Stringimi

Stringimi, non farti problemi, stringimi piu’ forte che puoi.
Tutta la forza che hai non puo’ farmi male, tutta la forza che hai puo’ solo farmi bene.
Tieni la mia testa tra le tue braccia, accarezza i miei pensieri, accarezza la mia memoria, accarezza la storia non scritta che e’ dentro il mio cervello.
Abbracciami fino a sentire che non esiste piu’ spazio tra le tue braccia e il mio sterno, abbracciami come se volessi portarmi dentro di te.
Fallo con tutta la forza che hai, tutta la forza che hai non puo’ farmi male.
Sono, siamo, racconti incompleti, libri pieni di pagine bianche, pensieri scordati, note a pie’ di pagina che nessuno legge.
Stringimi e stringi la neve che mi cadeva sulla testa quella mattina sulla spiaggia quando la scuola era chiusa e la spiaggia era bianca.
Stringi quelle fughe di casa, stringi le paure, il coraggio, stringi quella caduta, stringi quel bambino e quest’uomo.
Sai quante volte ero stanco di lottare, sai quante volte mi sono appoggiato, la testa contro il muro, i pensieri contro il cemento.
Quelle volte non c’era nessuno dietro, nessuna mano appoggiata sulla spalla.
Non ero una vittima, ero un uomo che aveva bisogno di un appoggio, un sostegno per non farmi cadere, giusto il tempo di riprendere forza e continuare.
Continuare.
Grandi strade piene, vecchi alberghi trasformati, tu scrivi anche di notte perche’ di notte non dormi mai…
In macchina da solo, guidavo io, non mio padre.
Io decidevo la velocita’, dove fermarmi.
Sembra nulla ma era cambiato tutto.
Non stavo piu’ seduto dietro nell’imbarazzo di dire la cosa giusta o di dare una giusta lunghezza ai miei silenzi.
Non pregavo piu’ perche’ rallentasse o tenesse quella maledetta distanza di sicurezza.
Non avevo piu’ nulla da dimostrare.
Dimostrare.
Non e’ un attitudine, e’ una costrizione.
Una notte decisi di dormire in un parcheggio sul mare.
Mi cadde lo zaino e tutte le cose si sparsero sull’asfalto.
Stavo per raccoglierle poi mi fermai a guardare.
C’era un paio di occhiali, fogli sparsi, delle cassette, sigarette, un accendino e altri oggetti.
Li guardai e pensai: sono io.
Li fotografai pensando che mi stessi facendo un autoritratto.
Poi rimisi tutto dentro lo zaino.
Pensai:
Chi mi vuole deve volere anche il mio zaino, non importa quanto pesi, cio’ che importa e’ che li dentro ci sono io.

Possiamo

Possiamo annegare nell’alcool in cerca di sfuocature della realta’.
Possiamo annebbiarci la vista ed appannare quelle immagini troppo nitide per essere sopportate da occhi ormai stanchi.
E poi possiamo sdraiarci a caccia del sonno come se addormentarsi fosse catturare la preda che ci tranquillizza sul pasto di domani.
L’uomo e’ cosi’ imperfetto che immaginarlo imprigionato in una fantastica perfezione e’ come vederlo cadavere.
Immobile.
E senza respiro.
Lo sguardo ritrova se stesso in uno specchietto retrovisore, si ritrova e si guarda meravigliato indeciso se riconoscersi.
Ho voglia di perdermi.
Lucidamente perso nel mezzo di un incrocio senza nessun segnale che mi indichi una direzione.
Ho voglia di tirare una moneta per aria e lasciare decidere a lei dove andare.
Ho voglia di lanciare parole senza senso in questo cielo grigio, onde sonore nate per essere intercettate da qualche creatura extraterrestre che si domandera’ il significato di: fanculo, cazzo, merda, fottiti, bastardo e amore.
Mi gioco i coglioni che riuscira’ a decifrare il significato di tutte queste parole…tranne l’ultima.

Volavo

Volavo sotto le gradinate del palasport la sera del 17 Dicembre 1980 mentre Francesco Guccini cantava l’avvelenata e io trovai il coraggio di baciarti per la prima volta.
Eri la mia prima ragazza.
Non sapevo nulla, ero cosi’ ignorante che la prima volta che vidi il tuo seno rimasi cosi’ stupito dalla sua bellezza che quasi mi convinsi dell’esistenza di un Dio perfezionista.
Abitavi nella via piu’ ripida di Genova, naturalmente l’ultima casa in cima sulla sinistra, arrivavo a piedi con il fiatone.
Stavi al settimo piano.
L’ascensore faceva quei sette piani con una lentezza esasperante, poi tua madre mi apriva e mi diceva:
“Alessandra ti aspetta in camera. Non chiudetevi dentro.”
“Va bene signora.” Rispondevo.
Meno male che tuo padre era comandante su qualche nave e non c’era mai.
Sempre pensato fosse piu’ facile addolcire una madre che un padre.
Ti conquistai con un atto di teppismo.
Eravamo in una scuola di recupero che ci costringeva al doposcuola, tu non avevi voglia di farti quel pomeriggio a scuola e io ti promisi che non l’avresti fatto.
Presi della carta igienica e tappai il buco dei lavabi dei bagni e poi aprii i rubinetti.
Mezz’ora dopo la scuola era allagata e ci fecero tornare a casa.
La prima cosa che tu mi dicesti fu:
“Sei un pazzo.”
La seconda cosa:
“Andiamo a vedere Guccini?”
Ne io ne te avevamo mai fatto l’amore.
Ci addestrammo per qualche mese sfiorandoci e toccandoci.
L’occasione della prima volta arrivo’ quando tu rubasti le chiavi della tua casa di campagna.
Si trovava in una piccola frazione di Busalla chiamata Vaccarezza, il modo migliore per arrivarci era prendere il trenino Genova- Casella.
Quando arrivammo c’era un temporale.
Sedevamo in cucina con la finestra aperta quando un lampo entrò dalla finestra e si scarico su una pentola di rame attaccata al soffitto.
Fece un botto tremendo e ci rifugiammo in camera da letto.
Ci spogliammo e per la prima volta ci ritrovammo nudi sotto le coperte in un letto.
E facemmo l’amore scoprendo insieme il significato del verbo “fare l’amore”.
A te dava fastidio che io fossi di origini borghesi, da buona teen ager rivoluzionaria provavi dei sensi di colpa a stare con un “figlio di papa’”, poi ti addolcivi quando capivi che erano piu’ i giorni in cui scappavo di casa di quelli in cui tornavo.
I nostri luoghi preferiti erano i giardini di plastica, la panda di tua sorella che lei lasciava sempre aperta, i treni che portavano in riviera e una serra di cui avevamo le chiavi e potevamo chiuderci dentro senza che nessuno venisse a rompere i coglioni.
Poi venne l’estate.
Io venni a trovarti a Vaccarezza prima di andare a Berceto dove avrei passato luglio e agosto.
Due mesi senza vederci. Era una tragedia.
Ti salutai e tu mi presentasti i tuoi amici della campagna tra cui un tipo sulla trentina con capelli rossi e una barba rossa che sembrava uscito da una foto segnaletica.
Ci telefonavamo quando era possibile.
Tu mi scrivesti lettere in cui mi giuravi che non vedevi l’ora di rivedermi.
Poi a settembre ci ritrovammo, ero cosi’ felice che pensai di ridefinire il significato di felicità.
E qualche minuto dopo ero cosi’ triste che ridefinii il concetto di tristezza.
Ti eri fidanzata col tipo con la barba rossa, io ti chiesi come facevi a stare con un vecchio di trent’anni.
Tu rispondesti che lui aveva una coscienza di classe che io non avrei mai avuto.
“Coscienza di classe”. Non ho mai capito cosa cazzo volesse dire.
Passai il pomeriggio chiuso in bagno, sdraiato vestito nella vasca a piangere.
Ed è cosi’ che finì il primo amore della mia vita.
Convinto che fosse il primo e l’ultimo.
Ieri con la testa di oggi avrei ceduto a Marta che quell’estate mi chiese di fidanzarmi con lei, e alla quale dissi di no per rimanerti fedele.
Ieri con la testa di oggi avrei capito subito che quello stronzo con la barba avrebbe usato il suo aspetto da rivoluzionario per portarti a letto.
Ieri con la testa di oggi non appena tu mi avresti parlato di “coscienza di classe” sarebbe partito un vaffanculo a te e alla coscienza di classe.
Ieri con la testa di oggi di fronte al tuo seno meraviglioso sarei rimasto ugualmente stupito dubitando ancora dell’inesistenza di Dio.
Non mi manca l’essere giovane, mi manca quella voglia che avevo di sfidare chiunque provasse a convincermi che la vita era un gioco per adulti dove le regole servivano solo e indebolire chi fosse stato cosi’ stupido da volerle seguire.

Il problema della razza

Il problema della razza se lo pongono gli uomini.
Io non so di che razza sono e quando lo domandano lui risponde ogni volta in maniera diversa.
E’ chiaro che la domanda lo imbarazza.
A proposito di razze.
Ieri notte è nevicato ed oggi siamo scesi dalla montagna verso la pianura.
Siamo partiti con la macchina coperta di neve e siamo arrivati con il tetto ancora bianco.
Siamo usciti dalla macchina e si è avvicinato un uomo di colore.
Di colore molto scuro.
Si è avvicinato al tetto della macchina ha toccato la neve e poi si è rivolto a lui e gli ha detto:
“Scusa, la tocco perché è la prima volta che la vedo.”
“Davvero?” Ha risposto lui.
“Si. E’ la prima volta che la vedo e che la tocco. Ed è bellissima.”
E hanno cominciato a parlare della neve.
Lui gli ha detto che sta arrivando l’inverno e magari scenderà anche in pianura.
L’uomo di colore ha chiesto se quando nevica fa piu’ freddo di quando non nevica.
Lui ha risposto che non è la neve che fa venire freddo, ma il freddo che fa venire la neve.
E hanno riso.
Gli ha dato qualcosa, ho visto il suo sguardo farsi triste dopo aver osservato la bocca dell’uomo ornata da pochi denti spezzati e se ne è andato dandogli la mano come se dare la mano fosse un modo per dire “non ho paura di te, non avere paura di me.”
Pero’ io lo so.
Io lo so che quando stava parcheggiando ad ha visto quell’uomo scuro avvicinarsi si stava innervosendo.
Lo so perché io sento quando lui si sta innervosendo.
Poi è sceso dall’auto.
Lo ha guardato negli occhi e ha ricevuto un sorriso che l’ha fatto sentire in colpa.
Ha chiesto a se stesso di smetterla di sentirsi diverso perchè è ridicolo sentirsi diversi in un mondo dove ognuno è unico.
E più di sempre ha sperato che nevicasse in pianura immaginando quanto bello potesse essere vedere nevicare per la prima volta.
La neve era bianca ma il cielo era nero.
E senza cielo non cadrebbe la neve.
Il problema della razza se lo pongono gli uomini.
Io, che sono un piccolo, minuscolo cane, mi pongo solo il problema di capire dai tuoi occhi quanta cattiveria hai vissuto per immaginare quanto potresti essere cattivo.
E nel caso starmene lontano.

L’amore non si chiama amore

Alcune cose che ho imparato sull’amore.
Prima di tutto l’amore non si chiama amore.
Per questo quando lo chiamate lui non si gira.
L’amore si chiama col nome della persona per cui desiderate tutto il bene del mondo, quella persona che non sentirete mai vostra perché essendo una persona non la vorrete mai possedere ma soltanto viverla, ha lo stesso nome dell’uomo o della donna che a guardarli sentite dentro la voglia di proteggerli da tutte le schifezze della vita, e per istinto sarete pronti a fare scudo col vostro corpo per salvarle la vita.
L’amore ha il nome di quella persona che se avete paura del buio non accenderà la luce ma vi prenderà per mano facendovi attraversare la notte portandovi verso l’alba.
Per convincervi che c’è sempre un alba.
L’amore non si chiama amore.
Perché se si chiamasse amore l’amore che io potrei provare per te sarebbe uguale a tutti gli altri amori del mondo.
E questo è impossibile perché nessuno al mondo è come te.
Una cosa ho imparato su quella cosa che la gente chiama amore.
Dietro quella parola si nascondono tante di quelle falsità ed ipocrisie che a svelarle tutte sarebbe come se il vulcano piu’ potente del mondo eruttasse finalmente tutto il fuoco che ha trattenuto dentro di se e il cielo si illuminerebbe di tutte le verità nascoste.
E i mariti, le mogli, i fidanzati, gli amanti finalmente svelati, non piu’ nascosti dalle lenzuole della menzogna, dovrebbero finalmente smetterla di chiamare amore cio’ che amore non è.
E Alberto direbbe a Paola che ama Lucia.
Marta direbbe ad Andrea che desidera Giovanni.
E Veronica non avrebbe piu’ paura di dire a Mauro che sogna di fuggire con Paolo.
L’amore non si chiama amore.
Ma chiamarlo col vero nome richiede quel coraggio che i vigliacchi non hanno.
Diffidate da chi vi chiama amore.
Credete a chi vi chiama col vostro nome senza correre il rischio di confonderlo con un altro nome.

Le colline si conoscono tutte tra di loro.

Le colline si conoscono tutte tra di loro.
E tra di loro parlano.
Gli argomenti preferiti sono il tempo che farà, il canto degli uccelli e il ricordo dei tempi passati.
Noi animali conosciamo il loro linguaggio e a volte restiamo ore ad ascoltare i pettegolezzi della natura.
Per questo mentre lui è interessato a un negozio di ferri vecchi io me ne sto appisolato su un cuscino d’erba gustandomi la storia di quella volta che un uomo anziano arrivo’ da queste parti con il desiderio di trovare dell’oro.
Ma l’oro non si trovava.
Le colline volevano aiutarlo ma non trovavano un sistema per comunicare col vecchietto.
Provarono a deviare un corso d’acqua per indirizzarlo verso l’oro ma lui non sapeva nuotare.
Chiesero a un corvo di appostarsi sull’albero sotto il quale si trovava il metallo prezioso.
Ma il vecchietto pensava che i corvi portassero sfortuna e si allontano’.
Fecero un ultimo tentativo concedendo a una vecchio abete rosso sotto il quale stava l’oro di colorarsi di giallo.
Giallo come l’oro.
Ma il vecchietto aveva problemi di vista e prese quella macchia gialla come un peggioramento della condizione dei sui occhi.
E cosi’ continuo’ a scavare nei posti sbagliati fino al giorno in cui mori’.
Le colline ricordano che quel giorno il suo sguardo privo di vita era rivolto verso il fiume che scorreva verso il corvo che stava seduto sull’albero diventato giallo.
Come se l’anima liberatasi del corpo avesse finalmente capito il messaggio delle colline.
Troppo tardi.
Molto meglio trasformarsi in un soffio di vento e giocare a scuotere le cime degli alberi.
E passando un ultima volta su se stesso soffiò sui capelli per coprire con una ciocca i suoi occhi aperti.
Se ne andò salutandosi come si saluta una miniera esaurita dando un passaggio verso ovest al corvo che dispiego’ le ali a cavallo del vento e si lascio’ portare dove il destino aveva deciso di andare.

La luce mi investe

La luce mi investe e il bambino che cammina sospeso sembra non rendersi conto del miracolo.
Il gufo bianco mi guida attraverso il labirinto del diavolo.
All’uscita mi domanda cosa desidero.
Desidero il potere di viaggiare nel tempo e nello spazio.
Prima mi dedicherei ai misteri irrisolti.
Sarò nella stanza di Marilyn ad osservare cosa accadde nell’ultima notte della sua vita.
Andrò a caccia di Gesu’ attorno all’anno zero e mi apposterò accanto al sepolcro per capire cosa avvenne davvero.
Cercherò di scoprire chi scrisse il manoscritto di Voynich.
Poi starò a San Francisco giusto il tempo per dare un identità a Zodiac.
Scoprirò che fine hanno fatto i bambini della famiglia Sodder, cosa accadde sul passo Dyatlov, come affondo’ la Ourang Medan e chi ha messo per 148 anni di fila lo stesso mazzo di fiori sotto il braccio della statua di Caroline Walter.
Poi verrei da te bambina per regalarti un anello d’acqua di mare, un anello che a guardarlo vedi barriere di corallo e pesci colorati mentre i raggi del sole sbattendo contro la superficie d’acqua creano riflessi che a guardarli sorridi e penserai che vivere è meraviglioso.
Ti dirò: “Aspettami.”
E mi guarderai andare via come si guarda uno straniero ritornare a casa chiedendoti quale possa essere il luogo d’origine di un uomo senza terra.

Il cinismo è un ragno

Il cinismo è un ragno che mi cammina sul braccio e con il quale ho fatto amicizia.
Il patto è che lui non mi morda e io non lo uccida.
A volte scambiamo due parole sulla vita e ci troviamo sempre d’accordo.
Il ragno mi diceva che la cosa più divertente che gli umani abbiano inventato è l’amore.
Un invenzione che ha permesso di fare cose che senza amore non si sarebbero mai fatte.
Si fa la guerra per amore della propria patria.
Si uccide per amore del proprio dio.
Diventi padrone e schiavo per amore.
Per amore disgusti la libertà.
Poi il ragnetto appoggia la sua bocca al mio orecchio e mi sussurra:
dfjskhurllldkfhaksrrsdf dgahfgkasakl irjfifjlakdfdkkd
Che nella lingua degli Aracnidi significa:
L’amore è una puttanata colossale che voi esseri viventi dotati solo di due misere gambe usate per sentirvi ancora piu’ instabili e quindi meritevoli di un appoggio esterno.
Noi ragni, che di gambe ne abbiamo otto non abbiamo bisogno di questo genere di cazzate.
Poi scherzando appoggia il suo chelichero sul mio lobo.
Lo guardo incazzato.
“Attento stronzetto che se mi mordi ti schiaccio come se fossi un ragno.”
“Ma io sono un ragno” Risponde allontanandosi.
Mentre si addormenta tra le pieghe della giacca io guido in direzione nord, attorno c’è un cielo grigio sporcato dal fumo di una ciminiera e un camion che sembra trasportare quintali di malinconia.
Lo sveglio dandogli una ditata sulla testa.
“Che vuoi?” Mi dice.
“Ascolta ragnetto, mi spieghi perchè non credo in nulla?”
“E tu mi svegli per chiedermi questa puttanata?”
“Tu rispondimi.”
Si stropiccia i suoi quattro paia di occhi poi guardandomi con solo tre occhi, mentre gli altri cinque si distraggono ad osservare il tergicristallo mi risponde:
“Tu non credi in nulla perché nulla di ciò che vogliono farti credere è credibile.”
Aspetta. Fammi pensare.
Cazzo. E’ proprio cosi’.
Nulla di cio’ che vogliono farmi credere è credibile.
E come Antistene e Diogene di Sinope sono un randagio che ha smesso di credere alle grandi illusioni dell’umanità e disprezzo i poeti che rantolano parole d’amore, mi fanno pena le donne che elemosinano la compagnia eterna di un uomo e non sanno apprezzare le brevi soste dei marinai.
Ho il vomito di fronte alle coppie di cui una è bastone e l’altro carota, in una commedia delle falsità dove il marito recita la sua parte nel teatro di casa ed è se stesso nella camera da letto di un altra donna.
Il cinismo è un ragno che camminando tra una manica e un bottone ha costruito una ragnatela sul mio cuore e ora guarda orgoglioso verso l’orizzonte in attesa di una mosca che attratta dalla mia solitudine gli servi la cena.

L’anima si forma vivendo

L’anima si forma vivendo.
Paradossale concessione dell’eterno all’effimero.
Il sarto cuce il vestito studiando la tua esistenza nei minimi dettagli.
Per questo la sorte è importante.
La mia sarà un anima viaggiatrice.
Raro caso per un cane.
Nel bar dove andiamo ogni mattina c’è un vecchio signore vestito benissimo che ogni mattina occupa sempre lo stesso posto defilato in un angolo del locale.
Arriva con una pila di giornali, si siede e mentre li sfoglia saluta tutti quelli che entrano.
Oggi il suo posto era occupato e ha fatto una cosa stranissima.
Si è messo a fare ordine nel bar.
Ha rimesso a posto le sedie spostate .
Ha pulito i tavolini.
E poi si è seduto suo malgrado nell’unico tavolino libero che si trova proprio al centro del bar.
Ha delle scarpe bellissime, io mi accuccio e passo il tempo a guardarle.
Osservando il suo sguardo ho notato invece che non era tranquillo.
Era seduto altrove.
Altrove da dove era abituato.
E l’abitudine crea delle zone di benessere, delle certezze.
L’animale vive di abitudini.
Io non faccio trasgressioni se non quelle che mi si impongono.
Non cambio il mio territorio se non per questioni di sopravvivenza e nemmeno le mie abitudini alimentari.
Mi sveglio e mi addormento sempre alla stessa ora.
Non cambio il mio pelo e non vado a caccia di cose nuove, la caccia è una cosa seria, serve a sopravvivere.
Il vecchio signore è come me per questo non appena il tipo che occupava il suo posto se ne va lui sorride e torna ad occupare la sua zona abituale.
Anche lui sta costruendo le sue abitudini.
Alle otto di sera si chiude dentro il van.
Io mi metto dentro la cuccia sotto il letto e lo sento suonare qualcosa.
Poi tira fuori una bacinella e si lava la faccia e i denti.
Si toglie i calzoni e si siede come un indiano, prende dei libri a caso e prova a leggerli ma dopo qualche minuto è già stufo e si mette ad ascoltare la radio.
Un altra mezz’ora e poi si infila nel sacco a pelo e mi chiama.
Io salto sul letto.
Spegne la luce.
E prova a dormire.
Ci mette un sacco ad addormentarsi.
Non so a cosa pensi, ma pensa.
Dicono che ci sia qualcuno capace di governare i propri pensieri.
Lui non saprebbe governare nemmeno un desiderio, figuriamoci i pensieri.
Lo vedo trasformarsi in una foglia trascinata dal vento, volare sui marciapiedi, sorvolare campagne, atterrare su un corpo e poi attendere che lei soffi per tornare a vagare nei ricordi cercando di afferrare l’attimo in cui dalla veglia si passa al sonno.
Quel passaggio segreto attraversato ogni notte e nascosto alla coscienza umana.
Io lo so.
So dove si trova.
Noi animali lo sappiamo.
Per questo ci mettiamo un attimo ad addormentarci.
Sappiamo la strada che porta di là.
Per quanto l’uomo si ritenga saggio non è saggio abbastanza da poter resistere nel confidare un segreto.
A me non resta che osservarlo e dentro di me pensare.
Acqua, acqua, fuochino, fuoco.
E poi vederlo scomparire nel mondo dei sogni.

Per la prima volta

Oggi ho fatto un sacco di cose per la prima volta.
Mi sono lavato per la prima volta.
Mi hanno tagliato il pelo per la prima volta.
Sono stato lontano da Guido per due ore per la prima volta e non ho nemmeno pianto tanto.
Grande giornata che volevo condividere con voi.