi, ginnastica mattutina la stessa che facevo all’ora di ginnastica alle medie, il gatto dov’è, faccio miao e lui arriva e si struscia, cinque secondi poi se ne va, trovare le calze, le mutande, i jeans e una maglietta, andare in bagno e uscire di corsa per evitare che il cane faccia la pipì in casa, caffè nel bar di fronte a casa, l’aiuola dove la baby ama cagare, tornare a casa, mettersi alla scrivania, guardare fuori dalla finestra le persiane della casa di fronte, chiuse da una settimana, accendere il computer, ritrovarsi davanti le foto di un viaggio dove c’era lei e chiedersi dove sia lei ora, chiedersi come mai la felicità non sia capace di imprigionare il tempo, sembra che adori durare poco per sentirsi rara, la giacca appoggiata su un passamano, hard disk sparsi in giro, la memoria che si fa solida e la nostalgia che si fa liquida, scorre come un fiume dalla sua fonte fino al minuscolo mare del presente, cosi’ minuscolo che le onde si infrangono su se stesse, vorrei tornare indietro, chiedere alla maestra di insegnarmi come si fa a rendere felice una donna, una sola, non le mille con cui ho cominciato a costruire scale interrompendo il lavoro al primo gradino, sembra facile oggi essere cinici, prendere per il culo l’amore come fosse un gioco per rincoglioniti, sembra facile vedersi fuori da questi giochi e dire con espressione dura che non sopporti quelli che camminano mano nella mano, e col culo appoggiato su questa seggiola di legno aver voglia di scrivere la più bella storia d’amore che sia mai stata scritta e ritrovarsi a non scrivere un cazzo, sembra facile ma è un impresa trovare una scusa alla solitudine, pensare che sia da eroi affrontare la vita da soli facendo finta di non sentire quella voce che ti dice che non è da eroi ma è da coglioni, devo dare la colazione ai cani, aprire la finestra al gatto che ama guardare fuori e poi mettermi a lavorare, non consumare il giorno senza averlo usato, ci sono storie che nessuno ha mai letto, ma non per questo non sono mai avvenute… la donna che ho amato di più è quella che non ho mai incontrato…

Ho poche certezze nella vita

Ho poche certezze nella vita

Ho poche certezze nella vita:
Tra queste la certezza che la femmina sia migliore del maschio, non parlo solo degli umani ma di tutti gli esseri viventi in cui esistano due sessi. Per questo spesso scrivo al femminile, per il piacere di provare a sentirmi migliore.
Questo racconto è di qualche mese fa…

Ti scrivo per dirti che nonostante il caldo che fa fuori dentro fa così freddo che sul cuore è spuntato un gelone viola.
Sei stato perfetto nel scegliermi per mettere alla prova la tua abilità di cacciatore.
Hai scelto la ragazza più stupida.
Sono cosi’ stupida che ti sarai meravigliato di come fosse facile puntare e colpirmi.
Chissà cosa hai pensato quando hai visto la tua preda avvicinarsi e inchinare la testa come per chiedere una carezza.
Certo non è divertente per un cacciatore poter colpire senza mirare, ma non per questo mi hai lasciata andare.
Mi hai preso quasi senza guardare, come si segna un gol a porta vuota, come si salta da uno scalino, come si morde un pezzo di pane.
Mi hai amata senza amore con lo sguardo che guardava altrove.
Ho passato la notte cercando di trovare un modo per ucciderti.
Più ci provavo più mi vedevo inquadrata dai tuoi occhiali che ingrandivano i tuoi occhi facendoli sembrare sinceri.
Togliti quel cazzo di occhiali.
Mostra quei due occhietti da topo a caccia di formaggio.
E a ripensarci come ho fatto a credere di poter essere amata da un uomo che ha i polpacci glabri per avere sempre indossato calzini che arrivano fino alle ginocchia?
Come ho fatto a credere che un uomo che bestemmia per un sorpasso potesse farmi felice?
Come ho fatto ad essere cosi’ stupida da illudermi di poter essere capita da chi ha una libreria vuota dove sopravvive solo un libro che spiega come diventare in una settimana un uomo di successo?
Ho amato il protagonista di un film che mi ero scritta da sola tralasciando il finale.
E il finale lo scrivo adesso.
Il finale è che il cacciatore è rimasto senza cartucce e la preda si avvicina per vederlo imprecare e scoprire finalmente ciò che è.
Un coglione che ama troppo se stesso per avere il coraggio di amare una donna.
Non soffro per te, soffro per me, per la mia incapacità di resistere alla tentazione di farmi accarezzare.
Tu non accarezzi, tu graffi nella stupida illusione di lasciare un segno da raccontare.
Ti è andata male.
Il segno se ne è andato.
Devi solo sparire.
Sparire per sempre.
E siccome so già che tornerai ti dico già da adesso di non farlo.
Saresti patetico e non potrei resistere alla tentazione di umiliarti.
Fine.