C’è una montagna che domina Jackson Hole

C’è una montagna che domina Jackson Hole.
Il mio van era parcheggiato proprio all’inizio della salita che portava alla cima.
Ogni sera, prima del tramonto, io Baby e Jack salivamo lungo le pendici del monte per arrivare ad un punto di osservazione dal quale si vedeva la città e sullo sfondo il Teton National Park e lo Yellowstone.
Non salivamo seguendo una linea retta ma facendo zig-zag per rendere il cammino meno faticoso.
Jack faceva più fatica perché era piccolino, Baby veniva su come un esperta scalatrice, Jack spesso si fermava a prendere fiato, Baby correva più avanti di tutti poi tornava indietro per raggiungerci poi ci superava ancora e poi una nuova corsa a riprenderci.
La sua felicità era nel perderci e nel ritrovarci.
In cima io mi sedevo su una roccia, Baby e Jack si rotolavano in un piccolo spazio piano dove l’erba i fiori e alcuni piccoli rami spezzati creavano un perfetto effetto massaggio alla schiena dei due cagnolini.
Dall’alto il mio van appariva come un piccolo puntino verde, quel puntino era la nostra casa.
Dopo aver ripreso forze si scendeva, sempre a zig-zag, questa volta per evitare le insidie della discesa.
Baby non ci stava e godendo del pendio si buttava giù per la discesa correndo come una matta, scavalcando il sentiero che tagliava la montagna.
Si fermava un attimo solo per guardare dove eravamo io e Jack. Poi di nuovo giù con la gioia di una bambina che scopre come la discesa renda più eccitante una corsa.
Quella salita serale era diventata un abitudine.
Arrivava dopo un giorno passato a cercare grizzly, cervi, alci e bisonti.
Ripensando a quei mesi mi accorgo come la meraviglia di quei giorni veniva sottovalutata per un abitudine al bello che fa perdere la cognizione dei privilegi che la natura regala all’uomo.
Stanotte chiuso nella mia camera ho il desiderio di scambiare dieci giorni di città per una sera su quella montagna dove la vita era così viva che non aveva nemmeno il tempo di porsi il problema della morte.

Impreparato

Non so se capita anche a voi ma le falsita’ che mi riguardano mi trovano impreparato.
Se devo difendermi da un accusa pur essendo innocente mi trovo in difficolta’.
Sono la classica persona che davanti alla macchina della verita’ farebbe una figura di merda.
E’ il complesso del cadavere nel bagagliaio.
Quando la polizia mi ferma ho sempre il timore che trovino qualcosa che non va.
Il tutto mentre vedo bugiardi patentati portare avanti le loro palle con una calma serafica, capaci di convincere chiunque della loro falsa innocenza.
Sono così prigioniero della mia paura di essere sbagliato che mi sforzo di essere credibile dicendo la verità.

Una storia per voi

Una storia per voi.
C’è il fumo della sigaretta che avvolge il suo volto, un attimo, e il fumo scompare.
Qualche secondo, un altro tiro e il fumo lo avvolge di nuovo.
Sta fumando di gusto, ogni boccata da un piacere strano.
Non e’ solo il sapore del tabacco, e il senso ritmico della vita, ritmo lento.
Apre il tetto della macchina e si concentra su quel grigio fumoso che sale verso il cielo.
La musica che esce da un amplificatore portatile e una bottiglia d’acqua per pulirsi la bocca.
Lei e’ li di fianco che lo guarda e non dice una parola.
C’è un silenzio che dura una playlist, il nome della playlist e’ “Quello che piace a me.”
Poi Lei si gira e dice: Me la rimetti?
Quale? Chiede Lui.
Quella dei Rem.
Poi lo guarda e sussurra: Te la dedico.
Num 13 della compilation. 
Play. 
Everybody hurts. 
Capisci le parole? Chiede Lei.
Non tutte.
Ascolta, e io te le traduco.
Con una voce sottile parla sulla canzone ripetendo ogni frase tradotta in italiano.
Quando il giorno è lungo e la notte 
La notte è tutta tua
Quando sei sicuro di averne avuto abbastanza 
Di questa vita, beh, stringi i denti
Non lasciarti andare Tutti piangono
E tutti stanno male a volte 
A volte è tutto sbagliato 
Adesso è il momento di cantare insieme
Quando il tuo giorno è solo notte, tieni duro, tieni duro
Se ti sembra di star mollando, tieni duro
Quando pensi di averne avuto abbastanza 
Di questa vita, beh, stringi i denti
Tutti stanno male
Approfitta dei tuoi amici
Tutti stanno male 
Non mollare la presa, oh no
Non mollare la presa 
Se ti senti come se fossi solo 
No, no, no, non sei solo
Se te la cavi da solo in questa vita
I giorni e le notti sono lunghe
Quando sei sicuro di averne avuto abbastanza
Di questa vita per stringere i denti 
Beh, tutti stanno male a volte
Tutti piangono E tutti stanno male a volte
Quindi tieni duro, tieni duro
Tutti stanno male
Non sei da solo.

Quando finisce la canzone il silenzio si impadronisce della scena.
Momenti in cui Lui e Lei guardano davanti verso una strada vuota.
Lui sta pensando a quando attraverso’ il Texas e il
New Mexico in moto sotto la neve, faceva molto freddo, si era coperto bene ma fece un errore. 
Decise di fermarsi a meta’ del viaggio per fumarsi una sigaretta e si tolse il casco.
Si bagno’ la testa. 
Poi rimise il casco e si rimise in viaggio.
Qualche chilometro dopo senti’ i brividi di freddo invadergli il corpo.
La neve cadeva fitta e si attaccava alle scarpe i piedi erano ghiacciati.
Era buio. Doveva arrivare a Santa Fe. Non poteva fermarsi, attorno non c’era nulla.
Comincio’ a respirare in maniera ritmica. Inspirare ed espirare concentrandosi sul movimento dello sterno.
Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori.
Le mani erano ghiacciate, tenere l’acceleratore tirato era un dolore continuo.
Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Non si sentiva piu’ le dita dei piedi e le formiche sembravano invadergli la testa.
Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Non ce la faccio…non ce la faccio…
Dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Non ce la faccio …., no ce la….,n ce la….., ce la faccio….
Ce la faccio….ce la devo fare….Ce la faccio…. E arrivano le luci della citta’ in lontananza. Non appena le vede non sente piu’ nulla.
Ne freddo, ne caldo, solo una forza dentro che bilancia temperatura e fatica.
La potenza del traguardo intravisto, la fine del dubbio, il traguardo e’ laggiu’ e fino la ci arrivo. Cazzo se ci arrivo.

Lei sta pensando alla sua mattinata in tribunale e firmare la causa di separazione da suo marito.
La sera prima pensava di non farcela. Dieci anni di vita insieme cancellati da una firma.
Le scale del tribunale, l’attesa. Non ce la faccio, non ce la faccio. 
Poi arrivano gli avvocati e lui.
Si salutano con un sorriso. Nessun rancore, e’ solo la fine di un amore.
Non ce la faccio, non ce la faccio.
Poi una voce chiama. Tocca a voi.
La stanza e’ squallida, come deve esserlo la stanza che sancisce la fine di qualcosa.
Il giudice la chiama. 
Firma leggibile mi raccomando.
Non ce la faccio. Non ce la faccio.
La mano sul foglio. Dove devo firmare?
Datemi ancora un secondo, un secondo di illusione.
Firmi li’. Su quella riga.
Non ce la faccio…, no ce la faccio…n ce la faccio… Ce la faccio…ce la devo fare…ce la faccio
E sul foglio appare se stessa, se stessa in uno scarabocchio, il traguardo e la ripartenza sanciti da un milligrammo di inchiostro nero.
Lui e Lei in quella macchina in quella sera di Febbraio a rivivere la confusione che c’è tra un inizio e una fine.

Era da tempo che non si vedevano, mesi, forse un anno, e il caso e le circostanze li avevano riportati li’, a pochi centimetri di distanza.
Sai cosa mi piace di te? Disse Lei.
Cosa?
Mi piace che sei come un albero. 
E sai cosa mi piace degli alberi? 
Che stanno li’. 
Con le radici nel terreno. 
E io so che quando ho bisogno di appoggiarmi o di trovare un riparo, o dell’ombra, io so che sei li’. 
Come un albero. 
Strano. 
Con tutti i viaggi che hai fatto, nonostante la tua vita in movimento, io ti vedo cosi’.
Ma se non sto fermo un attimo. Disse Lui.
Scrolli i tuoi rami, muovi le tue foglie, ti lasci facilmente piegare dal vento ma rimani li’. 
Sei un albero.
Lui rimase perplesso. Un albero?
Poi ripenso’ a quel viaggio verso Santa Fe’.
Era in movimento, ma in realta’ riuscì ad arrivare dove voleva perché’ era immobile.
Immobile su quella moto che si muoveva.
Lei si muoveva, non lui.
Lui strinse le mani sul manubrio ed erano radici piantate nel terreno. 
Teneva i piedi fissi sulla pedaliera, ed erano radici piantate nel terreno. 
Persino il suo sguardo sulla strada era una radice. 
Non ci avevo mai pensato. Le disse.
Lo so. Rispose Lei.
Sai cosa mi piace di te? Disse Lui.
Dimmi.
Mi piace di te che fai sentire quest’albero vivo, quando ti appoggi per riposarti o quando cerchi dell’ombra sotto i miei rami. 
Cosi’ io capisco di avere un motivo di essere li’. 
Di essere. 
Sai noi alberi a volte abbiamo quest’idea di essere inutili. 
Certo a volte possono pisciare contro il nostro tronco e siamo perfetti per marcare il territorio. 
Ma questo non e’ quello che gli alberi sognano.
Lei si avvicino’. Gli prese la mano.
Poi disse.
Mi e’ venuta in mente una cosa.
Cosa? Chiese Lui.
Avevo cinque anni, ero in campagna, in giardino c’era un albero di noce, decisi di scalarlo.
Un ramo dopo l’altro, sempre piu’ in alto. 
Arrivai in cima. 
Non dimentichero’ mai quel giorno. 
Era la prima volta in vita mia che vedevo il mondo dall’alto. Era la prima volta che i particolari mi sembrarono cosi’ piccoli e il mondo mi apparve cosi’ grande. 
Ero troppo piccola per dare un significato a quella sensazione ma col tempo il significato venne fuori. E’ inutile che te lo spieghi vero?
Si. E’ inutile. Perche’ lo sappiamo. 
Ci fumiamo l’ultima sigaretta?
C’è il fumo della sigaretta che avvolge il loro volto, un attimo, e il fumo scompare.
Qualche secondo, un altro tiro e il fumo li avvolge di nuovo.
Stanno fumando di gusto, ogni boccata da un piacere strano.
Non e’ solo il sapore del tabacco, e il senso ritmico della vita, ritmo lento che passa veloce.
Troppo veloce.

Dedicata a Baby e Jack


Una settimana
Una cicatrice
Il tempo che guarisce
Contemporaneamente
Uccide
Annusare l’aria in cerca del suo odore
La misteriosa sparizione del tabacco
Non ti avevo mai vista fumare
Dormo in un letto matrimoniale
Sotto un piumone singolo
Per lasciare al freddo
La solitudine
E a tutte le donne
Che hanno detto di amarmi
Vorrei ricordare
Che l’hanno detto a qualcuno
Che fingeva di essere me
Io
Ho avvertito l’amore dei cani
Sono stato accarezzato
dall’affetto degli spazi vuoti
E ho baciato la corteccia degli alberi
Delle donne ricordo la paura
Di nuotare dove non si vede il fondo
Restando con la testa sott’acqua
Pur di appoggiare i piedi
Su qualcosa di solido
Una settimana
Una cicatrice
La mia tempia che ricorda
La morbidezza della sua pancia

Sotto spirito

Sono riuscito a mettere sotto spirito i miei umani di riferimento.
Li conserverò per sempre nella mia credenza.

Sotto il tendone c’era rimasto solo l’odore della merda.


Sotto il tendone c’era rimasto solo l’odore della merda. 
In quel vuoto e in quel silenzio io mi aggiravo seguendo le orme del clown.
Arrivato al centro della pista schioccai la frusta sulla segatura creando un vortice di polvere che nel taglio di luce appariva come una tempesta in un micro universo abbagliante.
La mia bambina scalciava una palla fatta di stracci e si avvicinò fino a tirarmi la tasca dei miei pantaloni:
“Papà andiamo.”
La presi in braccio e le indicai la corda della ballerina nel cielo.
“Conosci qualcosa di più bello del volare?” Le chiesi.
Si arrampicò sulle mie braccia come una piccola scimmietta, si mise a cavalcioni sul mio collo, mi chiese una mano per sentirsi più sicura.
“Sono più alta di te.” mi disse alzando l’altra mano verso il tendone a strisce.
Arrivò un ragazzo, disse che il circo era chiuso e che dovevamo uscire.
Cominciò a raccogliere la merda del bisonte con una scopa e un secchio.
“Papà hai visto quanto è grande la cacca del bisonte?”
“Più è grande l’animale più grande è la sua cacca.”
Si mise a ridere.
Andammo verso l’uscita discutendo della cacca dei giganti.
Arrivati a casa mentre aspettavo che si addormentasse mi guardò e disse:
“Però è una cosa giusta.”
“Cosa?” Le chiesi.
“Più grande sei più grande è la cacca che devi fare.”
E si addormentò con l’angolo del lenzuolo stretto tra le sue minuscole manine.

L’amore

L’amore.
Non è chiederti di amarmi.
Non è la voglia di possederti.
Non è dire o sentirsi dire “ti amo”.
Non è pensare che sei la più bella del mondo.
L’amore non è darti una carta di credito e dirti “compra quello che vuoi”.
L’amore non è guardare chi guardi.
Non è pretendere la verità.
Non è voler essere l’unico.
L’amore non è il desiderio appagato.
L’amore è uno sguardo 
che ti accarezza gli occhi
una carezza e uno scudo
l’empatia e la voglia di difenderti 
prima di tutto
dal mio egoismo
che per la paura di perderti
ti vorrebbe prigioniera
di questo cazzo di amore
che è solo un alibi
alla solitudine.

L’amore è tenere la zampa
della Baby 
mentre se ne sta andando
bestemmiando a dio
che mi fa sentire una merda d’uomo
impotente di fronte
all’amore più grande
che sta finendo
senza che sia mai finito.
Baby ti amo , ti ho amato
mi ami e mi hai amato
come nessun amante
potrà mai vantarsi di aver fatto.

Nessun cazzo è duro come la vita.

Nessun cazzo è duro come la vita

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scommisi

scommisi
con la tua moneta
tu eri il santo e io il peccatore 
in gioco c’era la verità
e la verità fu persa
avevo 15 anni e passavo le notti a farmi domande, immaginavo l’infinito precipitando nei riflessi di due specchi che si guardano quando rischiai di precipitare nella follia mi aggrappai al bordo del pozzo e ne saltai fuori lasciandomi per sempre alle spalle le domande a cui nessuno sa dare risposte
mi tuffo nei ricordi come se fossero balle di fieno in un pagliaio con le spighe che mi entrano nei calzoni e mi pungono, non fanno male è solo un solletico piacevolmente fastidioso
a volte ci vuole qualcosa che ci ricordi che siamo vivi, fosse anche un calcio nel culo o uno schiaffo
risvegliandomi da un sonno pomeridiano per un attimo mi sono chiesto chi sono, dove sono e che ore sono e la realtà si è dischiusa lentamente come il tendone di un teatro che aprendosi mostra un palco familiare e tu capisci che l’intervallo è finito e la recita attende di essere ripresa
conosco tutte le battute ma faccio schifo a recitare, chiedo scusa al pubblico ma sono più bravo a scrivere che a parlare, non meravigliatevi dei silenzi, piuttosto riempiteli con qualcosa, consiglio qualcosa da bere
tornando all’inizio
scommisi con la sua moneta
lui era il santo e io il peccatore
vinse lui ma fece finta di niente
lasciò la moneta sul tavolo e prima di andarsene mi chiese:
conosci l’unico vizio ai quali i santi non sanno rinunciare?
Dissi di no.
Si avvicinò e all’orecchio mi disse:
l’invidia verso chi può peccare senza rischiare di doversi contraddire
gli presi il polso e gli dissi che mi poteva baciare, lui rimase un attimo in silenzio con una goccia di tristezza in bilico su una ciglia
riprese la moneta, la mise in tasca e facendo finta di non aver vinto se ne andò camminando lentamente, 
scomparendo in fondo alla discesa dove c’era una strada che portava di là