Alcune ragioni per cui non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto.

Alcune ragioni per cui non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto.
Prima di tutto lo sconforto non serve a nulla.
Anzi.
Lo sconforto è la resa di fronte al panico, è la bandiera bianca di fronte alla minaccia prima di aver combattuto.
E’ aprire il portone del tuo fortino lasciando entrare il tuo nemico che non vedeva l’ora di vederti cedere alle sue urla.
Oltre a questo bisogna analizzare la situazione con la freddezza del guerriero.
E il guerriero sa che in ogni battaglia bisogna saper gestire i propri punti di forza.
E noi siamo forti, forti quanto decidiamo di essere.
Dipende da noi.
Possiamo lasciarci andare al pessimismo e frignare come bambini di fronte alla paura o imporci l’ottimismo sapendo che in passato uomini e donne hanno affrontato prove ben peggiori.
Frignare solo perché siamo costretti a stare in casa è un insulto verso chi in ospedale sta combattendo questa guerra in prima linea, malati, medici, infermieri e tutti quelli che mentre noi attendiamo l’esito della guerra su un divano la guerra la combattono in prima linea.
Quante prove avete superato nella vostra vita?
Quante volte avete pensato di non farcela e ce l’avete fatta?
Quante volte di fronte ad un amore finito avete pensato che fosse l’ultimo e poi vi siete innamorate di nuovo e più di prima?
La nostra immaginazione costruisce muri e la nostra volontà li abbatte, con quei mattoni costruiamo strade, case e ponti verso il futuro.
No, io non riesco a farmi prendere dallo sconforto.
Non ne ho il diritto.
Non posso per rispetto verso chi soffre davvero, non posso perchè ho costruito la mia vita sulla consapevolezza di tutti i privilegi di cui ho goduto e continuo a godere.
Non ho idea di quanto durerà questa storia.
Questa incertezza è la vera sfida e la sfida è accettata.
Abbiamo dei libri?
Musica da ascoltare?
Amici a cui telefonare?
Figli da proteggere?
Animali da accudire?
Queste sono le nostre armi.
L’arte e gli affetti.
Armi con cui affrontare il tempo rendendolo utile alla nostra crescita interiore.
Lo sconforto non serve a nulla se non a renderci fragili di fronte alle persone che cercano in noi la forza per andare avanti.
La speranza non è un diritto ma un dovere.
Un dovere verso chi senza speranza non avrebbe più motivo di combattere per noi.
Ricordandoci sempre cosa disse il grande capo indiano Piede di Corvo:
“Che cos’è la vita? Lo sfavillare di una lucciola nella notte. Il respiro sbuffante di un bisonte nell’inverno. La breve ombra che scorre sopra l’erba e si perde dentro il sole.”
Tornerà lo sfavillare della lucciola nella notte, tornerà a sbuffare il bisonte e scorrerà di nuovo l’ombra sull’erba e sarà ancora più bello perchè sarà come se fosse per la prima volta

Mi sono svegliato alle cinque del mattino

Mi sono svegliato alle cinque del mattino e non sono più riuscito a prender sonno.
E’ la prima mattina della mia vita che mi sento in trappola.
Come se fossi stato catturato la sera prima e al risveglio mi accorgo di essere in gabbia.
Mi vesto e esco.
La città è silenziosa e deserta.
Vado dal giornalaio a prendere il giornale e scambio due parole per condividere quella strana sensazione di pericolo imminente.
C’è aperto solo il McDonalds, avrei voglia di un caffè ma preferisco aspettare che apra un bar.
Cammino incrociando in mezz’ora due persone che si infilano in macchina con qualche bagaglio e sembrano fuggire e una ragazza che corre con il suo cane.
La verità è che sembra di essere dentro un videogame dove il nemico potrebbe essere dovunque.
La paura mi crea sensi di colpa e anche drammatizzare sembra esagerato, verrebbe voglia di credere che stiamo tutti recitando una parte.
Ed invece è tutto vero.
Non vedo l’ora che siano le sette e apra il bar, prenderò caffè è brioche e troverò qualcuno con cui scambiare un sorriso.
In fondo c’è di peggio, e quando dio creò il peggio lo fece perchè nella sua immensa bontà già immaginava che l’uomo ha bisogno di immaginare un tragedia peggiore della sua per potersi consolare del suo leggero disagio.

Ci vorrebbe un limite.

Secondo me la rovina del mondo risiede nella possibilità di accumulare ricchezze infinite.
Ci vorrebbe un limite.
Per essere generosi lo si potrebbe fissare sui 10 milioni di euro a testa, il resto andrebbe speso o investito e non accumulato.
L’accumulo di ricchezza nelle mani di poche persone genera un effetto devastante per l’umanità, perché non c’è nulla di più devastante dell’evidente contrapposizione tra ricchi e poveri, tra privilegi e svantaggi, tra spreco e risparmio.
E poi se non ti basta poter disporre di 10 milioni di euro per le tue puttanate allora sei solo un egoista.
Non credo che il merito trovi soddisfazione solo nell’accumulo di ricchezza e proprietà.
Sogno una società meritocratica che al merito dia “merito” tramite la capacità di ricompensare gli uomini di valore con la stima e l’affetto dell’intera comunità.
E’ inconcepibile un mondo dove c’è chi accumula e spreca e poco distante c’è chi muore di fame e vive una vita di merda.
Sono stati eliminati i sensi di colpa.
Questa mancanza di solidarietà trova un fondamento nel martellamento mediatico che mostra l’accumulo di “cose” come l’unico vero metro di misura per definire il tuo successo nella vita.
E a me non piace.
Si ponga un limite di 10 milioni di euro alle ricchezze personali e il resto vada redistribuito e investito nello sviluppo dell’azienda.
Se non sei felice con 10 milioni di euro in banca non meriti di esserlo.
E che cazzo.
P.S. Naturalmente l’uomo è per sua natura egoista e la mia idea è solo una specie di sogno che non diventerà mai realtà. 

A vestirmi ci metto 20 secondi.

A vestirmi ci metto 20 secondi.
Raccolgo i calzoni buttati per terra la sera prima, prendo la prima shirt che capita sotto tiro, i calzini sono sparsi sul pavimento, le scarpe di solito stanno alla base del letto.
E tu dici che io assomiglio a quel coglione che sembra vestito come un cazzo di damerino con le calze del colore della giacca, la camicia di seta e un ciuffo da coglione che sembra fare da paravento a occhi da gufo.
Ci vuole rispetto.
La mia auto ha 350.000 chilometri e non ho i soldi per cambiarla, controllo il prezzo dell’acqua minerale e aspetto che il cibo vada sotto scadenza per avere il 50% di sconto.
Il bello di tutto questo è che non è una circostanza.
Questo sono io.
Questo è quello che voglio essere.
Non me ne frega un cazzo di guidare una macchina di quelle che le fighe si bagnano a vederle, non me ne frega di avere una bella casa, non so distinguere uno champagne da uno spumante, il mio piatto preferito è il panino al salame, e quando mi scopi annusi il mio odore e non un insieme di olii essenziali preparati da un esperto mistificatore che mischia fragranze e poi le griffa.
Non potrei mai essere come quella massa di coglioni che amano travestirsi con tutte le maschere che il nostro fantastico mondo occidentale offre a chi vuole nascondersi.
Ho soddisfazioni impagabili per questo mio modo di essere.
Quando qualcuna mi vuole, mi cerca e mi ama so per certo che ama me.
Non avete idea di che piacere sia essere amati per ciò che si è.
E’ una di quello cose che ti fa pensare, guardandoti allo specchio, che sei felice di essere come sei e non cambieresti nulla di te.
Tutto merito di quelle donne meravigliose che hanno capito che tra i pavoni scopa di più quello che fa la ruota più larga ma tra gli umani se vuoi essere amata davvero devi trovare chi la ruota non ha ne voglia ne bisogno di farla.

Me l’avessero detto che in Mississippi nevicava.

Me l’avessero detto che in Mississippi nevicava.
Io convinto che andando verso Sud avrei trovato il sole.
E invece neve, sempre neve fino alle porte di New Orleans.
Sotto la giacca tenevo giornali, la carta forniva un ulteriore protezione contro il freddo.
Avevo due paia di guanti che cambiavo ad intervalli di un ora.
Ghiacciava uno e mettevo l’altro.
Nonostante questo l’adrenalina del viaggio mi portava a combattere le difficoltà con la gioia di chi sa che ogni sera ha un motel diverso e una città diversa che lo aspetta.
Non sono il tipo che glorifica il viaggio come fosse una specie di missione che ci rende migliori e più fighi, per me il viaggio è sempre stato solo una fuga dall’abitudine.
Trovo molto più eroici le persone che riescono a sopportare la quotidianità per portare avanti dignitosamente una famiglia e dare un futuro ai loro figli.
Noi cosiddetti viaggiatori siamo solo dei cazzoni annoiati che per via di qualche privilegio, intuizione o talento abbiamo la possibilità di portare il nostro culo in giro per il mondo fuggendo la noia cambiando ogni giorno arredamento.
Sacrificando la possibilità di avere famiglia figli e amici.
Non ho mai sopportato il genere di viaggiatore “santone”, quello che potendo permettersi di viaggiare pretende di saperne di più di chi “sta fermo”.
Amo il viaggiatore modesto che dovunque vada sa che nessun posto è straniero per chi ci vive e in qualsiasi posto si sente cittadino di quel luogo.
Non fatevi fottere dagli stronzi che col culo sulla spiaggia di Bali pretendono di insegnarvi qualcosa.
C’è molto più coraggio nel sopravvivere alla quotidianità che nel fingersi selvaggi illuminati che portano il loro culo in giro per il mondo.

Non cerco l’amore.

Non cerco l’amore.
Cerco la tenerezza di uno sguardo che si sofferma sulla ferita.
Me ne fotto dell’amore.
Cerco la voglia di costruire un giardino con la voglia di passare del tempo insieme nell’aspettare che le piante crescano.
Giuratevi voi l’amore.
Io cerco quel pensiero che quando ti addormenti le nostre mani e i nostri piedi continuano a parlarsi di cose segrete..
Ubriacatevi d’amore.
Io cerco lo sguardo che rivela il pensiero, le rughe che raccontano una storia e il coraggio di lasciare aperta la gabbia perché hai capito che ringhio per difendermi ma non ho mai imparato a mordere.
Si, vi lascio tutto l’amore di cui siete capaci.
Io voglio ascoltare la tua storia e fare di ogni lacrima una lanterna da appendere in quel bosco dove da bambina hai scoperto la paura del buio.
Non cerco l’amore.
Cerco la donna che dopo aver detto mille volte ti amo ha scoperto che l’amore non c’entra un cazzo, quello che c’entra è la coalizione di due anime che insieme formano uno scudo invincibile contro il dolore di vivere.
Vaffanculo l’amore.

Mi sono scelto chi mi legge


Mi sono scelto chi mi legge.
Voi non lo sapete ma siete il risultato di una selezione naturale.
Ho eliminato vagonate di stronzi, tutti quelli che davano consigli stupidi, psicanalisti improvvisati e amanti della grammatica perfetta.
Siete rimasti voi.
Ad alcuni piace tutto quello che scrivo persino le stronzate.
Altri sono più critici ma ogni tanto riesco a colpirli nel cuore.
La maggior parte di voi rimane in silenzio, nascosta, mi usa come passatempo magari al cesso mentre sta cagando.
Ma siete le persone da cui mi piace essere letto.
Fondamentalmente ogni volta che scrivo qualsiasi cosa io lo faccio sperando che qualcuno di voi lo legga.
Non è narcisismo ma il gusto infantile di mostrare un disegno al maestro sperando che mi gratifichi con una carezza.
Non siete molti, ma siete i migliori, i migliori per me.
Non avendo mai avuto la necessità di convincere nessuno preferisco essere letto da chi non ha bisogno di essere convinto di nulla.
Diciamo che vi ho scelto semplicemente perchè riconosco in voi l’appartenenza alla stessa tribù a cui appartengo io.
Il nome della tribù non lo sappiamo, ma sappiamo con certezza che nella nostra tribù non entrano spocchiosi fighettini e tantomeno fighe di legno, nella nostra tribù non c’è posto per chi si allunga il cazzo mostrando il suo reddito, e tantomeno vi troverete ipocriti progressisti con il complesso di superiorità.
Nella nostra tribù siamo tutta gente normale, casini da affrontare, bollette da pagare e sopravvivenza da guadagnare giorno per giorno così come fa l’animale selvatico nella foresta dove oggi si mangia e domani chissà.
Credetemi, forse non ci avete mai fatto caso, ma io ho scelto da chi farmi leggere e non importa quanti siete.
Quello che conta è che ciò che scrivo sia letto da gente che stimo e non da una massa di stronzi addomesticati.
Buonanotte gente.

Treno Regionale Parma-Milano

Seduto sul treno regionale Parma-Milano con il mio cane.
Vicino a me si siede una signora.
Gioca qualche minuto col cane. Poi tira fuori dalla borsa il portafoglio, prende tre euro e fa per darmeli.
“Li usi per mangiare qualcosa e per dare da mangiare al suo meraviglioso cagnolino.”
Io la guardo imbarazzato e le dico che è molto gentile ma non è il caso.
Poi con moto d’orgoglio le dico:
“Non si lasci ingannare dalle apparenze.”
“E’ sicuro di non volerli?”
“Si Signora sono sicuro.”
E per la prima volta in via mia sono stato visto come un uomo che ha bisogno dell’elemosina.
Mi sono guardato cercando di capire cosa potesse dare questa impressione.
Avevo scarpe strane con frange stile indiano, i jeans avevano un buco sulle ginocchia e la giacca militare non era il massimo della pulizia.
Ma non poteva essere questo a dare l’impressione che avessi bisogno di aiuto per mangiare.
Forse era la barba, lo sguardo, o magari la tristezza dei miei occhi che riflettono ancora la perdita della mia baby.
Magari tutte queste cose insieme hanno fatto di me un umano apparentemente senza casa che vive viaggiando sui treni regionali in compagnia di un barboncino spettinato.
Avrei dovuto chiederlo a lei, alla signora, prima che scendesse.
Avrei dovuto chiederle come aveva fatto a capirlo.
Di una cosa sono sempre andato fiero, ed è la mia capacità di nascondermi.
Smascherato sono tornato a casa con la vergogna di chi camminando nudo non trova più angoli dietro i quali nascondersi.

Libertà è la ragazza nell’ultimo banco


Libertà è la ragazza nell’ultimo banco, l’amore di quando andavo a scuola, quella che non mi ha mai notato fino a quando non ho tirato un pugno di rabbia contro il muro e mi ha chiesto se avevo voglia di uscire con lei.
Quella notte che abbiamo fatto l’amore lei fumandosi una sigaretta dopo avermi fatto godere mi ha detto che era solo una scopata.
“Non farti ingannare dall’illusione di poter possedere la libertà, mi concedo quando ne ho voglia e l’unica cosa che puoi possedere di me è il ricordo dei miei vestiti sul pavimento e del mio corpo sopra di te.”
Io la guardavo come si guarda una dea che si è tolta le ali per potersi sdraiare accanto a me e insieme guardavamo il soffitto cercando macchie di umidità che assomigliassero a costellazioni lontane.
La possedetti molte volte nella mia vita, sempre vedendola apparire inaspettata, io invecchiavo lei era sempre la stessa, cambiava solo il vestito e il modo di spogliarsi.
A volte indossava solo un cappotto e sotto nulla, quando faceva freddo veniva così vestita che era più il tempo che ci metteva a spogliarsi che quella passato ad amarsi, d’estate girava nuda per casa e adorava restare alla finestra facendo nodi alle tende per disegnare ombre sul letto.
Il ricordo più bello che ho di libertà è quando io restavo fuori a guardare il paesaggio e lei dentro preparava un caffè.
Sembravamo una famiglia, qualcosa che potesse non finire mai.
Improvvisamente scompariva lasciando il suo profumo sui cuscini e il cammino delle orme dei suoi piedi bagnati dalla doccia alla camera da letto.
Mi sono innamorato di Libertà ogni volta che l’ho vista e ogni volta ho sofferto nel vederla scomparire.
Ho cercato tutta la vita le parole giuste e le cose da fare per farla restare arrivando a capire che c’è solo un modo per farla tornare.
Farle credere che si è liberi anche senza Libertà, non darle l’impressione che sia necessaria ed amarla, nascondendo l’amore, amplificando la passione come se ogni volta fosse l’ultima, come se ogni sua carezza fosse il preludio alla fine.
Libertà si innamora di chi riesce ad amarla senza cedere al desiderio di possederla.
Vederla andare via senza chiamarla è il segreto per continuare a sperare che tornerà.