Devo abituarmi agli specchi.
Ci vuole del tempo per riconoscersi.
Nel frattempo gioco con me stesso abbaiandomi e sfidandomi.
L’uomo ha bisogno di lavarsi.
Qui sulla strada se ne incontrano molti che quando camminano lasciano dietro di se un odore di abbandono che mi entra nelle narici e mi porta a starnutire.
Come questo che è passato ora.
Pensare che ci ha messo un ora a pulirsi la sedia e il tavolino di fronte al quale si è seduto.
E sulla sedia perfettamente pulita ha appoggiato i suoi calzoni logorati e sul tavolino gioca imprimere le impronte del palmo delle sue mani.
Mi sembra di capire che l’uomo tiene piu’ alle cose che a se stesso.
Ha paura di prendere malattie toccando e non toccandosi.
Si abitua a se stesso e si tralascia.
Per fortuna il mio compagno di viaggio tutti i giorni tira fuori una bacinella dal fondo del van e si lava.
Ha delle salviette che si passa su tutto il corpo e due volte alla settimana mi porta in un posto dove ci sono mille bocche di metallo dove infila dentro calzoni mutande e magliette che puzzano e le tira fuori che profumano.
Su certi miracoli non mi faccio domande.
Stanotte ci siamo fermati dormire in un enorme parcheggio di un grande magazzino aperto tutta la notte.
Mentre stavamo riposando è entrato un tipo strano, lui ha fatto un salto ed è chiaro che si è spaventato.
Io mi sono infilato nella cuccia sotto il letto.
Il tipo aveva la faccia tutta piena di cicatrici, alcune fresche altre ormai seccate.
Lo sapevo che a furia di dimenticarsi di chiudere la porta prima o poi sarebbe successo.
Il tipo ha cominciato a chiedere dei soldi e lui si è calmato.
Un ladro non chiede.
Questo lo sa anche un cane.
Gli ha chiesto di uscire poi ha tirato fuori un biglietto da cinque dollari, e con cinque dollari l’intruso se ne è andato felice.
“Li spenderà per bere e non per mangiare.” Mi ha detto.
Bere?
Ma per bere basta l’acqua ho pensato.
La mia ingenuità mi fa capire il motivo per cui io dipendo da lui e non viceversa.
Ci siamo rimessi in strada e siamo passati davanti al tipo con le cicatrici sulla faccia che era accompagnato da una donna con le unghie lunghe.
“Se vedi dei graffi cerca le unghie e troverai il colpevole.” Dice sorridendo.
Di solito non guida di notte, ma lo spavento devo averlo svegliato.
Io sto sul fondo del van e guardo dal finestrino la strada sfuggirmi via, luci bianche che ci inseguono e luci rosse che fuggono.
Ho un occhio chiuso e un occhio aperto come se dovessi prendere la mira per sparare alla luna che appare e scompare come se volesse giocare.
Ma io sono troppo stanco e mi addormento.
E sogno.
Sono in una casa di cemento in mezzo a un milione di cuccioli come me.
Si apre una porta ed entrano i giganti.
Cerchiamo di metterci in salvo dai loro passi pesanti.
Corriamo tutti verso gli angoli della casa.
Poi un gigante si abbassa si guarda intorno e ne acchiappa uno per portarlo via.
Quando torniamo soli ci guardiamo e senza avere il coraggio di chiedere cosa accada a chi è stato portato via.
C’è chi comincia a costruire ipotesi di un paradiso, chi è convinto che sia l’inferno.
Chi giura che tutto dipenda dalla fortuna e chi non credendo in nulla pensa che una volta presi non si finisce da nessuna parte.
Ma nessuna parte deve essere da qualche parte.
E abbaiamo come matti fino a che il gigante non da due calci nella porta che spaventano tutti e nessuno osa piu’ aprire bocca.
Mi sveglio.
Siamo fermi.
Lui sta dormendo.
Io mi sposto e mi metto di fianco a lui col muso contro il suo muso.
Lo annuso un po’ e poi torno a dormire.
Sono tranquillo. Se sento il suo odore vicino al mio non faccio sogni cattivi.
Non fatevi ingannare.
A quattro zampe non ci si prepara all’umiliazione semplicemente si è piu’ stabili.
La posizione eretta si presta invece perfettamente alla genuflessione.
Per questo sono felice quando lui si mette carponi e gioca con me, abbaia anche, o meglio ci prova ed è felice se io faccio finta di capire cosa mi voglia dire.
Mi gira intorno goffamente, ma mi fa ridere ed io scodinzolo.
Sono sicuro che gli sarebbe piaciuto essere una bestia, non una bestia qualsiasi.
Nel van abbiamo foto di lupi e di bisonti.
Sono i suoi animali preferiti, dopo di me naturalmente.
Io di notte dormo profondamente.
Forse troppo.
A volte sento la sua mano che si posa sulla mia pancia, e sta li qualche secondo ad ascoltare il cuore che batte e poi si allontana.
Vuole essere sicuro che io sia vivo e poi torna a dormire.
E quando lui dorme io mi tiro su e vado verso il finestrino e guardo fuori il mondo di notte.
Ringhio alle luci, mi spavento se vedo ombre strane e poi mi accuccio semplicemente per guardare il buio che ammetto mi fa un po di paura ma mi piace guardarlo.
Ieri abbiamo guidato poco.
Credo fosse stanco e ci siamo fermati in un piazzale.
Lui ne ha approfittato per pulire tutto il van.
La pulizia del van merita un approfondimento.
E’ un paradosso matematico.
Ci mette un ora a metterlo in ordine e cinque minuti a farlo tornare incasinato come era prima.
Come è possibile?
Il fatto che il caos si espanda piu’ velocemente dell’ordine è uno di quei misteri su cui l’uomo non indaga abbastanza.
Noi animali risolviamo il dilemma con la nostra incapacità di riordinare ma con lo straordinario talento di scompigliare qualsiasi luogo in pochi istanti.
Verso sera siamo arrivati in una piccola città fatta di piccole casette colorate d’azzurro e rosa, era vuota come fossimo arrivati fuori stagione.
E quando ha chiesto all’unica persona presente in città come mai non ci fosse nessuno un vecchietto gentile ha risposto:
“Le case si popolano d’estate, in questa stagione i medium sono tutti altrove.”
Ho visto un espressione meravigliata sul suo viso.
Era arrivato fino qui per cercare qualche prova sull’esistenza degli spiriti e tutti quelli che sono predisposti a questo compito fondamentale per dare un senso alla vita dell’uomo sono in vacanza.
“Ti rendi conto Jackson che abbiamo fatto tutta questa strada per nulla?”
Mi rendevo conto.
Ha parcheggiato e ci siamo fatti una camminata lungo le strade deserte mentre veniva buio.
Si avvicinava alle finestre e guardava dentro i salotti bui ed abbandonati.
C’erano troppo angeli in giro.
Moltitudini di angeli di terracotta, di plastica, stampati e incisi, dappertutto bambini con le ali, troppi.
Tutti con una faccia felice come se fosse normale avere delle piume sulla schiena.
Gli umani hanno questa abitudine di disegnare ciò che vorrebbero fosse vero.
Disegnano cuori per sentirsi innamorati, disegnano sorrisi per sentirsi felici e disegnano angeli per sentirsi protetti.
In questo deserto di umani vedo apparire un cane solitario.
E’ un vecchio segugio che avrà piu’ di dieci anni, mi dice che questo è il periodo migliore dell’anno perchè puo’ correre per le strade senza rischiare di essere investito.
Poi si avvicina e mi invita a seguirlo.
Non avendo niente altro da fare lo seguiamo.
Arriviamo di fronte a un dondolo che è immobile sotto il portico di una casa.
Lui fa un balzo e ci salta sopra e comincia a dondolarsi.
Io lo seguo e un attimo dopo si siede anche lui.
Dondoliamo.
Dondolare è una piu’ belle invenzioni che gli umani abbiano mai creato.
L’idea di un qualcosa che dondoli è geniale.
Il segugio abbaia felice.
Io, che non avevo mai dondolato in vita mia, provo un senso di profonda soddisfazione.
Lui ha una faccia soddisfatta e detta il ritmo con leggere spinte dei piedi sul terreno.
Cosi’ va la vita.
Siamo venuti fino qua per cercare una risposta al dilemma dell’eternità e ci ritroviamo ad oscillare sul mondo senza pensare a nulla, cullati da una mamma invisibile e con l’unico dilemma di decidere quando scendere.
L’eternità puo’ attendere.
Del resto l’eternità ha un sacco di tempo da perdere e noi no.
Non sopporto degli umani il loro accanirsi su ciò che rimane sul fondo del bicchiere.
Aspirare il nulla con la cannuccia e fare quel terribile rumore di bolle d’acqua che friggono.
Lui la pensa come me.
Dopo aver lanciato un occhiata schifata al tipo seduto vicino a noi che non si rassegna alla fine del caffè americano usciamo e andiamo a finire la colazione nel van.
Lui con il suo muffin io con il mio osso verde che fa bene ai denti.
Oggi piove e il tergicristallo va a singhiozzo.
Quando si blocca lui da dei pugni sul cruscotto e quello riparte.
Io osservo tutto dalla mia cuccetta che sta proprio sotto il letto.
La dentro mi sento al sicuro, sul fondo ho nascosto una specie di topo di pezza che se gli mordo la testa fa un rumore di pernacchia.
Ogni tanto ci gioco, non più di tre minuti.
E’ un gioco stupido mordere un topo di stoffa, ma è meglio di niente.
Vi devo raccontare una cosa.
Stamattina stavamo uscendo molto presto dalla casa della ragazza, quella con la cicatrice sul ginocchio.
Era ancora buio.
Prima di uscire lui le ha scritto qualcosa su un biglietto e lei ha sorriso.
Poi lui l’ha baciata in quel posto che c’è tra il collo e la spalla.
Lo stesso posto dove io appoggio la mia testa quando mi prende in braccio.
E lei ha continuato a sorridere.
E poi nonostante fossimo già con un piede e una zampa fuori dalla porta siamo rientrati.
Mi hanno detto di giocare con l’altro cagnolino e loro si sono chiusi in camera.
Quando sono usciti dalla stanza Lei aveva una espressione strana ma meno stupida di quella che aveva lui.
E quando è uscito per andarsene si è dimenticato di me.
Avete capito?
Si è dimenticato di me.
La ragazza gli ha urlato dietro e lui è corso a prendermi chiedendomi scusa mille volte.
Scusa Jackson non lo faro’ mai piu’.
E rideva.
Rideva anche lei.
L’unico che non rideva ero io.
Ho riflettuto molto su questa cosa.
Credo sia l’amore che fa andare fuori di testa le persone.
Chiamarlo amore è una concessione che faccio al vocabolario degli umani.
Io per istinto lo chiamerei voglia di annusarti, di girarti attorno saltando, e poi di rincorrerti, e farmi rincorrere, e combattere col guinzaglio per annusarti sul muso e ascoltare il tuo alito che mi sbatte sul naso.
Ma se anche accadesse tutto questo io sono sicuro che non mi dimenticherei mai di lui.
Nemmeno per la piu’ bella cagnolina al mondo.
O forse si.
Comunque siamo di nuovo in viaggio e viaggiamo fino a metà giornata quando dopo aver girato su una piccola strada che porta verso la campagna frena e parcheggia.
Siamo in cima a una collina e intorno ci sono solo enormi pietre piantate nel terreno.
Sono una tentazione per la mia voglia di fare la pipi’, ma quando mi avvicino lui mi porta via.
“Non si fa la pipi’ sulle tombe. Jackson questo non lo devi fare.”
Se vi dovessi dire cosa è una tomba avrei qualche difficoltà, ma da come mi ha parlato era come se mi avesse detto che non si sporca sui ricordi.
Mi allontano e lui si accuccia e comincia a leggere i nomi che sono incisi sulle pietre, legge e passa a quella dopo fino a quando ne vede una che attira la sua attenzione.
“Jackson ho trovato il suonatore Jones!”
Corre verso il van, prende un libro e comincia a leggere:
La terra ti suscita,
vibrazioni nel cuore: sei tu.
E se la gente sa che sai suonare,
suonare ti tocca, per tutta la vita.
Poi appoggia il libro di fronte alla pietra e mi dice:
Andiamo.
Parola che conosco benissimo.
Se sono nel van significa che usciamo.
Se sono fuori significa che torniamo nel van.
Mentre si avvicina la sera il cielo si apre e libera un sole che sembrava già rassegnato .
Sarà per questo che i suoi raggi sembrano vampate di fuoco che coinvolgono l’orizzonte trasformandolo in un mare di luce verso cui la nostra barca naviga imbarcando storie.
Viene buio, ma non finisce qua…
Un attimo prima che gli occhi mi si chiudano lo osservo.
I suoi occhi la stanno guardando.
Non importa che non ci sia.
I suoi occhi la stanno guardando nello stesso modo in cui si guarda il cielo per capire da che parte andare per evitare la tempesta.
Io sono superficiale
e cerco di non nuotare mai dove non vedo il fondo
sono cosi’ superficiale che posso giocare con i piedi nel fango
senza mai chiederti il significato di nulla
sono così maledettamente superficiale
che mi annoio subito di quasi tutto,
e dico quasi per non togliermi la speranza che esista qualcuno
capace di appassionarmi per almeno una settimana.
Sono superficiale da sempre
persino da bambino
non mi interessava cosa c’era dentro il pozzo
preferivo salire sugli alberi e vedere cosa c’era dentro il nido.
Sono cosi maledettamente superficiale
che la persona più’ profonda che conosco
al quale potrei confidare ogni segreto
con la certezza di essere capito
è il mio cane.
Maledette pigne.
Cadono sul tetto del van facendomi svegliare.
Ogni volta sembra un attacco nemico.
Lui non si sveglia mai.
Privilegi dell’esperienza che ti insegna che una pigna non potrà mai farti del male nonostante il rimbombo.
Quante cose devo ancora imparare.
Vivere dovrebbe servire a questo.
Fare esperienze, incastrarle nel dna, trasformarle in istinto e passarle ai tuoi figli che le passeranno ai tuoi nipoti.
Oggi abbiamo viaggiato molto, ci siamo fermati solo al tramonto in una città strana che mi ha messo in imbarazzo.
Nei giardini lungo la strada c’erano piccole statue di marmo raffiguranti angioletti.
Non c’era giardino senza angioletto e ho passeggiato un ora cercando un posto libero da angeli per fare le mie cose.
Vi confesso una cosa riguardo alle statue.
Sono il luogo dove amano dimorare gli spiriti.
L’unica occasione che gli rimane per darsi una fattezza umana.
Ogni bambola, pupazzo statua o bambolotto ospita qualcuno.
Non sono stupidi i bambini che li trattano come fossero vivi, sono stupidi i grandi che non ne riconoscono la vita.
In questa città ricolma di piccole statue c’era un cagnolino abbandonato che girava da solo nascondendosi dietro i cespugli.
Aveva lo sguardo triste di chi ha dovuto ammettere a se stesso che una volta addomesticati non si puo’ piu’ fare a meno di avere un padrone.
Se non impari a cacciare sei condannato alla dipendenza.
Ha ragione, non imparero’ mai a cacciare, sono piccolo e ho due canini che non saprebbero uccidere nemmeno un topo, sono nato per fare compagnia non per uccidere.
L’ho visto allontanarsi con uno sguardo malinconico, il mio guinzaglio gli ricordava i giorni in cui l’essere legati significava essere amati.
La cosa piu’ bella che ho visto oggi è un enorme girasole di legno che da lontano sembrava vero.
Era appoggiato su una panchina, non ho capito se è stato dimenticato o se era li per attirare l’attenzione.
Accanto al girasole era seduta una ragazza con un vestito giallo, lei e il fiore sembravano una cosa sola.
Lui si è avvicinato e le ha chiesto qualcosa, si è seduto e hanno cominciato a parlare.
La ragazza non appena lui si è seduto ha accavallato le gambe , lui ha lanciato un occhiata alle sue ginocchia e ha notato una cicatrice.
E io so che lui ama le ragazze che hanno cicatrici sulle ginocchia.
Le viene in mente una ragazza che ama correre e correndo a volte cade e atterra sulle ginocchia.
Esce il sangue e si forma quella cicatrice che ti viene voglia di grattare ma se la gratti non va piu’ via.
Rimane il segno che è una medaglia, ti ricorderà sempre che sei stata giovane, veloce e ribelle e sei caduta nel tentativo di sfidarti.
Hanno parlato fino al tramonto mentre io giocavo con un ciuffo d’erba.
Ricordo il racconto di un mercante d’armi che chiamo’ la città Angelica per dimostrare a sua moglie quanto la amava.
Mi sono addormentato chiedendomi come si fa a convincere tutte le mogli di una città a vivere in un luogo che ha il nome di una moglie sola.
Mi sono svegliato che era buio.
Abbiamo passeggiato fino a una casetta bianca con un patio meraviglioso di fronte al quale c’era un cuscino.
Qui abita un altro cane.
Ci ha aperto la ragazza con la cicatrice sulle ginocchia. Dietro di lei c’era un muso schiacciato che mi guardava sospettoso.
Io scodinzolo, lui scodinzola.
Si fa presto a diventare amici.
Ho passato la sera a provare il suo divano, i suoi tappeti, abbiamo corso su e giu’ per le scale ed ho persino mangiato dalla sua scodella.
Tutto questo mentre lui e lei seduti in cucina ridevano.
Se due umani ridono e sono maschio e femmina persino un cucciolo come me capisce che stanotte non si dorme sul van.
Lei ha un abito a fiori corto ed è senza scarpe con i piedi appoggiati con le punte sul pavimento di legno, lui le sfiora le gambe con le sue gambe e poi si ritrae come se lo scontro fosse fortuito.
Fino a che l’inaspettato toccarsi diventa voluto.
Stanotte niente pigne sul tetto.
Buonanotte.
Tu lo sai che io dipendo da te?
Mi costruisco certezze giorno dopo giorno.
Ci svegliamo, mi spupazza nel letto per qualche minuto, poi si veste in fretta per la paura che io possa farla nel van e usciamo.
Faccio la pipi’.
Torniamo.
E qui arriva il bello. Vedo che apre un cassetto e io lo so che li dentro c’è da mangiare.
Non riesco a trattenermi e comincio ad agitarmi, faccio giravolte e lo guardo come per fargli capire che deve fare in fretta.
Vedo scivolare la pappa nella ciotola e mangio felice.
Ogni giorno lo stesso rito, e ora so che sarà sempre cosi’.
Oggi è successa una cosa strana.
Arriviamo in un posto in mezzo alla campagna.
Passiamo un cancello e parcheggiamo in uno spiazzo quando arriva un signore che gli chiede se ha un cane.
Lui mi mostra e il signore fa cenno con la testa che non va bene.
Non va per nulla bene e lo invita a seguirlo.
Usciamo dal cancello e lo fa parcheggiare lontano da quel luogo.
E mi lascia li.
Se ne va da solo.
Di solito quando lo vedo andarsene via e mi lascia nel van ci rimango male, ma questa volta ero stranamente sollevato.
L’istinto non fallisce mai.
Mi addormento per qualche ora quando finalmente lo sento tornare.
Mi accarezza ma la sua mano ha un odore strano.
Sa di lupo.
Mi ritiro nella mia cuccia sotto il letto.
So poco della vita, ma so che gli odori non mentono mai.
Ecco perchè io non potevo entrare in quel posto. C’erano i lupi e i lupi sentono l’odore della preda a chilometri di distanza.
E per quanto sia piccolo e magrolino sempre preda sono.
Un cane in mezzo ai lupi.
La natura non ammette pietà, il perdono è un occasione che gli umani usano per sentirsi piu’ umani.
E’ tutta una questione di fame.
Non la fame che ti porta ad aprire un frigorifero.
Parlo della fame che ti giri intorno e non trovi nulla e allora hai solo una possibilità.
Andare a caccia.
Un barboncino albicocca che va a caccia non è credibile.
Potrei provare usando lo sguardo come esca.
Uno sguardo da cagnolino affamato funziona sempre, sono rassegnato, non saro’ mai autosufficiente.
Per quanto a volte di notte mi perdo in sogni avventurosi che mi vedono correre dietro a lepri impaurite accade sempre che mi svegli un attimo prima di raggiungerle.
Lo confesso.
A volte vorrei essere lupo.
Alzarmi la mattina e non aspettare che riempia la mia scodella.
Vorrei fargli capire che posso fare da solo e di stare tranquillo che nonostante il mio aspetto aggressivo piuttosto muoio di fame ma a lui non lo mangio.
Il massimo sarebbe catturare qualcosa di grosso e dividerlo con lui, e vedere nel suo sguardo il rispetto che si porta verso chi non ha bisogno di chiedere.
Penso a tutto questo mentre torniamo in viaggio e lui mi prende in braccio e mi posa sulle sue gambe.
Accelerare e frenare sono movimenti che mi dondolano, il finestrino abbassato mi manda aria fresca sul muso.
La felicità è addormentarsi mentre una mano si fa leggera per accarezzarti la testa come se sapesse che piu’ leggera si fa piu’ amore ti da.
Quando corro sembra che volo.
E’ un attimo, l’istante in cui le quattro zampe mollano la presa con la terra e si slanciano verso il cielo.
Nella nostra concezione selvaggia del tempo l’istante è come un sassolino che si può raccogliere e conservare.
Siamo animali e abbiamo una memoria istintiva che serve alla sopravvivenza e al divertimento.
Talvolta, quando lui mi lascia solo, mi metto comodo sul sacco a pelo e riordino i ricordi di cinque mesi di vita.
Sono nato in un allevamento.
Mettiamo in chiaro subito che non sono stato salvato da nessun canile.
Sono stato concepito con lo scopo di essere venduto.
Pensate che noi cuccioli non lo sappiamo?
Lo sappiamo.
Pero’ l’amore di mia madre era sincero e ho chiuso gli occhi quando mi hanno separato da lei.
Chiudere gli occhi è l’unico sistema che conosca per realizzare una selezione saggia dei ricordi.
Chiudo gli occhi quando sento ringhiare.
Chiudo gli occhi se vedo una mano alzarsi minacciosa.
Chiudo gli occhi quando vedo che prende le chiavi e non prende il guinzaglio.
C’è uno sbaglio di fondo nella considerazione che gli umani hanno di noi animali.
Loro pensano che la mancanza del linguaggio sia una condizione più gravosa della mancanza del pensiero.
Per questo si fidano molto delle parole e non sanno ascoltare i silenzi.
Voi pensate usando le parole, noi pensiamo usando le immagini, gli odori e i rumori.
Ricordo l’odore dei miei fratelli, il gusto del latte, e il caldo accogliente di una montagna di stracci umidi.
E ora eccomi qui.
Che finalmente esco da questa città maledetta.
E c’è una musica che ci accompagna mentre attraversiamo un ponte che mi porta lontano da quell’orribile odore di cemento bruciato dal sole.
Veloce considerazione.
Voi camminate col naso a quasi due metri di altezza.
Noi siamo in basso, e il cemento ci scorre davanti come una grigia striscia puzzolente di sporco e di morte.
A Gettysburg ci fermiamo.
Io sono felice perché finalmente attorno ci sono solo colline, alberi e statue.
Qui hanno fatto la guerra e lui è convinto sia un posto pieno di fantasmi.
Parcheggia di fianco a un bosco.
Spegne il motore.
Sta venendo sera.
“Andiamo a caccia di fantasmi.” Mi dice.
Finalmente si esce, la stavo tenendo da quattro ore.
Appena dentro il bosco mi libera dal guinzaglio.
Vi confesso una cosa.
Quando viene buio ho un po’ paura e cerco di stargli il più possibile vicino.
Camminiamo uno di fianco all’altro.
Si ferma e si siede su un tronco spezzato.
Io mi siedo di fianco a lui.
E a poco si accendono, una dopo l’altra, e giocano nell’aria, sembrava aspettassero il buio per uscire allo scoperto.
Milioni di lucciole.
Cercava fantasmi e sono arrivate loro a danzare sul campo di battaglia dove decine di migliaia di umani sono morti, ognuno convinto di essere dalla parte della ragione.
La ragione e il torto.
La ragione è una signora gentile, il torto è un uomo che cammina con gli occhi bassi per non incrociare lo sguardo altrui.
La ragione ti può uccidere con un sorriso, il torto può investirti perché non ti ha visto.
Molto meglio le lucciole dei fantasmi.
Mi prende in braccio.
Io mi accuccio appoggiando il mio mento sul suo avambraccio.
E con gli occhi socchiusi gioco a non perdere di vista il volo di una lucciola in mezzo a tutte le altre.
Lui mi accarezza sulla testa e vedo nei suoi pensieri il ricordo di una sera di giugno quando era un ragazzo e si andava a mangiare all’aperto in mezzo a un prato e le lucciole volavano attorno ai suoi baci come a volerlo convincere che era tutto vero.
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