L’amore è un animale selvatico

L’amore è un animale selvatico.
Molti ne parlano ma pochi l’hanno visto.
C’è chi dice che sia enorme, chi racconta di essere fuggito per evitare di affrontarlo, c’è chi si vanta di averne visti a migliaia e chi si domanda come sia fatto.
Alcuni pensano di averlo visto negli occhi dei genitori o nello sguardo dei figli, ma quello è un amore domestico, niente a che vedere con l’amore selvatico.
L’amore selvatico non si fa vedere facilmente, c’è chi vive tutta la vita senza mai incontrarne uno, devi avere il coraggio di camminare al buio, devi conoscerne le tracce, sentirne l’odore e saper dominare l’inevitabile paura.
Se se sei fortunato lo incontrerai.
E quando l’avrai davanti non farti venire nemmeno per un istante l’idea di provare a catturarlo.
L’amore selvatico non si deve catturare.
La si osserva e ci si fa osservare quasi come se si fingesse di non esserci accorti uno dell’altra fino ad attendere quello sguardo che ti da il permesso di entrare nella sua tana.
E poi amarla.
Lei femmina di amore selvatico che finalmente ha scoperto cosa significa essere libera per poter donare la sua libertà a chi cazzo vuole.
Si sparga la voce nel bosco che se ci fosse qualche bracconiere intenzionato a catturarla se la dovrà vedere con me.

Una pozza d’acqua

Mi sono immerso in una pozza d’acqua calda mentre fuori nevicava.
All’interno del Diamond Fork Canyon nello Utah tirava un vento che avrebbe spezzato un ramo spoglio.
Lo feci credendo fosse un ottimo sistema per dimenticare.
Un vecchio indiano mi aveva raccomandato di costruirmi un disagio per dimenticare un dispiacere.
Credetti che spogliarmi sulla neve per tuffarmi in una pozza d’acqua calda potesse esserlo, fino a quando una volta immerso, il mio corpo entrò in uno stato di beatitudine tale che il dolore per la perdita dell’amico si fece ancora più forte.
La bellezza del paesaggio mi costrinse a fare un giro sulla montagna russa della vita avendo come compagni di corsa a destra un senso di pace e a sinistra l’inferno di un addio senza possibilità di ritorno.
Ci sono momenti in cui vorresti rimanere ubriaco per sempre, stordito dall’incapacità di capire o dalla capacità di comprendere che non capirai mai.
Mentre un mondo zoppicante balla intorno una danza della pioggia senza accorgersi di essere sul punto di affogare.
Al Diamond Fork Canyon mi dissero che qualche giorno prima era stato visto un branco di lupi grigi, non riuscirono a spaventarmi, risposi che non avere nulla da perdere è un ottimo motivo per giocarsi tutto.
Rimasi in quell’acqua a bollire il tempo necessario per capire che non serviva a nulla.
Uscii’ e prima di rivestirmi camminai per vedere l’effetto che facevano le orme dei miei piedi nudi sulla neve.
Tornai alla macchina costretto ad ammettere che nulla era cambiato.
Il mio amico era morto e non avevo trovato nessuna ragione per quella scomparsa.
Mentre guidavo verso Spanish Fork si stava facendo buio, ebbi il tempo di vedere volare sopra di me un gabbiano della California, probabile che stesse migrando verso le Coste del pacifico.
Lo vidi perché, un attimo dopo che sul vetro mi piombo’ una cagata di uccello, alzai lo sguardo verso il cielo per individuarne l’artefice.
Volava a pochi metri d’altezza dalla mia auto e sembro’ seguirmi per un po’, il tempo di farsi notare e poi virò verso sinistra.
Verso la California.
Mi chiesi se una cagata di gabbiano potesse nascondere qualche significato nascosto, magari un messaggio dall’aldilà.
Come a voler dire: “Tu sei ancora nella merda, io no.”
Arrivai a Spanish Fork sorridendo.
Tutto qua.

Non so volare

Non so volare e per recuperare il pallone mi tocca salire sull’albero.
Arrivato in cima mi fermo un attimo a guardare il campo da calcio dall’alto.
Vedo i miei amici accalcati sotto la pianta che urlano: “Buttala giù. Guido buttala giù.”
Io attendo un attimo poi urlo:
“Ma lo sapete che visti da qui siete proprio piccoli.”
“Butta sta palla invece di dire stupidaggini.”
“No, non la butto. La porto giù io. Sono venuto io a prenderla e ora la porto giù.”
E scendendo vedo i miei amici diventare più grandi, sempre più grandi, fino a diventare così grandi da non essere più interessati alla palla.
Hanno smesso di giocare e mi ritrovo qui con questa palla in mano in un campo vuoto con gli spalti sostituiti da una discarica di televisori, frigoriferi e lavatrici.
Ma la porta è ancora lì ed è troppo invitante.
Conto nove passi dalla linea al centro dell’area.
Qui doveva esserci il dischetto.
Appoggio il pallone per terra.
Guardo a destra della porta per far credere all’invisibile portiere di aver deciso la direzione.
E dopo una breve rincorsa colpisco il pallone di piatto cercando la precisione più che la forza.
Il portiere fantasma si butta sulla destra, il pallone va verso l’angolo sinistro.
Scheggia il palo ed entra in porta.
Io alzo le braccia esultante, mi giro e li vedo tutti li.
Tutti i miei amici che mi vengono incontro per festeggiare.
Sul campo comincia a nevicare mentre l’anima si gode il replay del gol e il telecronista commenta parlando di una finta che avrebbe spiazzato chiunque, persino il tempo non avrebbe potuto parare un rigore calciato con cosi’ tanta precisione.
Tornando a casa, sull’autobus osservo la neve attecchire sui marciapiedi e dopo aver alitato sul vetro scrivo:

Ho fatto cose

Ho fatto cose.
Perchè fare cose era l’unico modo di non pensare.
Venivano fuori dall’istinto di sopravvivenza nel tentativo adolescenziale di guadagnarmi da vivere con la creatività.
La maggior parte di loro erano fatte di legno.
Smisi quando l’operatore al taglio del legno di un Brico Center si amputo’ quattro dita tagliando delle assi che mi sarebbero servite per fare una lampada.
Ebbi sensi di colpa per mesi e a volte questi sensi di colpa ritornano.
Vado in quel Brico ogni tanto solo per chiedere come sta il ragazzo che mi tagliava il legno.
Mi dicono sempre che sta bene ma gira con un guanto per non mostrare la mano, quando mi chiedono se voglio che lo chiamino rispondo di no, ringrazio e me ne vado.
Io non so cosa sia il destino ma so che passai un periodo della mia vita facendo cose.
E ora sapete anche perché non faccio più cose e sono tornato a pensare troppo.
Ecco le cose di cui parlo…

Vorrei vedere te

Vorrei vedere te a far finta che vada tutto bene mentre sei aggrappato a una pianta di rosmarino che ti salva dal baratro.
E sai che faccio?
A volte stacco una mano e me l’annuso.
Adoro il profumo del rosmarino.
Vorrei vedere te sperare che un domani accada qualcosa che non è mai accaduto in una moltitudine di ieri.
Non c’è attore migliore di chi ha deciso di recitare un se stesso in ottima forma con il desiderio di tranquillizzare chiunque chieda: “Come va?”.
Potrò dire di aver visto la tristezza vestirsi come per una festa, bambini parlare come adulti e fogli riempirsi da soli di parole, ma nulla di questo mi sorprese più di quanto lo fece ascoltare un marinaio raccontarmi con le lacrime agli occhi che dopo essere sopravvissuto all’ultima tempesta si accorse di non avere più paura di nulla.
“C’è la paura della morte che poco a poco si trasforma nella morte della paura. La paura era un amica che mi avvertiva del pericolo. Era la mia amante nelle sere in cui all’orizzonte si vedevano nubi nere addensarsi minacciose. La paura era la porta che attraversavo per entrare dentro di me ed uscirne più forte.”
Ripenso al marinaio ogni volta che mi chiedo se mai riuscirò a vincere la paura di non farcela.
Nel mentre continuo ad aggrapparmi al rosmarino con la soddisfazione di alternare la presa per godermene il profumo.

Ci si lega al parco

Ci si lega al parco come fosse una persona.
Quel parco dove portavi i tuoi cani a fare il loro giro.
C’era una collinetta dove Jack saliva per sentirsi più in alto.
Poco più in la sulla sinistra si trova un muro dove la Baby andava ad annusare l’odore degli altri cani.
La stradina sterrata portava a una piazzetta di cemento dove i bambini giocavano rincorrendosi.
Nella piazzetta c’era un bar con una barista calabrese che mi dava del lei e io gli davo del tu.
Il parco diventava magico quando nevicava.
Baby e Jack amano la neve, e anche io amo la neve, credo che tutte le persone sognatrici amino la neve perché ogni fiocco sembra avere il potere di nascondere un frammento di realtà dietro un minuscolo sipario di bianco.
E buonanotte a tutti voi che almeno una volta nella vita avete schiacciato il vostro naso contro un vetro rimanendo incantati di fronte ad una nevicata inaspettata.

E’ mezzanotte

E’ mezzanotte al negozio di liquori in Texas.
E io non so dove parcheggiare il van.
Potrei andare al solito parcheggio di Walmart o uscire dalla città e trovare quello spiazzo di fronte al fiume dove se non sbaglio passai la notte tre anni fa.
Mentre sono indeciso sul da farsi si avvicina una ragazza e mi bussa al finestrino.
Apro la portiera e mi chiede se conosco un posto sicuro dove dormire in zona, e mentre me lo chiede mi fa un cenno verso un van color verde pisello parcheggiato poco più avanti.
“Wandwelling anche te?”
“Yes.” Risponde.
Le parlo delle due ipotesi alle quali stavo pensando e le propongo di decidere lei per me.
Decide per lo spiazzo sul fiume.
Guido nella notte cercando di capire dove fosse, la ragazza mi segue.
Finalmente trovo quel cartello che indica Lady Bird Lake.
Arriviamo allo spiazzo.
Per ringraziarmi la ragazza mi vuole offrire una birra.
Entrando nel suo van rimango sorpreso dal vedere due bambine che dormono su un materasso.
“They are my little girls.Twins, the jewels of my life.” Mi dice.
Io faccio piano, cerco di non svegliarle, prendiamo due piccole seggioline da campeggio e ci sediamo accanto ai nostri van parcheggiati uno di fianco all’altro.
Lei si chiama Emma, viene da Nashville, gira l’America da due anni, vive con i soldi che le manda ogni mese la madre di sua madre che vive a Baltimora e possiede tre alberghi.
Mi dice che il patto con la nonna è semplice.
Viaggerà fino a quando le bambine non dovranno andare a scuola, poi andrà a Baltimora e si prenderà cura degli alberghi della nonna.
“Lei e mio nonno li hanno costruiti con le loro mani, tiene più a quegli alberghi che a tutta l’America intera, ho promesso che li terrò aperti fino alla mia morte.”
Poi comincia a raccontarmi la storia di Yiska, un fantasma che abita in uno dei tre alberghi, le apparve nel corridoio quando era bambina e le disse che avrebbe avuto due gemelle e che avrebbe dovuto chiamarle Ajei e Yanaha.
Il fantasma le spiego’ che quelli erano i nomi delle sue due gemelline, Ajei significa “mio cuore” e Yanaha vuol dire “coraggiosa”.
Mi disse che Yiska le racconto’ che apparteneva alla tribù dei Navajo e che si ritrovò nel Maryland perchè catturato dai bianchi fu destinato, lui sua moglie e le due gemelle, ad essere trasferito nel vecchio continente per un tour dimostrativo.
Morirono qualche giorno prima della partenza, lui e la sua famiglia, in un incendio che si dice sia stato appiccato da un indiano ubriaco della tribù’ dei Piscataway.
Emma mi raccontò questa storia e quando fini’ vidi spuntare due meravigliose bambine di circa tre anni dal portellone.
“Mamma, sing us the song.” Dissero.
Lei sorrise, si alzo’, mi disse di scusarla ma senza la canzone non dormono.
Le bambine tornarono sul materasso, lei entrò, io rimasi fuori e dall’interno sentivo arrivare un incredibile, meravigliosa canzone.
Quando le bambine si addormentarono lei usci’ di nuovo e si sorprese di vedermi ancora li.
Le dissi che l’avevo aspettata per conoscere il titolo della canzone.
Mi disse che la canzone si chiama “Sky World” ,me la cantò dicendomi di fare attenzione alle parole.
Quelle parole e quella musica vi dedico questa notte come se foste voi ad ascoltarla in quella notte in Texas su quel fiume su cui si riflettevano le luci di Austin:
“Mettiamo insieme le nostre menti come una sola e ricordiamo quelli che sono passati.
Ringraziamo perchè vivono in pace nel cielo in cui vivono.
Mettiamo insieme le nostre menti come una cosa sola
E ricorda quelli che sono passati nel mondo del cielo
I loro doveri di vita sono completi stanno vivendo in pace
Nel mondo del cielo
Non saranno mai dimenticati, non più dolore, niente più sofferenza nel mondo del cielo.”

(alzando l’audio del video sentite la canzone)

Se cerchi un senso

Se cerchi un senso non devi per forza trovarlo in una interpretazione di te stessa.
Non basta amare i lupi per essere un lupo.
Non basta amare il mare per saper respirare sott’acqua.
Non basta rimanere incantati di fronte a un capolavoro per sentirsene gli autori.
Stracciata la sceneggiatura rimaniamo noi costretti ad improvvisare.
Bisogna abituarsi a non sapere come andrà a finire.
Intanto ripenso ai tre cigni che ieri sera nuotavano nel naviglio, sono rimasto un quarto d’ora a guardarli.
Mi sono chiesto come ci fossero arrivati tenendo la musica alta nelle orecchie per non rischiare di ascoltare la risposta.

24/10

E tu dormi
lo so perché ti vedo da lontano
guardandoti mi viene voglia di accarezzarti
lo faccio accarezzando lettere
che scrivono di te
come dita di un bambino
tracciano sul vetro ghiacciato
un cuore e una freccia,
a volte cerco gli occhiali
e li ho appoggiati sulla testa
a volte cerco te
e sei nei miei pensieri,
ora vado a letto
manchi tu
ma non occuperò il tuo posto
staro’ sul lato destro del letto
per non perdere l’abitudine
di averti al mio fianco.

Uomo

Uomo, si posseggono le cose e le donne non sono cose.
Le donne hanno la meravigliosa facoltà di decidere da chi essere amate.
Questa facoltà è meravigliosa perché quando una donna decide di amarti tu sai che lo fa perché lo desidera e non perché è costretta.
E’ tutto molto semplice.
Non puoi costringere un essere umano ad amarti, puoi sperare che lo faccia, puoi provare a convincerla, puoi regalare milioni di rose ma non è detto che funzioni.
L’amore non è un riflesso condizionato, non esistono stimoli che garantiscono il risultato.
E poi uomo tu sei più forte.
Per qualche oscura e irragionevole ragione tu hai i muscoli, tu riesci ad aprire barattoli che una donna fa fatica ad aprire, tu sollevi cose che la tua ragazza non riesce a sollevare.
Questi muscoli non servono a fare paura.
Non puoi usarli per costringere chi è più debole ad amarti.
I tuoi cazzo di muscoli dovresti usarli per difendere ogni donna che deve combattere contro i muscoli di un uomo di merda che usa la forza per ottenere un amore che non esiste.
Io sono un uomo, da piccolo mio padre mi ha insegnato a sentirmi dire di no.
Sono così abituato ai “no” che ogni “si” ha ancora il potere di sorprendermi.
Quando provai a baciarla e le sue labbra non si allontanarono io rimasi sorpreso.
Ero pronto al rifiuto e quando la vidi chiudere gli occhi ed avvicinarsi io pensai ad un regalo inaspettato, nessuno di quei baci era dovuto.
Quando finì, presi il mio zaino di ricordi e la salutai sperando che qualcosa potesse rimanere, la curiosità di sapere come stai, quell’amicizia sottile che puo’ sopravvivere all’amore, o almeno il rispetto per il tempo passato insieme.
Perché le favole possono finire.
E’ finita Cenerentola ed è finita Cappuccetto Rosso, persino di Biancaneve non si sa cosa sia accaduto dopo le nozze col Principe.
E quando finiscono nessun uomo dovrebbe permettersi di imporre una continuazione forzata.
Ma esistono gli uomini di merda.
Esistono e sono sempre di più.
Uomini a cui i genitori non hanno insegnato a sopportare le negazioni.
Uomini viziati, patetici, ridicoli, sfigati e stronzi.
Soprattutto stronzi.
Uomini per cui l’amore è un diritto, come se la loro donna fosse la loro madre.
Che confondono la fine con l’abbandono.
Usano la forza e i sensi di colpa, le minacce e le lacrime, pateticamente incapaci di affrontare la vita da soli.
E per evitare che questi uomini facciano troppo male c’è solo una difesa.
Un cazzo di Stato che faccia leggi che proteggano le donne, un cazzo di Commissariato che sappia ascoltare le denunce di chi è aggredita, qualche cazzo di Giudice che sappia condannare.
In un paese dove la pena non deve solo servire a redimere ma deve servire anche a far desistere.
Desistere.
Lo capisci uomo di merda che se mi tocchi finisci in galera.
Lo capisci uomo di merda che se fai del male ai nostri figli non ci esci più.
Lo capisci uomo di merda che dovrebbe esserci un cazzo di legge che ti impedisca di considerarmi tua.
E invece in questo stupido paese di cattolici ipocriti che esaltano la famiglia come se si trattasse di un “contratto” perfetto non esiste nessuno che sappia fare una cazzo di legge che cerchi di far desistere uomini di merda dal fare del male a una donna.
Se fossi una donna e se un uomo mi minacciasse io prenderei una pistola e gli sparerei nel culo, non riuscirei a vivere sotto la minaccia di uno psicopatico mammone.
Non so come facciate voi donne ad avere tanto coraggio nell’affrontare certe situazioni.
Non capisco come mai nessuno faccia niente per difendere chi è più debole.
E pensandomi uomo mi viene quasi da vergognarmi, pensando a quante volte l’uomo non sappia usare altro argomento che la forza per risolvere le sue frustrazioni.