Ero una bambina che camminava nella neve scalza.

Ero una bambina che camminava nella neve scalza.
Cercavo il fiore che resisteva al freddo.
I miei piccoli piedi lasciavano orme di daino.
Le mie mani accovacciate nelle tasche cercavano piccoli sassi raccolti lungo la strada.
Li facevo rotolare tra le dita godendo della concretezza della pietra.
Nella casa le luci erano spente.
Sotto l’albero i rami avevano lasciato una macchia scura di foglie cadute, mi sedetti e appoggiai la testa alla vecchia corteccia.
Pensai al tempo che si concedeva l’illusione di un fermo immagine per permettere al mondo di imbiancarsi.
Ed io, alta come una pianta di rose, mi guardavo fiorire ascoltando il mio profumo fuggirmi dalla pelle per raggiungere il naso di un alce che fermandosi di fronte ai miei petali di ghiaccio mi alitò addosso il desiderio di essere amata.

Fu un infanzia bizzarra.

Fu un infanzia bizzarra.
I bambini imparano la paura col buio, con la favola del lupo o con il mistero del bosco e si rifugiano nelle braccia del padre.
Io avevo paura di mio padre e trovavo sollievo nel buio, nell’idea di essere parte di un branco protettivo di lupi o scappando nel bosco.
Era una prospettiva completamente diversa che mi faceva sentire strano.
Quando i miei compagni di scuola smisero di credere a Babbo natale io continuai a predicarne l’esistenza al costo di inventarmi di averlo spiato una notte mentre poneva i regali sotto l’albero.
Non ero stupido, sapevo che non esisteva ma non potevo sopportare lo svanire di una favola per avere in cambio una realtà fredda e incapace di far volare la mia fantasia.
Costruivo una tenda con le lenzuola fissandole alla spalliera del letto e mi nascondevo dal polverone delle parole dei grandi costruendomi un mondo protetto popolato da una tribù di personaggi fantastici con i quali parlavo raccontando la mia voglia di scappare.
La fuga è stata la mia ossessione di bambino.
La pianificavo sui banchi di scuola, il migliori orario per scappare, dove andare e come sopravvivere.
Mi scontravo sempre con la difficoltà nel gestire la mia condizione di bambino con la mia voglia di libertà.
Quanto ci avrebbero messo a trovarmi?
Chi non avrebbe notato un bambino vagare da solo per la città?
Che scuse avrei potuto inventare per giustificare la mia mancanza da scuola?
Ero in un vicolo cieco, spalle al muro.
Imprigionato in una età fragile e paradossalmente costretto a sopportare la noncuranza di chi avrebbe dovuto proteggermi.
Imparai a contare il tempo facendo esercizio sui giorni che mi separavano dal diventare grande.
Pensavo che a 10 anni sarei stato pronto ad affrontare il mondo da solo.
Ma a 10 anni dovetti arrendermi all’evidenza che era ancora troppo presto.
A 15 anni feci la mia prima fuga.
Me ne andai non sapendo dove andare.
Ma ricordo come fosse ora quella sensazione di libertà che mi invase il corpo e l’anima.
Fu come ritrovarsi di fronte alla scoperta di un filone di smeraldi dopo aver scavato per anni una miniera senza trovare nulla.
Assomigliavo a un inconsapevole marinaio che avesse scoperto il mare e mi resi conto che la libertà poteva rendermi schiavo del suo potere.
Tornai e scappai di nuovo tante di quelle volte che ne persi il conto al punto da avere il dubbio che ogni ritorno a casa non fosse altro che il cercare una nuova motivazione per fuggire.
Poi arrivò la libertà.
O quella che gli uomini chiamano libertà.
Un lavoro, dei soldi, una casa mia e un futuro rassicurante.
Durò qualche anno fino a che non sentii la frustrazione di essere prigioniero di una libertà convenzionale e condizionata adatta ad addomesticare gli uomini e a tenerne a freno gli istinti.
Mi ritrovai adulto e nuovamente prigioniero come un bambino nel grembo di un sistema di regole che dettano il percorso e ti precludono ogni genere di deviazione.
Soldato semplice di fronte a un Generale che senza spiegarti il perchè ti ordina di combattere per vincere una guerra di cui non te ne frega un cazzo.
E scappai di nuovo.
Questa volta senza nessuno che mi venisse a cercare.
Scappai da una porta aperta e mi inoltrai nell’incertezza di un mondo che ignora i fuggitivi troppo impegnato nel prendersi cura dei suoi prigionieri.
Oggi nulla è cambiato.
Sono ancora in fuga, ho attraversato il tempo cercando un rifugio dove fermarmi ed ogni volta che pensavo di averlo trovato ho fatto i conti con la noia e con l’istinto predatore che mi porta ad azzannare al collo la vita.
Non importa come andrà a finire, sono ancora in divenire e tutto quello che conta è lo scorrere del sangue nelle vene che si fa più impetuoso quando durante il viaggio non ci sono strade da seguire ma solo orizzonti verso cui cavalcare.

Siediti qui

Siediti qui, accanto a me che ne parliamo. Continui a chiederti il perchè? Come se ti dovessi fare un elenco di tutto quello che mi piace di te. Te lo spiego come se fossi una bambina.
La mia vita senza di te sarebbe un occhiale senza lenti.
Un mare senza sale. Un sole che non scalda o pioggia che non bagna. Sarebbe una caramella salata o un natale senza albero. La mia vita senza di te sarebbe una pipa senza tabacco o un lupo senza denti.
Ora ridi eh.
Mi piace quando ridi.
Però dovresti smetterla di farti domande. Fondamentalmente tu sei la mia rock star preferita. Sei la mia Lady Oscar. Non sai chi è Lady Oscar? Normale. Forse non eri nemmeno nata. Vuoi un caffè? Stai li che te lo preparo.
Dove eravamo rimasti. Ah già, a Lady Oscar. Sei andata a vedere su Google? Guarda che sei una maschiaccia anche tu. Ma a me piaci così. A parte questo dovresti smetterla di pensare che non ce la fai. Non voglio dire che ce la puoi sempre fare, Accade di non farcela. A me è accaduto mille volte. Prima di te ho sbagliato mille volte. Quando cerchi qualcosa con tutto il cuore capita che vuoi illuderti di averla trovata. No, non vale per te. Tu sei quella che cercavo. Come faccio ad esserne sicuro? Guarda come bevi il caffè. Tieni la tazzina come se potesse farsi male se la stringi troppo. E come guardi lo zucchero sciogliersi. E giri il cucchiaino senza toccare i bordi e poi lo succhi. Sono le piccole cose che mi fanno sentire sicuro. Sai che dormi rannicchiata come se dovessi proteggerti, e quando ti svegli ti stiri che sembri voler toccare il soffitto con le tue mani. E quando fai la doccia lasci le impronte dei tuoi piedi in giro per tutta la casa e io me le guardo fino a che non si asciugano come se indicassero la strada verso il paradiso. Hai ragione io non credo al paradiso ma se dovessi disegnarlo di fronte alla sua porta disegnerei le impronte bagnate dei tuoi piedi. Ora andiamo a dormire. Il caffè ti ha fatto passare il sonno? Allora ci guardiamo un film, ho una marea di film che voglio vedere con te e poi mi dici che ne pensi. Basta che non siano film che finiscano male, quelli non riesco più a vederli. Tu però smettila di preoccuparti. Smettila di chiederti quanto durerà. Non sono un cibo, non ho scadenze, sono un uomo e tutto quello che so è che vorrei durasse il più a lungo possibile. Non farti prendere dalla paranoia che tutto finisce. Dammi un bacio. Lo vedi anche questo bacio è finito. Ma se andiamo a letto ne ho altri mille da darti. Ne ho così tanti da darti che alla fine ti convincerai che la fine di uno è solo l’inizio di un altro. Dai svestiti e andiamo sotto le coperte. Non farti domande che non possono avere risposta, chiediti solo se sei felice e se la risposta è che sei felice devi sapere che se lo sei te lo sono anche io.

Minuscoli desideri per occhi enormi.

Minuscoli desideri per occhi enormi.
Ci deve essere un filo nell’aria che unisce il mio sguardo al tuo
Sul filo cammina un trapezista che passa da me a te
Barcollando senza rete di protezione sul vuoto.
La tua orma sulle foglie autunnali durerà quanto vuole il vento
La guardo catturandola prima che scompaia
Nell’indifferenza cinica del tempo
Che ha costruito un muro infrangibile di vetro trasparente
Tra me e te
E ci guarda guardarci
Per il gusto di scoprire chi avrà per primo
La forza di prenderlo a pugni.
Tutto questo mentre nel campo delle lucciole
Tu mi hai detto di posare il barattolo di vetro
Non ha senso catturare le luce
Quando puoi vederla volare libera.

Imparare a camminare.

Imparare a stare da soli è come imparare a camminare.
Prima ti appoggi a qualcosa, poi, poco a poco, abbandoni l’appoggio e cominci a fare brevi distanze dondolando come una nave nella tempesta.
Cadi.
Conosci il dolore.
Ti rialzi.
Cadi.
Conosci il dolore.
Ti rialzi.
E poi non cadi più.
Qualunque sia il punto di arrivo tu sai che ce la puoi fare ad arrivare
Durante il viaggio incontri persone, trovi amori, qualcuna prova a fermarti, altri ti porgono un appoggio, tu porgi il braccio per fare qualche passo insieme, scambi quattro chiacchiere, giusto il tempo di chiederti se durerà per sempre per poi scoprire che per sempre non esiste.
Ti rinchiudi nella tua esistenza come uno di quei ricci che tornando a casa in campagna di notte trovavo sul bordo della strada.
Lo raccoglievo e lui si chiudeva diventando una fortezza inespugnabile.
Il segreto era appoggiarlo con dolcezza sul palmo della mano e salvarlo portandolo dentro il bosco.
Una volta appoggiato restavo li a guardare fino a che non si riapriva, spuntavano i suoi occhietti che si guardavano un attimo intorno prima di fuggire.
L’avrebbe mai capito che aveva cercato di difendersi da chi voleva solo salvargli la vita?
Imparare a stare da soli è come imparare ad andare in bicicletta, come imparare a sciare.
Una volta che hai imparato non lo scordi mai più.
O forse si.
Forse esistono da qualche parte persone capaci di farti riprovare l’estasi del bambino barcollante che mentre sta per cadere trova un dito da afferrare con la sua piccola mano e alzando lo sguardo verso il cielo crede, per un attimo crede, che quel dito sarà li per sempre.

Le certezze

Ti riempi la vita di certezze.
Poi lungo la via incantata incontri uno sguardo che guarda verso un mondo sconosciuto e ti chiedi come sia stato possibile che un esploratore come te non abbia mai notato che esisteva quell’universo creato dai suoi occhi.
Non era segnato su nessuna mappa, non ne avevi mai sentito parlare, se non fosse stato che un giorno hai visto lei che guardava in quella direzione sconosciuta e hai capito quanto fosse sbagliato pensare che ogni territorio appartenesse alla tua memoria.
Ti chiesi cosa stavi guardando con quegli occhi lucidi di passione e tu mi hai risposto che guardavi semplicemente la strada dove hai visto scomparire un amore.
Ti chiesi perchè non gli correvi dietro.
“Non posso.” Hai detto. “C’è un muro di vetro che non puoi infrangere che ti mostra dove è andata la felicità ma non ti permette di raggiungerla.”
E ci siamo ritrovati, seduti sullo stesso sasso, a guardare un orizzonte impenetrabile tenendoci per mano quel tempo che ci volle per capire che stavamo cercando la stessa cosa in un tempo sbagliato.
Poi cominciò a piovere e lei alzo lo sguardo verso le nuvole, e io non seppi più se erano lacrime di pioggia o di nostalgia.

Cosa farò da grande

Cosa farò da grande?

Magari andrò a caccia delle cose che ho perso da bambino.

Forse cercherò la strada che porta al lago dove un amore dolce mi disse di ripassare che non era il momento giusto.

Inseguirò un falco che mi ha rubato un aquilone che stavo inseguendo dopo averlo perduto.

Potrei restare fermo aspettando una contadina che mi spieghi come si vive di terra e di pioggia.

Ma probabilmente starò seduto sulla collina ad aspettare che l’erba cresca abbastanza da nascondermi da tutti quelli che non hanno mai smesso di chiedermi “Cosa farai da grande?”

anche per questo la amo

ho salvato un ragno da un esecuzione sicura
lei lo teneva in mano e mi chiedeva: lo ammazzo o no?
le ho detto che ammazzare un ragno è un crimine a favore dell’umanità, e l’umanità non merita favori…
lei ha capito e l’ha lasciato andare
anche per questo la amo

La vita da significato alle parole.

La vita da significato alle parole.
C’è chi cresce pensando che un abbraccio sia normale e chi lo descrive come un desiderio irrealizzabile.
C’è chi vede il pane come un contorno scontato al suo pranzo chi lo identifica come sopravvivenza.
Ogni bambino si crea il suo vocabolario sulla base delle sue esperienze.
C’è chi pensa che la paura sia affrontare pirati sanguinari e chi la identifica con l’irascibile carattere di un padre manesco.
Diventiamo uomini parlando lingue sconosciute.
Cos’è per te la libertà?
Per me è riuscire a fuggire dalla prigione delle aspettative che non saprei soddisfare.
Cos’è un muro?
Per te è un ostacolo per me una protezione.
La mia infanzia e la tua infanzia sono libri di scuola che non hanno nulla in comune.
Da piccola hai imparato cose che io non conosco e al bambino che ero la vita ha insegnato cose che tu ignori.
Siamo due boschi confinanti popolati da animaletti diversi.
Sui tuoi rami corrono scoiattoli, nella mia boscaglia vivono ricci abituati ad usare i suoi aculei per proteggersi.
Nel tuo cielo volano coloratissimi diamanti di Gould nel mio si lasciano trascinare dal vento pigri albatri così agili mentre volano e così goffi nel muoversi a terra.
Siamo tutti clandestini nella vita di chi amiamo, armati di un lasciapassare dalla scadenza indefinita.
Insegnami la tua lingua ed io ti insegnerò la mia, solo così potremmo essere sicuri che se ci lasceremo sarà non per le incomprensioni ma per il coraggio di accettare ciò che tu comprendi di me ed io di te.

Il soldato

Il soldato scherza sulle sue battaglie come fossero state scaramucce.
Si guarda le ferite come fossero sbucciature di un ragazzino caduto dalla bicicletta.
Poi si veste in borghese perchè la guerra è finita e nasconde la divisa in un cassetto.
E dimentica la paura, dimentica le notti a fare da sentinella, dimentica gli spari e le cannonate , ricorda solo quando nei momenti di tregua pensava a lei e scriveva lettere d’amore che finivano sempre con un: aspettami amore mio.
Ma l’amore suo al ritorno era l’amore di un altro.
E il soldato abbracciava il cuscino sentendosi più triste di quando abbracciava la terra.
Sopravvissuto alla guerra ucciso dentro dal ricordo di lei.
Il soldato che non era più soldato si alzava ogni mattina provando nostalgia per la trincea, quando pensava di avere due possibilità, o morire o tornare da lei.
Non sarebbe più morto in battaglia.
Non l’avrebbe più avuta tra le sue braccia.
C’è chi la chiamava pace ma per lui era soltanto la fine di una speranza e la morte di un desiderio.
Ci sono guerre che danno un senso alla vita e armistizi che ti mettono con le spalle al muro senza nessun nemico pronto a sparare che possa salvarti dal ricordare quello che hai perso quando ti sei riuscito a salvare.