Ci alzammo

Ci alzammo

Ci alzammo e alla radio trasmettevano A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum.
MI avvicinai alla finestra, scostai la tenda e la prima cosa che vidi erano ghiaccioli che pendevano dal ramo di un albero spoglio.
Cazzo se fa freddo. Pensai.
La mattina mi lavai senza farmi la doccia per non rischiare di uscire con i capelli bagnati.
La serrata tabella di marcia non permetteva la possibilità di ammalarsi e comunque correvo già i miei rischi affrontando un Coast to Coast in febbraio, meglio non dare un aiuto alla sfiga.
Uscito nel parcheggio del motel mi avvicinai alla moto, chiesi a Vanessa quanti gradi c’erano, lei controllo col sensore dell’auto e mi disse: -3.
E infatti le manopole erano ghiacciate e anche il sedile della moto era ricoperto da uno strato di ghiaccio.
Con una spatole ripulii la moto dai segni del freddo.
Entrammo nella hall sgangherata e facemmo colazione con due uova, una specie di salsiccia e una fetta biscottata coperta di burro e marmellata.
Ci riempimmo di calorie confidando nel fatto che il freddo le avrebbe consumate.
Vanessa si mise alla guida dell’auto io accesi la moto e partimmo.
Eravamo in Pennsylvania e andavamo verso sud, destinazione Memphis, dove si sperava facesse meno freddo.
Col cazzo che faceva meno freddo.
Comincio’ a nevicare, sempre di piu’, davanti avevo un muro di neve e giuro che non avevo freddo, anzi sentivo crescere dentro di me un adrenalina che si trasformava in felicità pura.
Sapete cosa penso.
Penso che l’esaudire un desiderio faccia cessare qualsiasi effetto secondario teso a rendere meno meravigliosa l’esperienza.
Il freddo non era freddo, la neve era una compagna di viaggio e la strada scivolosa sembrava voler giocare concedendomi leggere derapate alle quali rispondevo con un sorriso.
Nevicava e ci fermammo a mangiare un gelato.
Seguendo, in condizioni climatiche opposte, il consiglio dei vecchi saggi che dicono che per combattere il caldo bisogna bere qualcosa di bollente.
Poi tornammo sulla strada, con l’unico obiettivo di veder arrivare la sera e cercare un nuovo Motel dove riposarci e finalmente farci una doccia.
Quando sento freddo cerco di riportare la mia mente a quella condizione di viaggiatore che si era posto un traguardo da raggiungere attraversando le strade che da sempre aveva sognato di attraversare.
A volte l’esperimento riesce e sento il sangue scaldarsi come se il cuore fosse uno scaldabagno che si accende per prepararmi un bagno caldo in una vasca colma di sogni esauditi.

Metto a letto la bambina

Metto a letto la bambina

Metto a letto la bambina, le rimbocco le coperte, do un occhiata fuori per osservare la luna piena che getta l’ombra di un ramo sul muro ingiallito.
Ieri è morto il nonno e mia figlia mi ha chiesto perchè le persone muoiono.
Le ho risposto che la Donna Gufo aveva bisogno di lui per costruire una scala di legno che permettesse alle anime di tornare sulla terra.
Appena avrà finito di costruirla dovrà provarla e sarà il primo a tornare.
Papà il nonno era bravo a lavorare il legno?
Era il piu’ bravo, l’unico che potesse costruire una scala che arrivasse fino al cielo.
Si è addormentata sorridendo.
Ci vuole sempre un motivo che giustifichi il dolore per evitare di esserne sopraffatti.
Domani le insegnerò ad andare a cavallo, preparo quel puledro pezzato che sembra sempre sul punto di addormentarsi.
Sarà il piu’ bel giorno della sua vita.
Lo è stato per me, la prima volta che ho cavalcato.
Esco dalla casa e mi siedo nel portico sulla sedia dove si sedeva mio padre e dove si sedette mio nonno.
Il freddo lancia la sua sfida.
Non l’accetto.
Nel letto c’è Kimimela che mi aspetta tra le sue braccia.
Un vecchio sciamano un giorno mi disse:
Se cerchi un senso non cercarlo in un lago eternamente immobile, trovalo nella breve esistenza di una goccia di rugiada su un ago di pino.