A

Si cambia. Madonna se si cambia. Non ho ancora capito se si cambia perché si vuole cambiare o se il cambiamento accade a prescindere dalla nostra volontà. Fatto sta che si cambia.
Si parte come spermatozoi, competizione in cui non si e’ mai capito quale sia il tipo di allenamento impiegato dal vincitore. E si finisce cadaveri.
La professoressa di scienze, magra, occhiali di tartaruga spessi, e gonna grigia che non nascondeva due ginocchia perennemente sbucciate, affermava che se anche non avessimo mai vinto in nessuna competizione per il resto della nostra vita, una l’avevamo già vinta. Ed era stata la gara più difficile. Vita o morte.
Eravamo arrivati primi in una maratona in cui partecipano milioni di folletti incazzati, tutti protesi verso un traguardo a forma di ovaia.
Alzai la mano. La professoressa mi diede il permesso di parlare.
-Prof. Lei ha certamente ragione. Ma il fatto che io non mi ricordi nulla mi rovina tutto. E poi se e’ come dice lei, almeno una coppa, una medaglietta, un qualcosa potevano darcela. Intendo per celebrare la vittoria.
Lei sorrise. Del resto aveva un debole per me e per i miei polpacci.
-Guido. Ma tu hai avuto il tuo premio.
-E quale?
-Il tuo nome. Il vostro nome e’ il premio, la prova del trionfo. Chi ha perso non avrà mai un nome.-
A quel punto avrei dovuto chiedere il perché di quella sbucciatura perenne. La situazione era confidenziale. Praticamente perfetta.
Ero in terza liceo, liceo classico, la mia acerba esperienza mi suggeriva comunque che la prof avesse la moquette in casa.
Seguivo un metodo di indagine che metteva a confronto situazioni che presentavano similitudini.
Anche Monica, quella della terza B, aveva sempre le ginocchia sbucciate, mi confido’ che la pecorina era la sua posizione preferita, possibilmente sul pavimento così da rendere non del tutto inutile la spesa del padre che preso da follia aveva deciso di coprire un meraviglioso pavimento di radica con una moquette color topo.
Avevo il vizio di modificare la destinazione d’uso di qualsiasi cosa.
Una bottiglia vuota diventava un salvagente, un salvagente era un canestro, un canestro era una rete che risparmiava i pesci, una rete la calza di una donna gigante, una calza…un calza mi faceva sempre venire in mente Alessandra.
A proposito di Alessandra.
Eravamo d’accordo di vederci al parco di Nervi.
E io sono qui in classe. Qualcosa devo inventarmi.
Guardo fuori dalla finestra. Il cielo e’ sereno e un aereo scompare dietro il tetto di fronte.
Un aereo. No. E’ un oggetto volante non identificato.
-L’avete visto? L’avete visto? E’ passato un UFO. Lo giuro. Professoressa e’ passato un oggetto volante di quelli che non sono identificabili. L’ho visto. Prof devo andare al giornale a raccontare quello che ho visto.
Beh, non ci crederete ma la Signorina Skulteki mi ha creduto e mi ha dato il permesso.
Al giornale non ho fatto a tempo di suonare al centralino che già mi avevano rimbalzato. Tornare a scuola sarebbe stato disonesto e sono andato al parco.
Al parco ho fatto l’amore sotto un albero secolare con qualche scoiattolo che osservava cercando di capire se eravamo noi che assomigliavamo a loro, o viceversa.
A diciassette anni facevo l’amore. Anche quando scopavo facevo l’amore. Anche quando trombavo, chiavavo, fottevo, a diciassette anni in tutti questi casi facevo sempre l’amore.
E l’abbiamo fatto. Io con i pantaloni abbassati e lei con la sua gonna alzata. Lei guardando i rami della palma e il cielo ed io guardando i suoi capelli sparpagliati sull’erba.
Di cosa si parla quando si fa l’amore?
Che domanda del cazzo. Quando si fa l’amore si parla d’amore.
Il problema e’ quando non si fa l’amore.
Di cosa si parla quando non si fa l’amore?
Quando l’innocenza della gioventù ci ha abbandonato come si abbandona un cane per strada e ci ritroviamo a fare del sesso.
Il sesso e’ la rovina.
L’amore si inventa, il sesso si studia.
L’amore si improvvisa, il sesso si pianifica.
L’amore ci nutre, il sesso si nutre di noi.
La guardavo negli occhi, cercando di scoprirne il colore. Si dice delle ragazze che hanno occhi verdi, nocciola, azzurri, grigi, ma della ragazza che ami non riesci mai a scoprire di che colore sono i suoi occhi.
E’ colpa del tempo che ci passi dentro. Perso in quelle miriade di sfumature che trasformano un iride in un paesaggio fantastico, in un cielo colmo di nuvole, o in un mare in tempesta.
Di che colore ha gli occhi Alessandra?
Dipende. A volte verdi, a volte marroni, al sole sembrano quasi grigi. E quando finivo di baciarla era come se mi ritrovassi all’inizio.
Lei non sopportava la mia estrazione sociale. Mezzo borghese, mezzo nobile, abitavo in collina, lassù dove stanno i signori, quelli che hanno i soldi. Lei stava in periferia. In cima a una via orribile dove non arrivava nemmeno l’autobus. Il padre era comandante di navi e non c’era la mai. La madre compensava. C’era per due.
E c’era un ascensore.
Interminabile. Una corsa dal piano terreno al piano 5 che sembrava essere eterna. La voglia di vederla era così folle che quel palazzo popolare si trasformava in un grattacielo.
-Hai fatto i compiti?
-Ale, ma che importa se ho fatto i compiti.
-A scuola fai schifo.
-Non così schifo.
-Se ti bocciano ti fanno cambiare scuola e non ci vedremo piu’.
Pragmatismo femminile contro fanatismo maschile.
Di fianco a me, circa trentacinque anni dopo, una ragazza greca sta mangiando un panino al prosciutto mentre il traghetto sta andando verso Atene. Di fronte madre e figlia parlano di qualcosa che non capisco. Attorno l’interno di una nave piena di vacanzieri che tornano a casa. Se penso a cosa non e’ cambiato di me rispetto ai tempi di Alessandra, se ci penso, ci penso e non so dare una risposta. Eppure qualcosa ci deve essere, e’ solo questione di tempo e troverò quella cosa di me che non e’ cambiata.
Io non ho il motorino. Mio padre vive nel terrore di tutto, e anche il motorino può essere motivo di tragedie quindi non se ne parla. Per questo ci spostiamo con l’autobus. Stiamo sempre in fondo, con i musi attaccati al vetro. Limoniamo come matti, alla faccia delle facce schifate dei guidatori che seguono il bus. Lei sa di liquirizia io so di fragola, poi lei sa di fragola ed io di menta, poi e’ lei a sapere di menta ed io di cinnamon. A proposito chissà cos’è il cinnamon?
La gomma da masticare non va sottovalutata, crea piacevoli varianti alle limonate.
Io voglio suonare. Sto imparando la chitarra. Tutto da solo grazie a un libretto dove sono riportati tutti gli accordi e i giri armonici.
Mio padre non è d’accordo. Per lui la chitarra fa comunista. Per me la chitarra fa il sogno di riuscire a cantare ciò che non riesco a dire.
Mio padre non ha mai capito un cazzo.
Mi sta venendo voglia di piangere per questo ho interrotto di scrivere. Ho gli occhi umidi mentre Gianna Nannini sta cantando Lei, dall’album America. Dio quanto avrei bisogno di piangere, ma se uno a 52 anni piange come fa a non sentirsi un coglione. Quindi lascio perdere. Metto gli occhiali scuri per evitare che si veda che ho gli occhi lucidi. La ragazza al mio fianco sta leggendo un giornale scandalistico, si è soffermata sulle foto in costume di qualche star che non riconosco.
Eravamo rimasti che mi era venuta voglia di suonare. Comprai la chitarra di nascosto ma non potendo tenerla nascosta dissi che me l’aveva prestata un mio amico. Per la precisione Paolo. Paolo conosceva a memoria tutte le canzoni di Fabrizio De Andre’ il che significava che per me lui era Fabrizio De Andre’. Il che non significava che non era anche Paolo. Era Paolo, era Fabrizio De Andre’, ma non solo, era Baudelaire e anche un po’ Rimbaud, aveva qualche cosa di Charlie Parker e portava occhiali spessi che lui giustificava con un aria da intellettuale così credibile che era scontato che prima o poi avrebbe scritto un libro che sarebbe rimasto nella storia della letteratura.
Lui ascoltava dischi, leggeva libri che poi passava a me come biscotti sgranocchiati. In realtà quello che ci interessava non erano le opere ma le biografie.
Non ci interessava il biscotto ma chi l’aveva messo nel forno.
Gli unici artisti degni di nota erano quelli che avevano passato la vita a sperimentare droghe ed avventure fino al punto di ammazzarsi. La ribellione che non porta alla distruzione non aveva senso. Del resto l’autodistruzione altro non era che l’unico modo per ribellarsi al sistema. Non ti piace come la penso, ed allora mi faro’ di qualcosa che non mi farà pensare. Non ti piace come canto, ed allora mi stordirò fino a non riuscire più a cantare. Non ti piace come mi vesto e allora mi ubriacherò così non mi accorgerò più nemmeno di cosa indosso.
Pensavo a tutto questo proprio mentre la madre di Paolo mi raccontava che quando nacque Laura, la sorella di Paolo, una notte vide il fantasma di sua madre avvicinarsi alla culla della bambina. Mi disse di seguirla in salotto e mi mostrò il punto esatto dove si trovava la culla.

-Capisci? E’ venuta a vederla. Sognava di avere una nipotina e anche se era morta una volta che Laura era nata lei è venuta a salutarla.-
E c’erano le tende che sembravano impazzite. E non c’era un filo di vento. E lei era appoggiata li, piegata sulla culla a guardarla.
-E poi cosa e’ successo? Chiesi.
-Poi se ne e’ andata come se ne va un soffio di vento.
Paolo mi chiamò, e lasciai sua madre con un sorriso che doveva servire a fare capire che le credevo.
-Paolo ma è vera la storia del fantasma?
-Certo che è vera. Mia madre da sempre vede fantasmi.
Lasciai cadere il discorso, anche se per anni quella rivelazione fu per me l’unica testimonianza credibile che la morte non fosse la fine di tutto.
Prese la chitarra. Tirò fuori uno spartito di Fabrizio De Andrè e comincio a cantare Via del Campo. Una strofa lui ed una strofa io.
-Sei mai andato con una puttana? Mi chiese finita la canzone.
-No mai.
-E non ti è mai venuta voglia?
-No. E non saprei nemmeno dove le potrei trovare.
-In Via del Campo. Disse sorridendo.
L’argomento puttane mi faceva venire in mente brutti ricordi.
Mio padre non trovava normale che un ragazzo di sedici anni pensasse solo al calcio e alla musica e non parlasse mai di ragazze. Per questo durò un anno il suo tentativo di convincermi di andare a puttane. Mi ci avrebbe portato lui. Io cambiavo discorso. Lui insisteva. Io cambiavo discorso.
Poi un estate decisi di realizzare un mio sogno e comprai della camomilla schultz. Diventai finalmente biondo. Lo schiarimento fu graduale. Ma mio padre se ne accorse tutto in una volta sola mentre ero a prendere il sole sulla spiaggia. Mi guardò e un attimo dopo si mise ad urlare:
-Ho un figlio culattone!! No cazzo, un figlio frocio no. Per Dio no, no, no, cosa cazzo ti sei fatto biondo, frocio di merda.
Urlava come un pazzo e tutta la spiaggia si girò a vedere chi era questo figlio prendinculo. Ero io. No. Non mi sentivo in imbarazzo nel prenderlo nel culo, ero imbarazzato per avere un padre cosi’ bastardo.
Stavo pensando a questo quando Paolo mi chiese:
-Con Alessandra come va?
Alessandra aveva due tette meravigliose.Furono le prime tette che toccai e la sensazione fu di miracolo. C’è chi vede la Madonna, chi parla con il Signore, chi addirittura raccoglie le confidenze di Dio. Io toccai le tette di Alessandra. E niente fu piu’ come prima.
Sulla porta della serra c’erano tre lettere scritte in maiuscolo.
PML. Erano le iniziali di Pane, Mussa e Libertà.
Era tutto ciò di cui avevamo bisogno. Il pane c’era. La mussa andava cercata. La libertà andava conquistata.
Mio padre era uno stronzo. Ma quando tutti hanno padri stronzi la cosa non rappresenta solo un dramma ma una dichiarazione di guerra. Noi contro loro. Generazioni che si scontrano. C’è una cosa che non ho mai capito.
Io sapevo per cosa stavo lottando ma non ho mai capito per cosa lottassero i vecchi.
Io avevo diritti da conquistare. Il diritto di vestirmi come volevo, il diritto di tingermi i capelli di biondo, il diritto di non essere d’accordo, il diritto di uscire la sera, il diritto di frequentare chi volevo, il diritto insomma di essere ciò he ero.
Ma loro per cosa lottavano. Cosa stavano difendendo? Non difendevano un cazzo. Volevano semplicemente che noi fossimo come loro. Ci ammazzavano di botte nel tentativo di costruire dei cloni di se stessi.
Alessandra si spogliava e io sapevo di avere un occhio nero, il segno di una frustata sul braccio e un livido sul fianco della gamba sinistra.
Mi spogliai anch’io convincendomi che tutti quei segni fossero in qualche modo uno dei motivi per cui lei mi amava. Forse era davvero così. Nel suo odiare ciò che lei chiamava borghesia ci stava anche il fatto che mi amasse perché il mio rifiuto di obbedire a genitori borghesi portava ad evidenti dolorose conseguenze.
La baciai la prima volta ad un concerto di Eric Clapton, mi ero fatto un numero imprecisato di canne, era come se avessi chiesto ad Eric se per favore poteva suonarmi un pezzo per celebrare il mio primo bacio alla Ale e lui avesse accettato in segno di amicizia. Dopo il concerto le chiesi di accompagnarmi al deposito dell’autobus. Sulla strada incontrai un tossicodipendente all’ultimo stadio che mi offrì del brown sugar dentro una bustina di plastica.
-Come si usa? Chiesi
-Fumalo, se ti piace ne ho quanto ne vuoi.
-Ok.
Lo misi in tasca. Alessandra mi disse di buttare via quella merda. Io le dissi di no. Lei mi diede del coglione.
-Come va con tuo padre? Mi chiese.
-Lo odio.
-Questo lo sapevo. Ma come va?
-Va che non posso avere paura. Ce l’ho ma non posso permettermi di averla. Quindi faccio finta. Faccio finta che le sue botte non mi facciano nulla. Faccio finta che non facciano nulla le botte che da a mia madre. Faccio finta che non sia mio padre. Faccio finta che sono in guerra. Faccio finta che le sue pistole siano finte. Faccio finta che i suoi urli non facciano rumore. Vivo in un film dove sia il cattivo che il buono pensano di stare dalla parte giusta. E aspetto. Aspetto che il tempo passi e la pena finisca e ci liberi tutti da questo inferno.
Ci infilammo in una paninoteca che faceva i panini più buoni del mondo. Quando il tipo dietro al bancone mi disse:
-Il solito panino?
-Il solito. Risposi.
-Non vuoi provarne uno nuovo? Mi chiese Alessandra.
-Non ne ho bisogno. Mi piace quello.
Dentro c’era del prosciutto di praga, della fontina, dei carciofini, peperoncini verdi e del tabasco.
Piccante al punto di bruciare in gola. E la birra che ne seguiva serviva a spegnere l’incendio.
Libidine totale.
Accanto al nostro tavolo c’era un tipo fighetto. Uno di quelli con cui i miei genitori mi avrebbero scambiato volentieri. Portava una camicia azzurra con le iniziali cucite ad altezza sterno. Calzoni di velluto. Mocassini. Pettinatura ordinata. Era insieme ad un amico meno preciso di lui. Tutti e due si guardavano intorno per vedere se c’erano delle ragazze a cui rompere i coglioni.
Quando mi videro fecero una specie di smorfia schifata. Non so se era dovuta ai miei capelli tinti di biondo e se era per i calzoni con i buchi. O forse era per gli stivali da cowboy che nonostante io attendessi con tutta la pazienza del mondo non furono mai di moda. Fatto sta che si vedeva che gli stavo sui coglioni.
Alessandra conoscendomi mi disse di stare calmo.
Io guardai verso il bancone. Il ragazzo dei panini fece cenno di aver capito.
Passarono cinque minuti e l’altoparlante diffuse il seguente messaggio:
-C’è da spostare una porsche carrera cabrio nera targata AA234378
Nel locale calò il silenzio. Tutti attendevano di vedere chi era il bastardo che aveva una porsche carrera nera cabrio per giunta nuova di pacco come la targa rivelava.
Attesi qualche secondo poi con un aria scoglionata a mille mi alzai, chiamai il cameriere e gli dissi:
-Ascolta me la puoi andare a spostare tu che non ho voglia di alzarmi.
-Va bene.
Gli passai delle chiavi e lo vidi uscire. Tornò un minuto più tardi e mi ridiede le chiavi. Era successo tutto in un minuto e in un minuto avevo rivoluzionato pensieri e pregiudizi.
Improvvisamente i miei capelli tinti biondo erano fighi, i miei jeans bucati avevano un suo perché e gli stivali da cowboy non facevano piu’ così schifo, ma sopratutto i miei diciassette anni erano diventati almeno ventuno.
Naturalmente era tutta una recita alla sua ennesima rappresentazione. Alessandra si incazzò dicendo che non avevo bisogno di fare delle cazzate del genere per sentirmi qualcuno.
Una ragazza mentre stavo uscendo, incurante che la mia ragazza fosse a un metro da me, mi passò un bigliettino che io misi velocemente in tasca.
A casa apri’ quel bigliettino e c’era scritto:
Mi piace la porsche e mi piace chi la guida, se ti va chiamami. Seguiva numero di telefono.
E’ da queste cazzate che un adolescente capisce come va il mondo. Prima ci si ride poi ci si riflette. E si comincia a smantellare quel muro di sogni ed ideali.
Di fianco un oblò da cui si vede solo mare. Cellulari che suonano. La barca ha lasciato Patrasso da piu’di tre ore. Arrivera’ domani ad Ancona. Vacanze finite. Stavo dimenticandomi del presente. Preso dal ricordare. Fino a quando tre bambini hanno cominciato a rincorrersi e ad urlare come pazzi. Mi sono guardato intorno per capire dove fossero i genitori. Ma non li ho visti. Hanno corso ed urlato per cinque minuti poi finalmente e’ arrivata la madre di uno di loro e quasi supplicandoli ha chiesto se per favore la smettevano di fare troppo casino. Se avessero ubbidito avrebbero potuto giocare conl’Ipad del papà.

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