Stimare un figlio

Stimare un figlio insegna al figlio a farsi rispettare.
Io non sono padre, ma se lo fossi farei capire a mio figlio che la sua fatica ha un valore, e che non bisogna mai svendersi.
Nelle materie che studiavo a scuola ne mancava una.
L’autostima.
Io la metterei obbligatoria.
Insegnare ai bambini a stimarsi, a volersi bene, ad abbracciarsi, cercare le loro potenzialità ed esaltarle, insomma insegnare che nella vita non ci si vende ma si concede al giusto prezzo l’utilizzo del proprio talento.
L’errore piu’ grosso è considerare chi vi sfrutta un benefattore.
Piu’ talento avete piu’ cercheranno di fottervi, perchè se avete del talento probabilmente lo avete sviluppato nel silenzio e nella solitudine di un infanzia difficile.
Loro lo sanno.
Vi daranno quella carezza che avete agognato da bambini e poi vi diranno:
Prendere o lasciare.
Voi ancora sconvolti dalla carezza inaspettata sarete tentati dal prendere.
E invece, non prendete.
Chiunque vi mette di fronte ad una scelta cercando di sfruttare i vostri bisogni e le vostre debolezze merita solo il vostro rifiuto.
Ricordatevi che sono i rifiuti a rendere prezioso quel momento in cui vi sentirete finalmente felici di dire: “accetto”.

Non mi chiedere il perché

Non mi chiedere il perché.
Risponderei in maniera stupida.
C’è qualcosa di bello nell’inspiegabile.
Tu non hai saputo dirmi come mai non ami il gelato al cioccolato.
Io non saprei dire perchè mi piace il gusto di fragola.
Non so nemmeno perché amo i lupi pur sapendo che hanno una pessima reputazione.
Credo sia per il fatto che preferisco chi mostra i denti per avvertirti rispetto a chi sorride per fotterti.
Lo vedi.
Ti ho risposto senza volerlo.
Ed è la risposta migliore che potessi darti.

Ci sono desideri

Ci sono desideri bambini che ti seguono per sempre, e non importa quanto cresci e se cresci.
Quel desiderio aspetterà anche tutta la vita pur di essere avverato.
Io desideravo diventare amico di un nativo americano.
Di quell’amicizia che nasce dalla reciproca comprensione, come due tartarughe che incontrandosi si chiedono dei rispettivi gusci, o due aquile che incrociandosi in volo si scambiano informazioni sul vento.
Conobbi Frank Donald mentre vendeva gioielli qualche miglio a nord della Monument Valley.
Cercai di capire chi fosse e lui cercò di capire chi fossi io.
Accadde circa tre anni fa mentre giravo per il west dormendo in auto.
Ripassai a trovarlo l’anno dopo, continuavo il mio vagabondare anche se avevo scambiato l’auto con un van catorcio del 1984.
Quando arrivai mi riconobbe, mi sedetti di fianco a lui e parlammo.
Prima di andarmene gli chiesi se era su Facebook.
Rimasi sorpreso quando mi disse di si.
“Possiamo diventare amici?”
“Certo.” Rispose.
E diventammo amici.
Ma ci pensate?
E’ merito dell’invenzione dei social se il mio desiderio bambino è diventato realtà.
A volte ci scriviamo.
Lui mi chiede quando ripasserò dalla Monument Valley.
“Spero il più presto possibile.” Rispondo.
E così ho un amico Navajo.
Anche se solo su Facebook.
E nonostante io non sia più un bambino quando ci penso un po’ mi emoziono.
E’ un po’ come se avessi la prova che quello che avrei voluto essere, da qualche parte è.
Vive.
Ed è mio amico.

Ci alzammo

Ci alzammo e alla radio trasmettevano A Whiter Shade of Pale dei Procol Harum.
MI avvicinai alla finestra, scostai la tenda e la prima cosa che vidi erano ghiaccioli che pendevano dal ramo di un albero spoglio.
Cazzo se fa freddo. Pensai.
La mattina mi lavai senza farmi la doccia per non rischiare di uscire con i capelli bagnati.
La serrata tabella di marcia non permetteva la possibilità di ammalarsi e comunque correvo già i miei rischi affrontando un Coast to Coast in febbraio, meglio non dare un aiuto alla sfiga.
Uscito nel parcheggio del motel mi avvicinai alla moto, chiesi a Vanessa quanti gradi c’erano, lei controllo col sensore dell’auto e mi disse: -3.
E infatti le manopole erano ghiacciate e anche il sedile della moto era ricoperto da uno strato di ghiaccio.
Con una spatole ripulii la moto dai segni del freddo.
Entrammo nella hall sgangherata e facemmo colazione con due uova, una specie di salsiccia e una fetta biscottata coperta di burro e marmellata.
Ci riempimmo di calorie confidando nel fatto che il freddo le avrebbe consumate.
Vanessa si mise alla guida dell’auto io accesi la moto e partimmo.
Eravamo in Pennsylvania e andavamo verso sud, destinazione Memphis, dove si sperava facesse meno freddo.
Col cazzo che faceva meno freddo.
Comincio’ a nevicare, sempre di piu’, davanti avevo un muro di neve e giuro che non avevo freddo, anzi sentivo crescere dentro di me un adrenalina che si trasformava in felicità pura.
Sapete cosa penso.
Penso che l’esaudire un desiderio faccia cessare qualsiasi effetto secondario teso a rendere meno meravigliosa l’esperienza.
Il freddo non era freddo, la neve era una compagna di viaggio e la strada scivolosa sembrava voler giocare concedendomi leggere derapate alle quali rispondevo con un sorriso.
Nevicava e ci fermammo a mangiare un gelato.
Seguendo, in condizioni climatiche opposte, il consiglio dei vecchi saggi che dicono che per combattere il caldo bisogna bere qualcosa di bollente.
Poi tornammo sulla strada, con l’unico obiettivo di veder arrivare la sera e cercare un nuovo Motel dove riposarci e finalmente farci una doccia.
Quando sento freddo cerco di riportare la mia mente a quella condizione di viaggiatore che si era posto un traguardo da raggiungere attraversando le strade che da sempre aveva sognato di attraversare.
A volte l’esperimento riesce e sento il sangue scaldarsi come se il cuore fosse uno scaldabagno che si accende per prepararmi un bagno caldo in una vasca colma di sogni esauditi.

Metto a letto la bambina

Metto a letto la bambina, le rimbocco le coperte, do un occhiata fuori per osservare la luna piena che getta l’ombra di un ramo sul muro ingiallito.
Ieri è morto il nonno e mia figlia mi ha chiesto perchè le persone muoiono.
Le ho risposto che la Donna Gufo aveva bisogno di lui per costruire una scala di legno che permettesse alle anime di tornare sulla terra.
Appena avrà finito di costruirla dovrà provarla e sarà il primo a tornare.
Papà il nonno era bravo a lavorare il legno?
Era il piu’ bravo, l’unico che potesse costruire una scala che arrivasse fino al cielo.
Si è addormentata sorridendo.
Ci vuole sempre un motivo che giustifichi il dolore per evitare di esserne sopraffatti.
Domani le insegnerò ad andare a cavallo, preparo quel puledro pezzato che sembra sempre sul punto di addormentarsi.
Sarà il piu’ bel giorno della sua vita.
Lo è stato per me, la prima volta che ho cavalcato.
Esco dalla casa e mi siedo nel portico sulla sedia dove si sedeva mio padre e dove si sedette mio nonno.
Il freddo lancia la sua sfida.
Non l’accetto.
Nel letto c’è Kimimela che mi aspetta tra le sue braccia.
Un vecchio sciamano un giorno mi disse:
Se cerchi un senso non cercarlo in un lago eternamente immobile, trovalo nella breve esistenza di una goccia di rugiada su un ago di pino.

Voglio tu sia esile

Voglio tu sia esile che se ti abbraccio ti tengo tutta tra le mie braccia.
Voglio che tu sia capace di parlare con lo sguardo perché di parole ne ho piene le orecchie.
Voglio che desideri essere amata, e che non consideri la solitudine un traguardo raggiunto.
Voglio che ti piace correre, che ami guardarti allo specchio e che ascolti blues e rock.
Voglio che ti rompi il cazzo a stare tutto il giorno su una spiaggia a fare nulla.
Voglio che ti piace viaggiare on the road cambiando ogni giorno luogo e situazione.
Voglio che sei indipendente, che hai ambizioni, e che hai un progetto da realizzare.
Voglio che non guardi la televisione ma che ti piace andare al cinema.
Voglio che tu sappia che ogni uomo è diverso e non ha senso portarsi dentro della rabbia per qualche storia finita di merda.
Voglio che tu non creda in nessun dio tenendo stretta la speranza che la vita abbia comunque un senso.
Voglio che tu tenga al tuo corpo sapendo che il tuo corpo sei te e che trascurarlo è da stupide.
Voglio che tu non abbia paura di sognare perché sei così saggia da aver imparato che dai sogni non bisogna difendersi, molto meglio seguirli per vedere dove vanno a finire.
Voglio infine che tu sappia distinguere ciò che è vero da ciò che è falso con l’istinto di una lupa che riconosce con l’olfatto ciò che è buono da mangiare da cio’ che farebbe male allo stomaco.
Ed è per tutto ciò che voglio che sulla strada vago con la compagnia di due ombre e un solo corpo.

nonni devi spiegare nulla

non mi devi spiegare nulla, non c’è nulla che ti devo chiedere, mi basta trovare del tabacco e un accendino e sentire la tua testa che si appoggia sulla mia spalla, sento il tuo odore riempirmi il cervello di ricordi e qualunque cosa sia successa non voglio saperlo, sei tornata e pensavo non tornassi, puoi rimanere in silenzio per sempre, tanto nulla è per sempre, il tempo di bere qualcosa e poi andiamo a dormire, mi accarezzi la guancia con un dito, non far caso se è bagnata, è solo umidità, colpa di un mutamento climatico dell’anima, è piovuto tutto il giorno, mi meraviglia che le rughe non siano esondate, magari domani ne parliamo, magari no, sai cosa mi ricorda? ti ricordi quel pappagallino che sembrava addestrato e che un giorno decise di andarsene per sempre, ricordi come ci rimasi male? non c’era amore che potesse compensare la sua voglia di essere libero, tu, tu invece sei tornata proprio quando pensavo di averti perduta per sempre, mostrandomi la tua anima nuda di donna sorretta da due occhi che sento cadere su di me come due foglie precipitanti sul terreno ghiacciato di un inverno che sente di avere i giorni contati e si arrende al disgelo

Photo: Dennis Stock
USA. New York City. 1955. James DEAN with a friend at “Jerry’s Bar”, in front of the Ziegfeld Theater on 54th Street, New York City.

Le tue amiche hanno ragione

Le tue amiche hanno ragione.
Ho sbagliato.
Strano sentirmi raccontare la nostra storia, rimanere immobile ad ascoltare e scoprire gli errori che feci con te.
Il tempo aiuta a dimenticarci dei nostro sbagli, credo sia merito o colpa di un istinto di autoassoluzione che ci porta a crederci migliori di ciò che siamo.
Si selezionano i ricordi, si conservano quelli in cui siamo innocenti e si cancellano quelli in cui siamo stati colpevoli.
Alla fine ci credi.
E quando ti chiedi come mai sia finita ti viene istintivo dire che non è stata colpa tua.
Poi accade che incontri casualmente le amiche del tuo grande amore e per sfidare il passato chiedi come mai lei ti abbia lasciato.
E scopro la verità, senza possibilità di negarla, mi guardo da lontano quasi odiandomi per tutte le cazzate che ho fatto, per la fiducia che non ho dato, per le insicurezze che mi hanno fatto diventare patetico, per la mancanza di sensibilità di fronte ad un amore che mi veniva donato e che davo per scontato.
Troppo preso da me stesso per capire quanto lei mi stava dimostrando.
Mi sono alzato da quel tavolo avendo capito quanto sia facile dare consigli e quanto sia difficile metterli in pratica.
E’ stata tutta colpa mia.
Solo che adesso mi domando se ho finalmente imparato ad amare.
Sarò riuscito davvero a liberarmi da quel senso di inadeguatezza che mi porta a non riconoscere chi mi vuole bene davvero?
Riuscirò a mandare a fare in culo quella assurda voglia di legarmi a una donna che mi non mi ama per poi sfidare me stesso nello stupido tentativo di convincerla ad amarmi?
Tutto rimesso in discussione nel tempo di una birra.
Però una cosa buona c’è.
Ti ho pensato con tanto di quell’amore che si è alzato il vento e ti ha raggiunta scompigliandoti i capelli portandoti le mie scuse per non essere stato capace di amarti come meritavi e meriti di essere amata.

Inginocchiarsi

Inginocchiarsi va bene solo quando scopro che il libro di Henry Miller che cercavo si trova nello scafffale più basso della libreria.
In tutti gli altri casi le mie ginocchia sono pronte a ribellarsi.

Te ne sei andata

Te ne sei andata
lasciando la luce accesa
stanotte non la spegnerò
dormirò con la tua ombra sul muro
una mano sotto il cuscino
impugnando il tuo ricordo
come fosse un gelato
nelle mani di un bambino.