Se io oggi tornassi bambino

Se io oggi tornassi bambino

Se io oggi tornassi bambino cercherei nascondigli sicuri
metterei meno fretta al tempo e verrei a cercarti all’uscita dell’asilo per vederti bambina.
Direi a mio padre che a volte si sbagliano anche i grandi, consiglierei a mio fratello di picchiarmi di meno perché anche i fratelli più piccoli prima o poi crescono e sapendo quanto mi sarebbe mancato passerei più tempo con mio nonno e le sue storie di guerra,
Se io oggi tornassi bambino farei meno domande e crederei meno alle risposte, tornerei a scambiare opinioni con un orsetto di peluche che sapeva riempire i suoi silenzi di mille significati e prima di dormire non direi più preghiere ma darei l’addio al giorno passato come fosse un amico che non tornerà mai più.
E nel dormiveglia tornerei a succhiare il bordo della copertina come se fosse succhiare vita.
Con quel sapore di pulito che da grande non senti più.

Il cinismo è un ragno

Il cinismo è un ragno

Il cinismo è un ragno che mi cammina sul braccio e con il quale ho fatto amicizia.
Il patto è che lui non mi morda e io non lo uccida.
A volte scambiamo due parole sulla vita e ci troviamo sempre d’accordo.
Il ragno mi diceva che la cosa più divertente che gli umani abbiano inventato è l’amore.
Un invenzione che ha permesso di fare cose che senza amore non si sarebbero mai fatte.
Si fa la guerra per amore della propria patria.
Si uccide per amore del proprio dio.
Diventi padrone e schiavo per amore.
Per amore disgusti la libertà.
Poi il ragnetto appoggia la sua bocca al mio orecchio e mi sussurra:
dfjskhurllldkfhaksrrsdf dgahfgkasakl irjfifjlakdfdkkd
Che nella lingua degli Aracnidi significa:
L’amore è una puttanata colossale che voi esseri viventi dotati solo di due misere gambe usate per sentirvi ancora piu’ instabili e quindi meritevoli di un appoggio esterno.
Noi ragni, che di gambe ne abbiamo otto non abbiamo bisogno di questo genere di cazzate.
Poi scherzando appoggia il suo chelichero sul mio lobo.
Lo guardo incazzato.
“Attento stronzetto che se mi mordi ti schiaccio come se fossi un ragno.”
“Ma io sono un ragno” Risponde allontanandosi.
Mentre si addormenta tra le pieghe della giacca io guido in direzione nord, attorno c’è un cielo grigio sporcato dal fumo di una ciminiera e un camion che sembra trasportare quintali di malinconia.
Lo sveglio dandogli una ditata sulla testa.
“Che vuoi?” Mi dice.
“Ascolta ragnetto, mi spieghi perchè non credo in nulla?”
“E tu mi svegli per chiedermi questa puttanata?”
“Tu rispondimi.”
Si stropiccia i suoi quattro paia di occhi poi guardandomi con solo tre occhi, mentre gli altri cinque si distraggono ad osservare il tergicristallo mi risponde:
“Tu non credi in nulla perché nulla di ciò che vogliono farti credere è credibile.”
Aspetta. Fammi pensare.
Cazzo. E’ proprio cosi’.
Nulla di cio’ che vogliono farmi credere è credibile.
E come Antistene e Diogene di Sinope sono un randagio che ha smesso di credere alle grandi illusioni dell’umanità e disprezzo i poeti che rantolano parole d’amore, mi fanno pena le donne che elemosinano la compagnia eterna di un uomo e non sanno apprezzare le brevi soste dei marinai.
Ho il vomito di fronte alle coppie di cui una è bastone e l’altro carota, in una commedia delle falsità dove il marito recita la sua parte nel teatro di casa ed è se stesso nella camera da letto di un altra donna.
Il cinismo è un ragno che camminando tra una manica e un bottone ha costruito una ragnatela sul mio cuore e ora guarda orgoglioso verso l’orizzonte in attesa di una mosca che attratta dalla mia solitudine gli servi la cena.

Di cosa avrei bisogno?

Di cosa avrei bisogno?

Di cosa avrei bisogno per stare bene?
Avrei bisogno di una bottiglia per raccogliere l’acqua di questo torrente.
Ho deciso di camminare verso il Lago Santo e sono sicuro che mi verrà sete.
Non so nemmeno se riuscirò ad arrivarci.
Non possiedo il fiato.
Posseggo tutto il resto.
Case, automobili, donne e desideri esauditi.
Ma cazzo non possiedo il fiato.
E quando stamattina li ho visti partire con le loro scarpe tecniche, le loro giacche a vento ed i loro bastoncini mi ha preso un invidia che ha cominciato a rodermi il fegato.
A me, a me che non avevo mai provato invidia per niente e per nessuno.
“Dove andate?”
Ho chiesto.
“Cinque ore di cammino fino al Lago in cima alla montagna.”
Mi hanno risposto.
E poi la più figa del gruppo guardandomi fisso negli occhi mi ha chiesto:
“Perché non vieni con noi?”
Mi è venuto il panico solo a pensarci.
“Non ho il fiato.” Le ho detto.
“Quello non si compra.” 
Mi ha risposto.
E se ne è andata lasciandomi li come un coglione, un coglione povero.
Povero di ossigeno.
Provate ad immaginare.
Siete convinti di avere tutto e poi da un momento all’altro vi accorgete che vi manca l’essenziale.
No, non poteva mica finire così.
Sono andato in un negozio e ho comperato tutta l’attrezzatura.
Naturalmente la migliore che ci fosse, o almeno quella che costava di più.
Mi sono vestito che sembravo un professionista delle scalate.
Sono arrivato con la mia auto ai piedi della montagna, ho parcheggiato dove inizia il sentiero e ho cominciato a camminare.
Anche se non possiedo il fiato possiedo la volontà.
Ho camminato per tre ore.
Con il fiato sempre più corto, la voglia di arrendermi sempre più forte, la paura di accorgermi che avrei dovuto imparare a perdere.
Fino a questa piccola radura, dove questo torrente fa un rumore dolcissimo, e il freddo comincia a crescere e il buio avanza come un lenzuolo sotto cui sembrano nascondersi tutti i corpi delle donne che non ho amato.
Seduto su questa pietra guardando l’ombra di una ragnatela di rami che sembra volermi imprigionare a me stesso sento la mancanza di un bastoncino di legno al quale da bambino attaccai una forchetta per potermi grattare la schiena.
Come un orso mi appoggio al dorso ruvido di un albero e comincio a raschiarmi dal culo alle spalle sentendo la gioia dell’essenziale scorrermi nelle vene.
Pensando alla strada da fare e al rantolare del mio respiro mi sento l’uomo più povero del mondo, ho speso quegli spiccioli di fiato e finalmente provo l’ebbrezza del nulla da perdere.
E tutto perché la più figa del gruppo mi chiese di andare con lei e io mi accorsi di non poterlo fare.
“Quello non si compra.”

L’ultimo respiro non ha prezzo, me lo godo tutto osservandolo mentre traccia una nuvola di vapore che mi ricorda il profilo di una mano che accarezza il vuoto.

Il cioccolatino

Il cioccolatino

Ci mettemmo d’accordo io e mia moglie per farle trovare ogni sera sotto il cuscino un cioccolatino.
Le dicemmo che era lo gnomo a portarlo.
Lo gnomo che abitava in quella casetta di pietra sotto la curva.
Per anni ogni sera la bambina trovò il suo cioccolatino.
Poi una mattina a colazione arrivò con il cioccolatino in mano e ci disse di smetterla.
Aveva il cassetto pieno di cioccolatini, e comunque era chiaro che lo gnomo era un invenzione.
La guardammo sorridere mentre pucciava il biscotto nel latte con un aria da grande.
Con quell’aria da grande che mi fece pensare di averla persa.
Ora sono qua nel letto di questo ospedale.
E non so se ne uscirò vivo.
Mia figlia viene ogni giorno a trovarmi e oggi mi ha portato un cioccolatino.
Mi ha detto:
“Papà questo me l’ha dato lo gnomo, l’ha fatto per te con il cacao piu’ buono del mondo.”
E io ci ho creduto.
Si crede a qualsiasi favola quando la realtà non ti lascia speranza.
“Posso mangiarlo?” Le ho chiesto.
“Il dottore dice di si.” Mi ha risposto.
E l’ho mangiato ricordandola bambina, quando mi divertivo a spiarla mentre alzava il cuscino sicura di trovare il suo dolce tesoro.
Quanto tempo è passato, infinitamente di piu’ del tempo che mi resta.
Ci sono momenti in cui il trucco si svela, la favola finisce e inizia la vita e giorni in cui il trucco riesce di nuovo, una nuova misteriosa avventura inizia e la vita finisce.
Mi tenne la mano fino alla fine parlandomi di tutte le cose che facevamo insieme.
E mi lasciò andare sussurrandomi nell’orecchio:
papà sai qual’era la cosa piu’ bella della storia dello gnomo…
no, non lo so, dimmi piccola…
la cosa più bella era che io ho sempre saputo che eri te
Fine.

Sedia a dondolo

Sedia a dondolo

La vedemmo insieme e decidemmo di comperarla.
Poi lei morì il giorno prima che andammo a ritirarla.
E da allora ogni volta che dondolo penso a lei.
Quando la vide mi disse:
Tu hai bisogno di dondolare, compriamola.
Le chiesi perché pensasse che io avessi bisogno di dondolare e lei mi rispose che quando un uomo dondola non pensa e io avevo bisogno di non pensare.
Mia moglie la conobbi che aveva tredici anni.
Passava i pomeriggi ad aiutare suo padre nel negozio di ferramenta in fondo alla città.
Ero entrato per comperare una scatola di chiodi, la vidi, e comperai chiodi tutti i giorni per un mese di fila.
Poi un pomeriggio mi disse:
E se al posto dei chiodi comperassi delle viti?
Perché? Le chiesi.
Perché i chiodi li ho finiti.
E comprai viti fino a quando non finì anche quelle.
Prima che passassi ai bulloni lei mi diede un appuntamento al cinema per lo spettacolo del sabato pomeriggio.
Saremmo dovuti entrare separati e fingere di ritrovarci seduti vicini per caso.
Non ricordo il titolo del film.
Ricordo che afferrai la sua mano e la tenni percorrendo con i polpastrelli la lunghezza di ogni suo dito, poi le massaggiai il palmo rimanendo colpito dalla morbidezza della sua pelle.
Lei non si girò mai a guardarmi.
Avermi affidato una mano era una concessione così spropositata che non c’era bisogno di sguardi per capire che ci eravamo scelti.
Non per questo smisi di comperare ogni genere di prodotti in vendita nella ferramenta di suo padre.
La voglia di vederla mi fece diventare un abile costruttore di porte blindate, armadi, imparai a cambiare le serrature e riparare armadi, poi passai al giardinaggio, e ci fu il momento in cui progettai meravigliosi cancelletti per i giardini dei vicini, erano cosi’ belli che tutti li vollero.
Alla fine del corteggiamento mi ritrovai ad essere il miglior artigiano della città.
Quando ci sposammo costruii con le mie mani la nostra casa, poi nacquero due bambine e la vita procedeva, giorno dopo giorno, come se fosse una storia cosi’ normale da non meritare una fine.
Era la mia speranza, essere cosi’ banali da non meritare una conclusione.
Ma ci pensavo.
Ci pensavo a come sarebbe stata la mia vita quando le bambine sarebbero cresciute e se ne fossero andate.
Quando accadde, lo ricordo come fosse oggi, mi sembrò di aver cresciuto un milione di rondini per poi vederle volare via in uno stormo cosi’ grande da oscurare il sole.
Lei mi diceva di non pensarci.
E per non pensarci decidemmo di comperarla.
Mi lasciò il giorno prima che andassimo a ritirarla.
E da allora ogni volta che dondolo penso a lei che era sicura che comprandola avrei smesso di pensare.
Sapete cosa ho imparato di questa cosa chiamata vita?
Ho imparato che noi pensiamo di conoscere dove portino le strade che abbiamo percorso mille volte, ma pur sapendo il luogo dove stiamo andando non potremo mai sapere come quel luogo sarà cambiato al nostro arrivo.

Cazzo, fica, culo, tette

Cazzo, fica, culo, tette

Cazzo, fica, culo, tette.
Ripetevo fra me e me, mentre mia madre mi teneva la manina e mi portava in giro per Genova.
Avevo circa otto anni ed è questo il ricordo della mia prima trasgressione.
Trasgressione silenziosa, una litania che sussurravo come una formula magica nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto nel disubbidire all’imperativo di non dire parolacce.
Non accadeva nulla, se sei bravo a disubbidire non accade nulla.
A Messa, quando il prete diceva di scambiarsi un segno di pace io me ne stavo con le mani in tasca, e al segno di pace rispondevo col muso.
Odiavo quell’imperativo, non mi è mai piaciuto toccare gli sconosciuti e non me ne fregava nulla se ad imporlo era un cazzo di prete.
Non scambiavo segni di pace con vecchietti che avevano mani rugose e viscide.
Poi trasgredire diventò un abitudine.
Più i rischi aumentavano più la trasgressione diventava irresistibile.
L’atto del trasgredire, dell’andare oltre i limiti consentiti, violare una norma, un ordine, una legge era il gioco più bello che avessero mai inventato.
Ripensandoci oggi poteva benissimo essere scambiato per masochismo, mio padre menava di brutto, a scuola si incazzavano di brutto, i professori erano predisposti a fare la spia e anche i genitori degli amici rappresentavano un nemico di cui non fidarsi.
C’era sempre il pericolo che qualcuno si incazzasse.
Perchè a quei tempi l’incazzatura era una cosa seria.
Mica facevano finta.
Se decidevi di dichiarare guerra potevi rimetterci le penne.
C’è chi la dichiarava cominciando a drogarsi.
Chi dandosi all’alcool.
Altri si davano alla velocità.
Ma più ti mettevi nella merda più ti sentivi vivo.
Sapete qual era lo scopo del gioco?
Sopravvivere.
Ed era tutto allenamento.
Allenamento alla vita.
Sarebbe servito tutto.
Le botte.
Le cadute.
I sogni infranti.
Gli amori finiti.
Le ubriacature.
La canna che ti fa collassare.
L’incidente in auto.
Tutto sarebbe servito a scoprire quell’attimo, quell’ultimo attimo disponibile per aprire il paracadute un attimo prima che sia troppo tardi.
Imparare a frenare in tempo.
Ad allontanarsi in tempo.
A non crederci prima che sia troppo tardi.
Eravamo bambini, ragazzi, che si mettevano alla prova spinti da un istinto di sopravvivenza che non può fare a meno del rischio per testarsi.
Se guardassimo oggi quei nostri occhi adolescenti vedremmo quel fuoco.
Il fuoco della rabbia che solo la consapevolezza ti può dare.
La consapevolezza che eravamo condannati ad entrare nel mondo dei grandi, quei grandi che odiavamo, quei grandi che non ci capivano, quei grandi che sembravano provare piacere nel distruggere i nostri sogni.
Sapevamo che saremmo diventati come loro e tutto ciò era cosi’ insopportabile che non potevamo fare altro che cercare di consumarci prima, prima di doverci giudicare con le stesse parole, le stesse regole di coloro contro cui stavamo combattendo.
Cazzo, fica, culo, tette.
Lo so, lo so che le parolacce non si possono dire.
Ma se le hanno inventate un motivo ci sarà.
A otto anni quel motivo mi era perfettamente chiaro.
Oggi quando mi sembra di non ricordarlo ripeto fra di me
Cazzo, fica, culo, tette
e tutto mi torna in mente.
Datemi un nemico da combattere ,un ideale da difendere, e una regola da trasgredire.
Solo rischiando di perdere si può sperare di vincere.

Come se…

Come se…

L’esserci e il non esserci.
La presenza e l’assenza.
L’assenza di chi potrà ancora esserci, e l’assenza di chi non potrà esserci mai più.
Ho steso un filo per terra, ci ho camminato sopra senza provare nessuna emozione.
Non serve morire in guerra, si muore lo stesso, anche in tempo di pace, e forse fa più male non avendo nemmeno una ragione a cui aggrapparsi.
Abbiamo imparato l’arte di aspettare la fine come si aspetta un treno sperando arrivi in ritardo per permetterci ancora baci, tanti baci all’amore che ci ha accompagnato alla stazione.
Ma il treno arriva.
Quando sali aspetti a sederti per vederla dal vetro concentrandoti sull’ultimo attimo prima che scompaia, come se quell’attimo valesse un eternità.
Come se…