Cio’ che è mio è tuo

Ciò che è mio è tuo.
Puoi sentirti padrona di ciò che i miei occhi hanno visto
di ciò che le mie mani hanno toccato.
Puoi raccontare i miei ricordi come fossero tuoi
e condividere i miei vestiti
puoi usare la mia bocca,
e afferrare con le mie mani.
Puoi trovare le chiavi della macchina rossa
nel cassetto di legno del macinino
e puoi usarla quando vuoi.
Per venirmi a trovare
e se vuoi anche per andare via.
E non mi guardare cosi’,
raccolsi ricordi e cose
per scoprire chi sono,
ora mi basta guardarti
per capire
che ero semplicemente
un uomo che ti stava cercando.

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Londonderry

E improvvisamente a Londonderry mi sembra di essere in un libro di Steinbeck.

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Il maestro

Tu dimmi che uomo vuoi essere e io ti aiuterò ad esserlo.
Vorrei essere quel tipo di uomo che non ha bisogno di aiuti per essere se stesso.
E il maestro si ritrovò improvvisamente disoccupato.
E il bambino si ritrovò a viaggiare su una strada priva di indicazioni, nessuna curva segnalata, nessuna distanza calcolata, sensi unici a sorpresa e strade chiuse scoperte grazie ad improvvisi muri.
Ma crebbe.
Il maestro lo guardava da lontano, all’inizio cercando l’errore che gli avrebbe restituito il lavoro, poi fu felice di scoprire che il bambino a furia di sbagliare si era fatto un uomo più forte e saggio di tutti i suoi ex alunni
Lo vide crescere da lontano, e un giorno decise che era venuto il momento di uscire dall’ombra e gli si presento’.
Entrò nel vecchio negozio di musica che l’uomo aveva aperto e fu riconosciuto subito.
“Maestro” disse, “sono felice di rivedervi, non sembrate per nulla invecchiato.”
“Ho smesso di invecchiare il giorno che imparai a non commettere errori.”
“Come vede Maestro, io invece sono invecchiato.”
“Accade quando si decide di vivere.”
“Che ne dice di fare una partita a scacchi?”
Il maestro annui’.
“Il tavolino fuori serve a questo?”
“Esatto.”
Giocano da anni.
A volte vince l’uomo a volte vince il maestro, ma sapete qual’è la cosa sorprendente?
Che una volta finita la partita non è importante chi abbia vinto ma la speranza di avere una rivincita.

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Tennant Creek

Un esploratore in mutande, sulle tracce di una pista già aperta centinaia di migliaia di volte.
Un esploratore troppo attaccato alla pellaccia per sfidare 47 gradi di caldo con un casco nero che mi fonde il cervello e la paura di un attacco di calore.
Ad Elliot decido di smetterla di andare a Nord, inverto la rotta, direzione Alice Springs.
A Renner Spring ci vivono in dieci, sei uomini e quattro donne, è li che ho passato tutta la giornata di ieri.
Ed al tramondo quando Tony ci saluta avverto nei suoi occhi un velo di malinconia.
Non accade spesso che un gruppo di viaggiatori passino un giorno intero a Renner Spring e Tony sembrava essersi affezionato a me e a Vanessa che qualche ora prima si era imbarcata su un Road Train, fuggendo dal caldo,da un Natale fasullo,da un incerto fine millennio ed anche da me.
Mentre Tony ci salutava mi entrava la sua tristezza, sapevamo entrambi che difficilmente ci saremmo rivisti, quella città che per ventiquattro ore aveva incrementato la sua popolazione del quaranta per cento tornava ai suoi numeri originari, l’immigrazione e l’emigrazione quotidiana aveva effetti sconsiderati dal punto di vista statistico.
Poi Tennant Creek, un finto ciclone, una strada lunga e deserta movimentata solo da gruppi di Aborigeni ubriachi, che sorridono se sorridi, non ti guardano se non li guardi, non esistono se non esisti.
Pieni di alcool, con in tasca la paga settimanale che lo stato concede apparentemente in cambio di nulla.
Il silenzio è nell’aria, il vento è rumore, il suono di qualche uccello che gracchia in lontananza è un graffio sul vetro, appoggio il culo su un sasso rosso come i capelli di Silvia.
Appoggio il mento sul dorso della mano, tolgo gli occhiali e chiudo gli occhi, aspetto.
Aspetto quell’attimo di pace che un posto del genere sembra dover darti.
E mentre aspetto mi innervosisco, non c’è nessuna pseudo illuminazione o pseudo rivelazione, mi viene in mente il centro di Milano il giorno prima di Natale, paragono mentalmente il caos del centro città con la quiete di questo infinito paesaggio.
Non riesco a prendere le parti di nessuno dei due, non riesco a scegliere, vorrei solo aver la possibilità di cambiare nel tempo di un battito di ciglia.
Vorrei essere quà nell’attimo stesso in qui non sopporto più essere di là.
L’insoddisfazione è una salutare malattia, le gambe che non sopportano stare ferme mi sembrano un regalo divino, devo alzarmi, riprendermi, e spostare il mio corpo.

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La verità

La verità
È un contrattempo
Non previsto.
Un autobus perso
Una strada sbagliata
Un incontro casuale.
Impreparati
La osserviamo
Come una perdita di tempo
Cercando di capire
Come fare
Per tornare
Sulla strada
Pianificata
Dell’intuizione
Sbagliata.

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bleahhhh

Ci provo a leggere poesie
ma dopo la terza riga mi sono rotto i coglioni.
C’è troppo poesia nelle poesia.
Ce ne vorrebbe una che cominciasse con un;
VAFFANCULO
tutto in un maiuscolo
poi una riga di pausa
dare il tempo a chi legge di immaginare chi debba andare a fare in culo
e poi , a sorpresa, una lista della spesa
pane, olio, sale, farina, acqua, uova e cioccolato
e tu non capisci
ma il poeta voleva semplicemente
esprimere avversione per il fare la spesa quotidianamente in un supermercato di merda
dove nonostante tu stia comprando il necessario per la sopravvivenza
ti sembra sempre che stai perdendo tempo.
Bizzarro
l’indiano americano stava giorni ad aspettare un bisonte e non immaginava un modo migliore
di impiegare il suo tempo
il civilizzato figlio del capitalismo
nei dieci minuti di tempo che impiega a comperare una bistecca
riesce anche a rompersi i coglioni.
A proposito di rompersi i coglioni
io ci provo a leggere poesie ma dopo la terza riga mi sono rotto i coglioni
e allora smetto di leggere poesie del cazzo
e vado a fare la spesa.

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Alice Spring

io e l’aborigeno
ad Alice Spring
lui succhia ghiaccio
io sogno un gelato
io quando parla non capisco un cazzo
lui non capisce un cazzo quando parlo io
lui urla alla sua donna di portare altro ghiaccio
io penso alla mia donna che ora sta con un altro
io vorrei che mi dicesse qualcosa che mi fa capire tutto
lui fa segno che vuole una sigaretta
io gli passo del tabacco
lui fa segno che gli serve anche la cartina
io gli passo la cartina
lui rolla
me ne rollo una anche io
e fumiamo
e fumiamo
e fumiamo
allo stesso modo
fumare farà male
ma fa stare bene.

Book Soup

C’e un aria strana su Sunset.
Un aria triste, malinconica.
L’aria di una notte senza amici.
Mi chiudo nella solita libreria, annuso l’odore della carta, dei pensieri, delle parole, delle certezze, dei dubbi, delle paure, dell’amore, delle foto, del legno.
Mi faccio mille domande, e qua dentro trovo mille risposte.
La risposta giusta al momento giusto.
Il bello approfitta di essere bello, lo stronzo crede che siano tutti stronzi, il genio non trova nessuno che la pensi come lui, l’artista perde piu’ tempo a convincere gli altri di essere un artista di quanto non ne perda a fare qualcosa di artistico, l’uomo intelligente medita senza trovare risposte, la donna intelligente si chiede se sia il caso di meditare, il bambino cammina chiedendosi cosa vorranno dire tutte quelle scritte.
Un giorno sapro’ leggere….pensa.
Non sa che quel giorno ne sapra’ molto di meno.

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Nevicava al mare

Nevicava al mare.
Le scuole erano chiuse.
Camminavo sulla spiaggia bianca con il viso rivolto verso il cielo.
Che giornata meravigliosa.

Tramontava il sole sulla Monument Valley.
Guardai le ombre allungarsi fino allo scurire del tutto.
Ero seduto su una roccia rosso ocra.
Che giornata meravigliosa.

Il ponte era illuminato da un milione di luci.
San Francisco risplendeva sulla destra.
Dovevo cercare un motel dove dormire.
Che giornata meravigliosa.

Abbiamo fatto colazione insieme.
Ho riprovato il gusto dei biscotti.
Ti guardo mentre ti vesti.
Che giornata meravigliosa.

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