Il cinismo è un ragno che mi cammina sul braccio e con il quale ho fatto amicizia.
Il patto è che lui non mi morda e io non lo uccida.
A volte scambiamo due parole sulla vita e ci troviamo sempre d’accordo.
Il ragno mi diceva che la cosa più divertente che gli umani abbiano inventato è l’amore.
Un invenzione che ha permesso di fare cose che senza amore non si sarebbero mai fatte.
Si fa la guerra per amore della propria patria.
Si uccide per amore del proprio dio.
Diventi padrone e schiavo per amore.
Per amore disgusti la libertà.
Poi il ragnetto appoggia la sua bocca al mio orecchio e mi sussurra:
dfjskhurllldkfhaksrrsdf dgahfgkasakl irjfifjlakdfdkkd
Che nella lingua degli Aracnidi significa:
L’amore è una puttanata colossale che voi esseri viventi dotati solo di due misere gambe usate per sentirvi ancora piu’ instabili e quindi meritevoli di un appoggio esterno.
Noi ragni, che di gambe ne abbiamo otto non abbiamo bisogno di questo genere di cazzate.
Poi scherzando appoggia il suo chelichero sul mio lobo.
Lo guardo incazzato.
“Attento stronzetto che se mi mordi ti schiaccio come se fossi un ragno.”
“Ma io sono un ragno” Risponde allontanandosi.
Mentre si addormenta tra le pieghe della giacca io guido in direzione nord, attorno c’è un cielo grigio sporcato dal fumo di una ciminiera e un camion che sembra trasportare quintali di malinconia.
Lo sveglio dandogli una ditata sulla testa.
“Che vuoi?” Mi dice.
“Ascolta ragnetto, mi spieghi perchè non credo in nulla?”
“E tu mi svegli per chiedermi questa puttanata?”
“Tu rispondimi.”
Si stropiccia i suoi quattro paia di occhi poi guardandomi con solo tre occhi, mentre gli altri cinque si distraggono ad osservare il tergicristallo mi risponde:
“Tu non credi in nulla perché nulla di ciò che vogliono farti credere è credibile.”
Aspetta. Fammi pensare.
Cazzo. E’ proprio cosi’.
Nulla di cio’ che vogliono farmi credere è credibile.
E come Antistene e Diogene di Sinope sono un randagio che ha smesso di credere alle grandi illusioni dell’umanità e disprezzo i poeti che rantolano parole d’amore, mi fanno pena le donne che elemosinano la compagnia eterna di un uomo e non sanno apprezzare le brevi soste dei marinai.
Ho il vomito di fronte alle coppie di cui una è bastone e l’altro carota, in una commedia delle falsità dove il marito recita la sua parte nel teatro di casa ed è se stesso nella camera da letto di un altra donna.
Il cinismo è un ragno che camminando tra una manica e un bottone ha costruito una ragnatela sul mio cuore e ora guarda orgoglioso verso l’orizzonte in attesa di una mosca che attratta dalla mia solitudine gli servi la cena.
Di cosa avrei bisogno per stare bene?
Avrei bisogno di una bottiglia per raccogliere l’acqua di questo torrente.
Ho deciso di camminare verso il Lago Santo e sono sicuro che mi verrà sete.
Non so nemmeno se riuscirò ad arrivarci.
Non possiedo il fiato.
Posseggo tutto il resto.
Case, automobili, donne e desideri esauditi.
Ma cazzo non possiedo il fiato.
E quando stamattina li ho visti partire con le loro scarpe tecniche, le loro giacche a vento ed i loro bastoncini mi ha preso un invidia che ha cominciato a rodermi il fegato.
A me, a me che non avevo mai provato invidia per niente e per nessuno.
“Dove andate?”
Ho chiesto.
“Cinque ore di cammino fino al Lago in cima alla montagna.”
Mi hanno risposto.
E poi la più figa del gruppo guardandomi fisso negli occhi mi ha chiesto:
“Perché non vieni con noi?”
Mi è venuto il panico solo a pensarci.
“Non ho il fiato.” Le ho detto.
“Quello non si compra.”
Mi ha risposto.
E se ne è andata lasciandomi li come un coglione, un coglione povero.
Povero di ossigeno.
Provate ad immaginare.
Siete convinti di avere tutto e poi da un momento all’altro vi accorgete che vi manca l’essenziale.
No, non poteva mica finire così.
Sono andato in un negozio e ho comperato tutta l’attrezzatura.
Naturalmente la migliore che ci fosse, o almeno quella che costava di più.
Mi sono vestito che sembravo un professionista delle scalate.
Sono arrivato con la mia auto ai piedi della montagna, ho parcheggiato dove inizia il sentiero e ho cominciato a camminare.
Anche se non possiedo il fiato possiedo la volontà.
Ho camminato per tre ore.
Con il fiato sempre più corto, la voglia di arrendermi sempre più forte, la paura di accorgermi che avrei dovuto imparare a perdere.
Fino a questa piccola radura, dove questo torrente fa un rumore dolcissimo, e il freddo comincia a crescere e il buio avanza come un lenzuolo sotto cui sembrano nascondersi tutti i corpi delle donne che non ho amato.
Seduto su questa pietra guardando l’ombra di una ragnatela di rami che sembra volermi imprigionare a me stesso sento la mancanza di un bastoncino di legno al quale da bambino attaccai una forchetta per potermi grattare la schiena.
Come un orso mi appoggio al dorso ruvido di un albero e comincio a raschiarmi dal culo alle spalle sentendo la gioia dell’essenziale scorrermi nelle vene.
Pensando alla strada da fare e al rantolare del mio respiro mi sento l’uomo più povero del mondo, ho speso quegli spiccioli di fiato e finalmente provo l’ebbrezza del nulla da perdere.
E tutto perché la più figa del gruppo mi chiese di andare con lei e io mi accorsi di non poterlo fare.
“Quello non si compra.”
L’ultimo respiro non ha prezzo, me lo godo tutto osservandolo mentre traccia una nuvola di vapore che mi ricorda il profilo di una mano che accarezza il vuoto.
Ci mettemmo d’accordo io e mia moglie per farle trovare ogni sera sotto il cuscino un cioccolatino.
Le dicemmo che era lo gnomo a portarlo.
Lo gnomo che abitava in quella casetta di pietra sotto la curva.
Per anni ogni sera la bambina trovò il suo cioccolatino.
Poi una mattina a colazione arrivò con il cioccolatino in mano e ci disse di smetterla.
Aveva il cassetto pieno di cioccolatini, e comunque era chiaro che lo gnomo era un invenzione.
La guardammo sorridere mentre pucciava il biscotto nel latte con un aria da grande.
Con quell’aria da grande che mi fece pensare di averla persa.
Ora sono qua nel letto di questo ospedale.
E non so se ne uscirò vivo.
Mia figlia viene ogni giorno a trovarmi e oggi mi ha portato un cioccolatino.
Mi ha detto:
“Papà questo me l’ha dato lo gnomo, l’ha fatto per te con il cacao piu’ buono del mondo.”
E io ci ho creduto.
Si crede a qualsiasi favola quando la realtà non ti lascia speranza.
“Posso mangiarlo?” Le ho chiesto.
“Il dottore dice di si.” Mi ha risposto.
E l’ho mangiato ricordandola bambina, quando mi divertivo a spiarla mentre alzava il cuscino sicura di trovare il suo dolce tesoro.
Quanto tempo è passato, infinitamente di piu’ del tempo che mi resta.
Ci sono momenti in cui il trucco si svela, la favola finisce e inizia la vita e giorni in cui il trucco riesce di nuovo, una nuova misteriosa avventura inizia e la vita finisce.
Mi tenne la mano fino alla fine parlandomi di tutte le cose che facevamo insieme.
E mi lasciò andare sussurrandomi nell’orecchio:
papà sai qual’era la cosa piu’ bella della storia dello gnomo…
no, non lo so, dimmi piccola…
la cosa più bella era che io ho sempre saputo che eri te
Fine.
La vedemmo insieme e decidemmo di comperarla.
Poi lei morì il giorno prima che andammo a ritirarla.
E da allora ogni volta che dondolo penso a lei.
Quando la vide mi disse:
Tu hai bisogno di dondolare, compriamola.
Le chiesi perché pensasse che io avessi bisogno di dondolare e lei mi rispose che quando un uomo dondola non pensa e io avevo bisogno di non pensare.
Mia moglie la conobbi che aveva tredici anni.
Passava i pomeriggi ad aiutare suo padre nel negozio di ferramenta in fondo alla città.
Ero entrato per comperare una scatola di chiodi, la vidi, e comperai chiodi tutti i giorni per un mese di fila.
Poi un pomeriggio mi disse:
E se al posto dei chiodi comperassi delle viti?
Perché? Le chiesi.
Perché i chiodi li ho finiti.
E comprai viti fino a quando non finì anche quelle.
Prima che passassi ai bulloni lei mi diede un appuntamento al cinema per lo spettacolo del sabato pomeriggio.
Saremmo dovuti entrare separati e fingere di ritrovarci seduti vicini per caso.
Non ricordo il titolo del film.
Ricordo che afferrai la sua mano e la tenni percorrendo con i polpastrelli la lunghezza di ogni suo dito, poi le massaggiai il palmo rimanendo colpito dalla morbidezza della sua pelle.
Lei non si girò mai a guardarmi.
Avermi affidato una mano era una concessione così spropositata che non c’era bisogno di sguardi per capire che ci eravamo scelti.
Non per questo smisi di comperare ogni genere di prodotti in vendita nella ferramenta di suo padre.
La voglia di vederla mi fece diventare un abile costruttore di porte blindate, armadi, imparai a cambiare le serrature e riparare armadi, poi passai al giardinaggio, e ci fu il momento in cui progettai meravigliosi cancelletti per i giardini dei vicini, erano cosi’ belli che tutti li vollero.
Alla fine del corteggiamento mi ritrovai ad essere il miglior artigiano della città.
Quando ci sposammo costruii con le mie mani la nostra casa, poi nacquero due bambine e la vita procedeva, giorno dopo giorno, come se fosse una storia cosi’ normale da non meritare una fine.
Era la mia speranza, essere cosi’ banali da non meritare una conclusione.
Ma ci pensavo.
Ci pensavo a come sarebbe stata la mia vita quando le bambine sarebbero cresciute e se ne fossero andate.
Quando accadde, lo ricordo come fosse oggi, mi sembrò di aver cresciuto un milione di rondini per poi vederle volare via in uno stormo cosi’ grande da oscurare il sole.
Lei mi diceva di non pensarci.
E per non pensarci decidemmo di comperarla.
Mi lasciò il giorno prima che andassimo a ritirarla.
E da allora ogni volta che dondolo penso a lei che era sicura che comprandola avrei smesso di pensare.
Sapete cosa ho imparato di questa cosa chiamata vita?
Ho imparato che noi pensiamo di conoscere dove portino le strade che abbiamo percorso mille volte, ma pur sapendo il luogo dove stiamo andando non potremo mai sapere come quel luogo sarà cambiato al nostro arrivo.
Cazzo, fica, culo, tette.
Ripetevo fra me e me, mentre mia madre mi teneva la manina e mi portava in giro per Genova.
Avevo circa otto anni ed è questo il ricordo della mia prima trasgressione.
Trasgressione silenziosa, una litania che sussurravo come una formula magica nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto nel disubbidire all’imperativo di non dire parolacce.
Non accadeva nulla, se sei bravo a disubbidire non accade nulla.
A Messa, quando il prete diceva di scambiarsi un segno di pace io me ne stavo con le mani in tasca, e al segno di pace rispondevo col muso.
Odiavo quell’imperativo, non mi è mai piaciuto toccare gli sconosciuti e non me ne fregava nulla se ad imporlo era un cazzo di prete.
Non scambiavo segni di pace con vecchietti che avevano mani rugose e viscide.
Poi trasgredire diventò un abitudine.
Più i rischi aumentavano più la trasgressione diventava irresistibile.
L’atto del trasgredire, dell’andare oltre i limiti consentiti, violare una norma, un ordine, una legge era il gioco più bello che avessero mai inventato.
Ripensandoci oggi poteva benissimo essere scambiato per masochismo, mio padre menava di brutto, a scuola si incazzavano di brutto, i professori erano predisposti a fare la spia e anche i genitori degli amici rappresentavano un nemico di cui non fidarsi.
C’era sempre il pericolo che qualcuno si incazzasse.
Perchè a quei tempi l’incazzatura era una cosa seria.
Mica facevano finta.
Se decidevi di dichiarare guerra potevi rimetterci le penne.
C’è chi la dichiarava cominciando a drogarsi.
Chi dandosi all’alcool.
Altri si davano alla velocità.
Ma più ti mettevi nella merda più ti sentivi vivo.
Sapete qual era lo scopo del gioco?
Sopravvivere.
Ed era tutto allenamento.
Allenamento alla vita.
Sarebbe servito tutto.
Le botte.
Le cadute.
I sogni infranti.
Gli amori finiti.
Le ubriacature.
La canna che ti fa collassare.
L’incidente in auto.
Tutto sarebbe servito a scoprire quell’attimo, quell’ultimo attimo disponibile per aprire il paracadute un attimo prima che sia troppo tardi.
Imparare a frenare in tempo.
Ad allontanarsi in tempo.
A non crederci prima che sia troppo tardi.
Eravamo bambini, ragazzi, che si mettevano alla prova spinti da un istinto di sopravvivenza che non può fare a meno del rischio per testarsi.
Se guardassimo oggi quei nostri occhi adolescenti vedremmo quel fuoco.
Il fuoco della rabbia che solo la consapevolezza ti può dare.
La consapevolezza che eravamo condannati ad entrare nel mondo dei grandi, quei grandi che odiavamo, quei grandi che non ci capivano, quei grandi che sembravano provare piacere nel distruggere i nostri sogni.
Sapevamo che saremmo diventati come loro e tutto ciò era cosi’ insopportabile che non potevamo fare altro che cercare di consumarci prima, prima di doverci giudicare con le stesse parole, le stesse regole di coloro contro cui stavamo combattendo.
Cazzo, fica, culo, tette.
Lo so, lo so che le parolacce non si possono dire.
Ma se le hanno inventate un motivo ci sarà.
A otto anni quel motivo mi era perfettamente chiaro.
Oggi quando mi sembra di non ricordarlo ripeto fra di me
Cazzo, fica, culo, tette
e tutto mi torna in mente.
Datemi un nemico da combattere ,un ideale da difendere, e una regola da trasgredire.
Solo rischiando di perdere si può sperare di vincere.
L’esserci e il non esserci.
La presenza e l’assenza.
L’assenza di chi potrà ancora esserci, e l’assenza di chi non potrà esserci mai più.
Ho steso un filo per terra, ci ho camminato sopra senza provare nessuna emozione.
Non serve morire in guerra, si muore lo stesso, anche in tempo di pace, e forse fa più male non avendo nemmeno una ragione a cui aggrapparsi.
Abbiamo imparato l’arte di aspettare la fine come si aspetta un treno sperando arrivi in ritardo per permetterci ancora baci, tanti baci all’amore che ci ha accompagnato alla stazione.
Ma il treno arriva.
Quando sali aspetti a sederti per vederla dal vetro concentrandoti sull’ultimo attimo prima che scompaia, come se quell’attimo valesse un eternità.
Come se…
Io semplicemente cammino.
Guardandomi attorno, meravigliandomi ogni tanto, cercando dei suoni piacevoli, annusando l’aria, ritrovando tracce dell’apocalisse sotto grovigli di radici.
L’uomo è un pazzo.
Pensate che era convinto di poter distruggere il pianeta su cui viveva.
Non ci sarebbe mai riuscito.
Avrebbe distrutto la sua specie, niente di piu’, niente piu’ bipedi, e cosi’ in una meravigliosa mancanza di tempo e numeri, il mondo ferito sarebbe potuto guarire dopo essersi scrollato di dosso gli dei, le ipocrisie, le paure di quella razza bastarda.
Cosi’ accadde.
Perché il mondo è una palla di vita che ha subito l’arroganza umana nella consapevolezza che la grandezza dell’universo avrebbe guardato a quella arroganza come un aquila vede il piccolo topo scannarsi per un pezzo di formaggio.
E con il formaggio nello stomaco il topo fini’ nello stomaco dell’aquila.
Io semplicemente cammino guardando un poster abbandonato sulla strada, la faccia di Bob Marley che si fuma una canna, un leggero vento che alza il bordo del poster fino a rivelare un dorso bianco privo di significato.
Gli idoli. Il tentativo riuscito di disumanizzare una essere umano, usare un carattere, una personalità, rivoltarla fino a renderla idonea a sorreggere i nostri alibi.
Quanto hanno lottato, quanto deve essere stato difficile morire tutti, faccia a faccia, uno di fronte all’altro, nemici per nulla, per il gusto della contrapposizione. Per la voglia di sentirsi necessari ad un ideale, perché nessun ideale è necessario all’uomo.
Bastava lasciarsi trasportare.
Una casa.
Entro.
Una cucina. Fammi vedere cosa trovo.
Pasta, olio, frutta marcita, pane secco ed un lavandino con dei piatti sporchi.
Topi che si leccano i baffi di fronte a tanto ben di Dio.
Topi.
Loro non hanno mai capito il significato della parola sprecare.
Per loro ogni bistecca buttata via era una cena.
Ma guarda te, uomini cosi’ egoisti da ritenere sprecato tutto cio’ che qualche altro essere vivente avrebbe invece digerito.
Sono milioni di topi, grossi come gatti, ma guai a chiamarli gatti.
Padroni della città. Vi stanno organizzando in bande, qualcuno sta cercando di camminare sulle due zampe, lo sanno tutti tutti che i topi avrebbero voluto nascere uomini.
Qualcuno prova ad avvicinarsi ai miei piedi, gli do un calcio nel culo con tutta la mia forza. Il topo volo e si spaiccica contro il muro, poi crolla al suolo ferito ed incazzato.
Maledetti topi.
Una camera da letto.
Una foto di una bambina.
Bellissima, con i capelli lunghi biondi, innocente.
L’uomo è vittima di se stesso, nasce innocente e muore condannato da se stesso.
I bambini avrebbero dovuto restare fuori da questa battaglia disumana, qualcuno avrebbe dovuto salvarli, ma nessuno ha pietà dei figli dei nemici.
L’uomo è cosi’ coglione che non capisce che prima di diventare uomo è cucciolo, senza razza, senza certezze, senza quella rabbia bastarda che lo porterà a scannarsi con se stesso e con gli altri.
Bisognava salvare i bambini dai grandi, ma nessuno ci ha pensato, e chi sperava in Dio ora avrà capito che Dio o non esiste o è impegnato in altre cose.
Dove sarà la bambina della foto?
Ho paura di trovarla sdraiata da qualche parte, finta addormentata, in realtà partita per sempre dove non si sa.
La morte dei bambini mi massacra il cuore, me lo calpesta e mi fa sentire tutta l’ipocrisia del mondo.
Questa presunta storia di un ordine naturale nelle cose è una vaccata.
L’unico ordine naturale è nella mancanza di vita, prendete Marte, la luna o Giove.
Lassu’ tutto è perfetto, la materia senza la vita non corre il pericolo di essere sfruttata. Non ci sono interessi, ecco l’ordine naturale.
La mancanza di interessi nei confronti della materia.
Lo so, fa paura la mancanza di pensiero.
Fondamentalmente l’uomo si accontenterebbe di vivere anche senza il corpo, basta salvaguardare il proprio io, il proprio “ego”, rinunciando alle passioni in cambio del pensiero eterno.
Rinunciando a scopate, masturbazioni e perversioni, ed in cambio la sconfitta dell’unico vero nemico: la morte.
Sto attento a non calpestare una serie di bambole “Barbie”, su un comodino c’è una casetta di legno arredata perfettamente, e un piccolo quaderno con una frase scritta da poco.
Leggo:
Andate tutti a fare in culo….
Charles le prese la mano e le disse di non piangere.
Se solo avesse saputo dirle dove stava andando…ma nonostante tutte le cazzo di ipotesi che aveva letto ed ascoltato si ritrovava con l’unica certezza che quel treno non si sapeva dove fosse diretto o se fosse diretto verso qualcosa.
Bimba gli stringeva la mano e gli implorava di non andarsene.
Lui guardandola disse:
Il coraggio si aggrappa alla speranza e la paura si aggrappa al coraggio ed io non so a cosa aggrapparmi, sento il corpo scivolare via come un guanto sfilato dalle mani di un fantasma.
Non ho nulla da lasciarti che ti possa consolare quando domani alzerai le lenzuola e ti infilerai nel letto e il tuo piede non incontrerà piu’ il mio.
Non so se c’è un luogo dove ci si possa rivedere, con quali mani ci si possa toccare di nuovo, ti ho scritto lettere con lo sguardo e la palpebra cadrà sbattendo contro il calamaio rovesciando tutto l’inchiostro sul pavimento.
Maledetti imbonitori di dio, venditori di fumo, migliaia di anni persi dietro una menzogna, autori criminali di un depistaggio che ora mi lascia senza risposte.
Non me ne sto andando, mi stanno portando via, non ti sto lasciando ci stanno dividendo, non è l’amore che finisce ma l’amore che viene finito.
Considera il tempo come una di quelle vecchie cassette su cui registravamo le canzoni, c’era il tempo presente della registrazione e il tempo futuro dell’ascolto.
Forse esiste un modo di schiacciare un tasto e tornare indietro per risentire la nostra canzone preferita da capo.
Dicono che l’ultima cosa che vedi sia come l’ultima carta del mazzo che copre tutte le altre per questo ti guardo e me ne vado stringendoti il pollice come se fosse la corda che mi regge sul bilico del nulla prima di precipitare verso quel fiume di cui non conosco la profondità.
Se mi salvo giuro che la prima cosa che farò sarà tornare da te.
Una notte in North Dakota parcheggiai il van nel solito megaparcheggio di Walmart.
Ero sdraiato sul sacco a pelo a leggere un manuale di sopravvivenza quando sento la porta aprirsi.
Entra un indiano con la faccia piena di sangue e graffi che sembravano causati da qualche belva feroce.
Mi alzo di scatto, lo prendo e lo porto fuori dal van poi lo appoggio delicatamente contro la carrozzeria e gli chiedo che cosa cazzo voleva e perché era entrato.
Col dito mi indica un camper che sembra un rottame parcheggiato a una decina di metri dal mio.
Dopo avermi fatto capire che eravamo vicini di casa mi chiede dei soldi.
Non ho soldi. Gli dico.
Ma prima che se ne vada voglio che mi tolga una curiosità.
“Quale animale ti ha conciato la faccia in quel modo?”
Lui mi indica una sedia di plastica sulla quale sta seduta una donna.
“Lei, mia moglie, lei graffia me, lei cattiva. Lei, se io non porto soldi, lei molto cattiva con me.”
Oh cazzo.
Il tipo comincia a farmi pena, non tanto perchè non ha un dollaro, ma per il fatto che anche vista da lontano sua moglie ha veramente l’aspetto di una creatura mostruosa con sembianze da donna e unghie da rapace.
Gli dico di aspettarmi.
Entro nel van, prendo dal mio sacchetto porta soldi un biglietto da 5 dollari.
Esco e glielo metto in mano.
“La prossima volta bussa prima di entrare.”
Lui dice “ok” una dozzina di volte e poi abbassa la testa come per ringraziarmi.
Lo vedo allontanarsi e raggiungere la moglie alla quale consegna i miei cinque dollari.
L’indiano mi indica da lontano, la donna mi guarda e accenna un sorriso.
Alzo la mano in segno di saluto e torno dentro, mi sdraio accarezzo il cane e ho un senso di appagamento nel sapere che per cinque dollari ho regalato una tranquilla serata in famiglia a un povero indiano che convive pericolosamente con la terribile donna artiglio.
Donna che usa le unghie per disegnare il suo disappunto sul viso del guerriero che torna a casa a mani vuote.
Lo scoglionamento è una pratica nata in epoca preistorica quando alcuni umani affrontando i loro primi pensieri evoluti si scontrarono con il sorgere della prima malattia sociale al quale ai tempi non era stato ancora dato un nome, ma che in seguito fu chiamata ipocrisia.
Gli umani per combattere questo malattia sociale, molto contagiosa, svilupparono il senso dello scoglionamento.
Lo scoglionamento, che a prima vista puo’ essere confuso col menefreghismo, è una pratica di vita che anticipando le conclusioni della filosofia esistenzialista ispira all’uomo uno stile di vita portato al rifiuto di un empatia teatrale, falsa e vantaggiosa.
Lo scoglionato non riesce a indignarsi per qualcosa essendo già indignato per il tutto, lo scoglionato non ricerca il meglio sapendo che il meglio ha costi di manutenzione enormi, ma sopratutto lo scoglionato da al tempo un valore troppo alto per poterlo passare preoccupandosi di cose che non può cambiare.
Lo scoglionato non si sente mai inadeguato perchè non ricerca comprensione, le sue relazioni col mondo esterno sono spesso superficiali sostenendo che è sempre meglio nuotare dove si vede il fondo per evitare brutte sorprese.
Lo scoglionato non conosce invidia e non si mette mai in competizione con nessuno, non rincorrendo maschere sociali si accontenta di ciò che è non potendo essere altro.
In amore lo scoglionato non riesce a mostrarsi sensibile e comprensivo, paragonandolo a un animale lo scoglionato è un felino capace di dare grandi soddisfazioni perchè ogni suo avvicinamento è sempre dettato dall’istinto e mai da un vantaggio collaterale.
Per farla breve una leccata di pantera crea brividi che nessuna slinguazzata di cane domestico potrà dare.
Lo scoglionato ha grandi doti di consolatore grazie alla sua capacità di relativizzare il tutto.
Nonostante le apparenze non è per nulla narciso, e nel caso decida di mostrarsi sdraiato su un auto con un piede appoggiato fuori dal finestrino non è per mostrare se stesso ma molto piu’ semplicemente per mostrare quel fantastico sigaro che avendo la dote innata di trasformarsi in fumo è perfetto per provare come ogni tentazione di cedere se stessi per possedere qualcosa sia pratica tanto inutile quanto stupida.
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