Di cosa avrei bisogno?

Di cosa avrei bisogno per stare bene?
Avrei bisogno di una bottiglia per raccogliere l’acqua di questo torrente.
Ho deciso di camminare verso il Lago Santo e sono sicuro che mi verrà sete.
Non so nemmeno se riuscirò ad arrivarci.
Non possiedo il fiato.
Posseggo tutto il resto.
Case, automobili, donne e desideri esauditi.
Ma cazzo non possiedo il fiato.
E quando stamattina li ho visti partire con le loro scarpe tecniche, le loro giacche a vento ed i loro bastoncini mi ha preso un invidia che ha cominciato a rodermi il fegato.
A me, a me che non avevo mai provato invidia per niente e per nessuno.
“Dove andate?”
Ho chiesto.
“Cinque ore di cammino fino al Lago in cima alla montagna.”
Mi hanno risposto.
E poi la più figa del gruppo guardandomi fisso negli occhi mi ha chiesto:
“Perché non vieni con noi?”
Mi è venuto il panico solo a pensarci.
“Non ho il fiato.” Le ho detto.
“Quello non si compra.”
Mi ha risposto.
E se ne è andata lasciandomi li come un coglione, un coglione povero.
Povero di ossigeno.
Provate ad immaginare.
Siete convinti di avere tutto e poi da un momento all’altro vi accorgete che vi manca l’essenziale.
No, non poteva mica finire così.
Sono andato in un negozio e ho comperato tutta l’attrezzatura.
Naturalmente la migliore che ci fosse, o almeno quella che costava di più.
Mi sono vestito che sembravo un professionista delle scalate.
Sono arrivato con la mia auto ai piedi della montagna, ho parcheggiato dove inizia il sentiero e ho cominciato a camminare.
Anche se non possiedo il fiato possiedo la volontà.
Ho camminato per tre ore.
Con il fiato sempre più corto, la voglia di arrendermi sempre più forte, la paura di accorgermi che avrei dovuto imparare a perdere.
Fino a questa piccola radura, dove questo torrente fa un rumore dolcissimo, e il freddo comincia a crescere e il buio avanza come un lenzuolo sotto cui sembrano nascondersi tutti i corpi delle donne che non ho amato.
Seduto su questa pietra guardando l’ombra di una ragnatela di rami che sembra volermi imprigionare a me stesso sento la mancanza di un bastoncino di legno al quale da bambino attaccai una forchetta per potermi grattare la schiena.
Come un orso mi appoggio al dorso ruvido di un albero e comincio a raschiarmi dal culo alle spalle sentendo la gioia dell’essenziale scorrermi nelle vene.
Pensando alla strada da fare e al rantolare del mio respiro mi sento l’uomo più povero del mondo, ho speso quegli spiccioli di fiato e finalmente provo l’ebbrezza del nulla da perdere.
E tutto perché la più figa del gruppo mi chiese di andare con lei e io mi accorsi di non poterlo fare.
“Quello non si compra.”
L’ultimo respiro non ha prezzo, me lo godo tutto osservandolo mentre traccia una nuvola di vapore che mi ricorda il profilo di una mano che accarezza il vuoto.

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FAcciamobuio

Facciamobuio.
Soffiamosulsole.
Esogniamochenoncisiaspaziofranoi.
Arriveranno i cultori delle regole a dirmi che se elimino lo spazio commetto un errore.
Io me ne fotto delle regole.
Non è ribellione, è semplicemente la coscienza di quanto siano inaffidabili i regolatori.
Colpa degli uomini che sono incapaci di imporsi da soli un senso di giustizia e concedono una ragione ai regolatori dei nostri comportamenti.
Io appoggio la schiena sul prato.
Riaccendiamoilsole.
Esogniamochetusiasopradimesenzaspaziochecisepari.
Fanculoglispazifranoi.

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non te l’ho mai detto

Non te l’ho mai detto ma forse è il momento che tu lo sappia. La prima volta che mi buttai dal nido per provare a volare presi una facciata bestiale e mi ritrovai ferito e zoppicante sul terreno senza sapere come fare.
Quando sei nato per volare e fallisci il primo volo ti sembra impossibile poter tornare sul ramo.
Guardavo in alto e cercavo di capire come fare ad arrampicarmi sull’albero.
Avevo una zampetta rotta e due minuscole ali che non potevano afferrare nulla, tantomeno artigliare le rughe di un albero.
Ignoravo i pericoli del bosco ma li imparai velocemente quando vidi una volpe guardarmi e andarsene dicendo tra se: cresci, metti su carne e poi ci rivediamo.
Se non hai carne da offrire i predatori ti scansano come un inutile perdita di tempo.
Mangiai formiche e piccoli vermi, piano piano la zampetta guarì e un giorno la volpe tornò a cercarmi.
Mi trovò sull’orlo di una roccia che dava su un burrone.
Era la mia seconda possibilità.
L’ultima.
Mi gettai, aprii le ali, sentii il vento attraversarmi il collo e spandersi sotto le piume e volai.
Volai da solo per tutto il tempo che il vento mi permise di risparmiare le forze, al tramonto atterrai sul ramo di un enorme quercia.
Da allora passo da un albero all’altro, ogni tanto atterro su un tetto, piu’ raramente sui fili, ogni volta che mi butto ripenso per un attimo a quella prima volta che caddi, alla volpe che non volle mangiarmi e al burrone che mi salvò la vita e tutto ciò’ che posso dire di avere imparato dalla vita è che le uniche ali che mi terranno al sicuro in aria saranno solo le mie.
Solo le mie.
E’ il destino di chi vola quello di non poter essere volato e di non poter far volare.
Ora che lo sai che mi vorrai bene lo stesso?

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a vestirmi ci metto 60 secondi

A vestirmi ci metto 20 secondi.
Raccolgo i calzoni buttati per terra la sera prima, prendo la prima shirt che capita sotto tiro, i calzini sono sparsi sul pavimento, le scarpe di solito stanno alla base del letto.
E tu dici che io assomiglio a quel coglione che sembra vestito come un cazzo di damerino con le calze del colore della giacca, la camicia di seta e un ciuffo da coglione che sembra fare da paravento a occhi da gufo.
Ci vuole rispetto.
La mia auto ha 350.000 chilometri e non ho i soldi per cambiarla, controllo il prezzo dell’acqua minerale e aspetto che il cibo vada sotto scadenza per avere il 50% di sconto.
Il bello di tutto questo è che non è una circostanza.
Questo sono io.
Questo è quello che voglio essere.
Non potrei mai essere come quella massa di coglioni che amano travestirsi con tutte le maschere che il nostro fantastico mondo occidentale offre a chi vuole nascondersi.
Ho soddisfazioni impagabili per questo mio modo di essere.
Quando qualcuna mi vuole, mi cerca e mi ama so per certo che ama me.
Avete idea di che piacere si provi nell’essere amati per ciò che si è?
Merito di quelle rare donne meravigliose che hanno capito che tra i pavoni scopa di più quello che fa la ruota più larga ma tra gli umani se vuoi essere amata devi trovare qualcuno che non ha ne voglia ne bisogno di scrollare il culo per sorprenderti con un ventaglio di piume.

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C’è un uccellino che canta

C’è un uccellino che canta, un cane che abbaia e campane che suonano. Sullo sfondo anche il rumore di un camion che arranca in salita. L’idea che ogni giorno possa sembrare uguale al precedente mi porta a cercare soluzioni per dare al tempo personalità differenti trasformandolo in un personaggio vittima di un disturbo dissociativo della personalità.
Il rischio è di non riconoscerlo più ma il vantaggio e’ di non essere sopraffatti dalla noia.

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Super 8, iowa

Al Super 8 di Iowa City c’era solo una camera libera.
Dopo una settimana di van avevo voglia di dormire e di lavarmi in una stanza di Motel e quell’ultima camera era benedetta.
C’erano due letti sormontati da due foto in bianco e nero, una foto raffigurava una serie di alberi i cui rami creavano un tunnel fatto di foglie, nell’altra foto c’era un laghetto dentro il quale galleggiavano due anatre.
Il copriletto era viola, il comodino era al centro dei due letti e conteneva una cassaforte.
Fuori pioveva.
Accesi il riscaldamento.
Mi spogliai buttando i vestiti per terra e mi infilai sotto la doccia.
Ci misi qualche minuto a scoprire come funzionava il miscelatore dell’acqua fredda-calda.
Usai il minuscolo sapone dell’albergo contenuto in una minuscola busta di plastica.
Allagai il bagno e mi asciugai con un asciugamano minuscolo.
Mi gettai sul letto e feci zapping passando dal canale Meteo a un talk show locale che discuteva dell’incredibile novità del wi-fi libero in tutti i parchi cittadini.
Spensi la tv.
Da te era mattina, da me mezzanotte.
Pensai che ti sarebbe piaciuto essere qui.
Avevamo in comune questa passione per i motel scelti a caso lungo la strada.
Mi chiedevi di non prenotare mai, ma di lasciare tutto al caso.
Ricordo che per questa tua mania dormimmo spesso in auto.
Sopratutto il venerdì e il sabato quando i ragazzi del luogo vanno in albergo a fare l’amore e i turisti rimangono fottuti.
Avevo una gran voglia di chiamarti ma avevo paura che sentirti avrebbe reso quella notte ancora più malinconica.
C’è chi si innamora come fosse tirare una scoreggia, finisce un amore e ne arriva subito un altro.
I pendolari dei sentimenti, con il cuore che si adegua alla necessità di voler amare ed essere amati.
Poi ci sono quelli come me e te.
Che quando accade rimangono sorpresi, scossi, frastornati di fronte a quell’evento così raro nelle nostra vita, l’amore.
Come fosse una corda gettata per salvarci dall’abisso di cui eravamo ignari fino ad un attimo prima di esserci salvati a vicenda.
Camera num. 5
Il 5 è il mio numero preferito.
Concedimi di immaginare una volontà giocosa nel caso.
Lui sa che io e te ci conoscemmo il 25 di maggio e facemmo l’amore la prima volta il 5 del mese successivo.
Non posso dimenticarlo, era il mio compleanno.
Se spengo la luce e apro le tende vedo un lampione.
Sembra quasi che la pioggia stia diventando neve.
Quanto vorrei fossi qui.
Strana sensazione la consapevolezza che facciamo finire storie che avremmo voluto non finissero mai.
Ti manca qualcosa in cui credere.
Starai mangiando?
Da te è l’ora di pranzo.
Qui è meglio dormire.
Domani voglio mettermi in viaggio presto.
Nel caso leggessi questa storia devi sapere che dopo aver condiviso tanta strada con te mi accade di immaginarti seduta nel sedile accanto che guardi la mappa e se mi giro a guardare il letto di fianco al mio vedo ancora i tuoi occhi che mi danno la buonanotte.

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dormivo in auto

Dormivo in auto sulla Melrose, di fronte a Starbucks.
Facevo calare il sedile fino a trasformarlo in un giaciglio.
Poi mettevo le cuffie e ascoltavo Anita O’Day cantare It never entered my mind.
Avevo tutto quello di cui avevo bisogno.
Mi lavavo all’alba nel bagno di Starbucks facendo la coda con barboni più o meno vogliosi di raccontarsi.
C’era un tipo enorme di colore che era tatuato dalla testa ai piedi compreso il volto.
A vederlo metteva paura a parlargli metteva tenerezza.
Era cresciuto in una base militare militare americana in Italia, il suo italiano era scolastico ma bastava per capire che la sua vita per strada era stata una scelta di ribellione al conformismo militaresco del padre.
Tommy viveva sulla strada perché dopo la morte della moglie non era piu’ riuscito a dormire nella casa che aveva condiviso con l’amore della sua vita.
Anita aveva 22 anni ed era fuggita da casa per sfuggire al nuovo marito di sua madre che tornava a casa ubriaco ogni sera.
E poi c’era un signore elegante che sembrava un professore di università, portava sempre il farfallino e la giacca e dormiva su una mercedes parcheggiata dietro l’angolo.
Non mi disse perché viveva in un auto ma un giorno mi fece una citazione tratta da “Vita nei boschi” di Walden che non ho mai dimenticato:
“Un uomo e’ ricco in proporzione al numero di cose di cui può fare a meno.”
Sono stato cosi’ libero che la libertà divenne una prigione, una dipendenza, una necessità.
E se mi chiedete cosa sia la libertà la mia risposta è semplice.
Libertà è possedere l’unica cosa di cui si ha veramente bisogno.
La proprietà del tempo.
Come possedere un enorme magazzino che puoi riempire di albe, tramonti, parole, conoscenze, fughe e ritorni, luoghi e memorie.
Qualunque persona sensibile che abbia mai provato a studiare la storia dell’umanità si sarà chiesto perché l’uomo ami complicarsi la vita creando conflitti, divisioni e caste?
La risposta non esiste, esiste solo la consapevolezza che bisogna stare lontani.
Stare lontani dalle regole, dalle leggi, dalle convenzioni, dagli ubbidisco, dal forte che sovrasta il debole e dal debole che non ha la forza di ribellarsi.
Stare lontani è uno stile di vita.
E poi ci ritroviamo tra di noi, noi che stiamo distanti, magari davanti al cesso di Starbucks facendo la coda per lavarsi la faccia e i denti.
Con lo sguardo sereno di chi ha imparato a fare a meno di tutto tranne che di se stesso.
Non è mica facile.
Ma nulla è facile.
E se lo fosse forse non ne varrebbe nemmeno la pena.

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Mi serve una musica

Mi serve una musica per coprire il rumore del treno.Non è il rumore che mi da fastidio ma il ricordo di lei che parte.
Fondamentalmente vivo in un mondo di bugiardi con la faccia onesta, gente che sa usare le parole e non sa nemmeno come si cominci a mettere in moto un cuore.
Nel mio campo di cotone siamo rimasti in pochi e tutti senza padrone, lo raccogliamo per il gusto di lavorare senza catene.
Quando mi confronto con la mia solitudine mi consolo col pensiero che non avrei sposato nessuna di quelle donne con cui i miei vecchi amici hanno deciso di passare la loro vita.
Non ci si può lamentare di non aver trovate il filone di smeraldi, qualunque cercatore di pietre preziose sa che il divertimento è nel cercare.
Trovare è una possibilità su cui nessun buon giocatore punterebbe un dollaro
Ho una passione per le passioni, il vecchio Joe sotto un albero cercando l’ultimo tabacco nel fondo di una lattina di caffè mi disse che la passione è come il sapore della gomma da masticare, piu’ mastichi prima scompare.Lo disse sputando il tabacco e dando un sorso a un fondo di Jack Daniel.
Sempre pensato che chi beve dalla bottiglia ha un animo selvaggio e fanciullo, il bicchiere è un oggetto superfluo amato dai superflui.Lady Macbeth cercò di convincermi del piacere del successo portandomi davanti alle vetrine di una concessionaria di Corvette , io la scopai sul mio van e la lasciai consolandola con l’indirizzo di un uomo che aveva tutto tranne una moglie stronza con cui condividere quel tutto.
Il blues suonava, la neve cadeva, il corvo stava sul filo, la lucertola aveva una coda biforcuta e il lupo faceva la guardia al mio cuore mentre un indiano con una chitarra sulla spalla andava incontro ai graffi di un orso, tutto questo mentre scrivevo su un foglio:”cercasi amore disperatamente” non feci tempo ad aggiungere che mi sarebbe bastato trovarlo per quel tempo che basta da poter dire di averlo incontrato che qualcuno mi sparò alla schiena.
Credo di esser morto ma non abbastanza da non poter rialzarmi il giorno dopo e ricominciare tutto daccapo come se niente fosse successo.

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Sul treno da Berlino a Minsk

Sul treno che portava da Berlino a Minsk fui svegliato nel mezzo della notte dalle martellate che adattavano le ruote motrici alle rotaie polacche.
Dormivo in una cuccetta con un vecchio Bielorusso che tornava a casa, aveva una valigia di cartone dal quale usciva un odore di salsicce.
Mi rimisi a dormire pensando a Viktoria che mi aspettava a Baranovichy.
Inutile negare che la ricerca dell’amore ci porta a fare cazzate meravigliose senza le quali la vita non avrebbe senso.
Vissi una settimana mangiando patate e pollo, facendo l’amore cinque volta al giorno in un vecchio appartamento arredato come una casa italiana nel dopoguerra, passeggiando per parchi deserti e cercando disperatamente qualche ragione che giustificasse quel senso di squallore che il comunismo regala ai suoi regni.
Volevo che Viktoria tornasse con me, andammo in un luogo misterioso dove si potevano richiedere i visti per l’espatrio, un burocrate pezzo di merda mi disse che le bellezze Bielorusse erano equiparate ad opere d’arte e come le opere d’arte non potevano lasciare il paese.
Lasciai Viktoria a Baranovichy e tornai sentendomi più solo di quando fossi partito.
Venni a scoprire anni dopo che era riuscita ad arrivare in Italia e che si era sposata, era diventata mamma e viveva in una piccola città nel Nord Italia.
Ed io sono ancora qua a ricostruire i viaggi con la memoria, cercando un senso in ogni amplesso, motivando un addio con la scusa di aver bevuto ogni bicchiere che mi è stato offerto, qui in una città che sembra l’ombra di se stessa, e come un ombra sembra seguirti senza lasciarti nessuna possibilità di sfuggirgli.
Forse spegnendo le luci.
Forse spegnendo le luci posso cercare qualcosa nel buio, trovare uno sguardo che pensa di non essere visto, magari gli occhi della libraria che sono l’unica cosa di lei che conosco a parte i fiori che abbelliscono la sua mascherina nascondendole il viso.
Dal piano sotto al piano sopra è un viaggio, dalla cucina al cesso è un viaggio, da casa al supermercato è quasi un volo intercontinentale, ridotto a dare ai centimetri il valore dei chilometri per non sentirmi immobile e inutile.
Ne sa qualcosa il gatto che non ho mai accarezzato tanto, o i cani che non ho mai abbracciato tanto, ne sanno i libri che apro e chiudo in continuazione, lo sa persino la pipa che non veniva fumata da anni e ora mi regala il decollo di un filo di fumo che si va a schiantare contro lo schermo del computer.
Togliete il guscio a una tartaruga e datele un attico a Manhattan, non la vedrete felice, togliete le ali all’aquila e regalatele il cielo, non la vedrete felice, togliete il tempo all’uomo e regalategli l’eternità, solo gli imbecilli ringrazieranno.
Solo, seduto accanto al tappeto gioco con un camion, fingo di portare cemento per costruire una casa tutta mia, mia madre entra in camera e mi dice che è ora di mangiare.
Parcheggio il camion accanto al piede del letto, nascondo l’omino che lo guida sotto il cuscino e vado in cucina.
Mia madre mi chiede cosa stavo facendo io le dico che stavo costruendo una casa e che l’avrei fatta abbastanza grande per darle una camera enorme dove avrebbe potuto anche nuotare.
Nuotare? Mi chiese.
Certo, le dissi. Sapevo che le piaceva il mare.
Poi senza opporre resistenza dal nulla mi lascio catturare, mi dichiaro colpevole a chi mi accusa di non aver saputo amare.
Sappiate che lo faccio solo perché sono stufo di nascondermi e scappare.

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Joshua e lA FALENA

Joshua e la falena non possono fare a meno uno dell’altra.
Joshua porge il fiore e la falena deponendo al suo interno le uova ne diffonde il polline.
Una vita in simbiosi.
La mia idea dell’amore?
L’albero e l’animale notturno, sperduti e soli nel deserto.
Inconsapevoli dell’universo sfidano il caldo torrido e il freddo improvviso regalandosi la possibilità di creare vita dalla vita.
Io non cerco l’amore, cerco una falena.

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