Quando corro sembra che volo

Quando corro sembra che volo.
E’ un attimo, l’istante in cui le quattro zampe mollano la presa con la terra e si slanciano verso il cielo.
Nella nostra concezione selvaggia del tempo l’istante è come un sassolino che si può raccogliere e conservare.
Siamo animali e abbiamo una memoria istintiva che serve alla sopravvivenza e al divertimento.
Talvolta, quando lui mi lascia solo, mi metto comodo sul sacco a pelo e riordino i ricordi di cinque mesi di vita.
Sono nato in un allevamento.
Mettiamo in chiaro subito che non sono stato salvato da nessun canile.
Sono stato concepito con lo scopo di essere venduto.
Pensate che noi cuccioli non lo sappiamo?
Lo sappiamo.
Pero’ l’amore di mia madre era sincero e ho chiuso gli occhi quando mi hanno separato da lei.
Chiudere gli occhi è l’unico sistema che conosca per realizzare una selezione saggia dei ricordi.
Chiudo gli occhi quando sento ringhiare.
Chiudo gli occhi se vedo una mano alzarsi minacciosa.
Chiudo gli occhi quando vedo che prende le chiavi e non prende il guinzaglio.
C’è uno sbaglio di fondo nella considerazione che gli umani hanno di noi animali.
Loro pensano che la mancanza del linguaggio sia una condizione più gravosa della mancanza del pensiero.
Per questo si fidano molto delle parole e non sanno ascoltare i silenzi.
Voi pensate usando le parole, noi pensiamo usando le immagini, gli odori e i rumori.
Ricordo l’odore dei miei fratelli, il gusto del latte, e il caldo accogliente di una montagna di stracci umidi.
E ora eccomi qui.
Che finalmente esco da questa città maledetta.
E c’è una musica che ci accompagna mentre attraversiamo un ponte che mi porta lontano da quell’orribile odore di cemento bruciato dal sole.
Veloce considerazione.
Voi camminate col naso a quasi due metri di altezza.
Noi siamo in basso, e il cemento ci scorre davanti come una grigia striscia puzzolente di sporco e di morte.

A Gettysburg ci fermiamo.
Io sono felice perché finalmente attorno ci sono solo colline, alberi e statue.
Qui hanno fatto la guerra e lui è convinto sia un posto pieno di fantasmi.
Parcheggia di fianco a un bosco.
Spegne il motore.
Sta venendo sera.
“Andiamo a caccia di fantasmi.” Mi dice.
Finalmente si esce, la stavo tenendo da quattro ore.
Appena dentro il bosco mi libera dal guinzaglio.
Vi confesso una cosa.
Quando viene buio ho un po’ paura e cerco di stargli il più possibile vicino.
Camminiamo uno di fianco all’altro.
Si ferma e si siede su un tronco spezzato.
Io mi siedo di fianco a lui.
E a poco si accendono, una dopo l’altra, e giocano nell’aria, sembrava aspettassero il buio per uscire allo scoperto.
Milioni di lucciole.
Cercava fantasmi e sono arrivate loro a danzare sul campo di battaglia dove decine di migliaia di umani sono morti, ognuno convinto di essere dalla parte della ragione.
La ragione e il torto.
La ragione è una signora gentile, il torto è un uomo che cammina con gli occhi bassi per non incrociare lo sguardo altrui.
La ragione ti può uccidere con un sorriso, il torto può investirti perché non ti ha visto.
Molto meglio le lucciole dei fantasmi.
Mi prende in braccio.
Io mi accuccio appoggiando il mio mento sul suo avambraccio.
E con gli occhi socchiusi gioco a non perdere di vista il volo di una lucciola in mezzo a tutte le altre.
Lui mi accarezza sulla testa e vedo nei suoi pensieri il ricordo di una sera di giugno quando era un ragazzo e si andava a mangiare all’aperto in mezzo a un prato e le lucciole volavano attorno ai suoi baci come a volerlo convincere che era tutto vero.

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