Tennant Creek

Un esploratore in mutande, sulle tracce di una pista già aperta centinaia di migliaia di volte.
Un esploratore troppo attaccato alla pellaccia per sfidare 47 gradi di caldo con un casco nero che mi fonde il cervello e la paura di un attacco di calore.
Ad Elliot decido di smetterla di andare a Nord, inverto la rotta, direzione Alice Springs.
A Renner Spring ci vivono in dieci, sei uomini e quattro donne, è li che ho passato tutta la giornata di ieri.
Ed al tramondo quando Tony ci saluta avverto nei suoi occhi un velo di malinconia.
Non accade spesso che un gruppo di viaggiatori passino un giorno intero a Renner Spring e Tony sembrava essersi affezionato a me e a Vanessa che qualche ora prima si era imbarcata su un Road Train, fuggendo dal caldo,da un Natale fasullo,da un incerto fine millennio ed anche da me.
Mentre Tony ci salutava mi entrava la sua tristezza, sapevamo entrambi che difficilmente ci saremmo rivisti, quella città che per ventiquattro ore aveva incrementato la sua popolazione del quaranta per cento tornava ai suoi numeri originari, l’immigrazione e l’emigrazione quotidiana aveva effetti sconsiderati dal punto di vista statistico.
Poi Tennant Creek, un finto ciclone, una strada lunga e deserta movimentata solo da gruppi di Aborigeni ubriachi, che sorridono se sorridi, non ti guardano se non li guardi, non esistono se non esisti.
Pieni di alcool, con in tasca la paga settimanale che lo stato concede apparentemente in cambio di nulla.
Il silenzio è nell’aria, il vento è rumore, il suono di qualche uccello che gracchia in lontananza è un graffio sul vetro, appoggio il culo su un sasso rosso come i capelli di Silvia.
Appoggio il mento sul dorso della mano, tolgo gli occhiali e chiudo gli occhi, aspetto.
Aspetto quell’attimo di pace che un posto del genere sembra dover darti.
E mentre aspetto mi innervosisco, non c’è nessuna pseudo illuminazione o pseudo rivelazione, mi viene in mente il centro di Milano il giorno prima di Natale, paragono mentalmente il caos del centro città con la quiete di questo infinito paesaggio.
Non riesco a prendere le parti di nessuno dei due, non riesco a scegliere, vorrei solo aver la possibilità di cambiare nel tempo di un battito di ciglia.
Vorrei essere quà nell’attimo stesso in qui non sopporto più essere di là.
L’insoddisfazione è una salutare malattia, le gambe che non sopportano stare ferme mi sembrano un regalo divino, devo alzarmi, riprendermi, e spostare il mio corpo.

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