Due per due

Forse non è la felicità, ma ci assomiglia molto che è facile confondersi.
Cavalcare a fianco tenendosi per mano senza una direzione precisa.
Siamo in due?
No siamo in quattro.
Due coppie.
Non sottovalutare i nostri due cavalli, anche loro si amano.
Probabile abbiano imparato da noi.
E anche se questa Riserva è un posto di merda, anche se il nostro passato è troppo piu’ bello del nostro futuro.
E se siamo in pochi a parlare la nostra lingua.
E se l’uomo bianco dopo averci invaso ci ha confinato in terre aride.
E se non riusciamo ad adeguarci al senso del possesso.
Dobbiamo alla nostra inadeguatezza al mondo contemporaneo la sopravvivenza di una poesia antica che ci porta a conoscere molto meglio di voi di cosa si parla quando si parla d’amore.
Non avere nulla tranne te.
E’ avere tutto.
Avere tutto e non avere te.
E’ non avere nulla.
La sua mano nella mia è radice ancorata alla terra.
Nessuna tempesta ci separerà.

Riserva di Pine Ridge 2017

Tu credi di sapere tutto

Tu credi di sapere tutto.
Ma non hai mai visto un meccanico che ripara la sua moto e un cowboy che si prende cura del suo cavallo.
Tutto in una inquadratura dello sguardo che mi sembrava di avere di fronte la storia dell’America e il riassunto dei miei sogni.
Non c’erano cellulari a quei tempi e sono corso all’auto a prendere la mia reflex analogica per fotografare quella scena.
Pellicola Kodak, 400 asa.
Ripreso il viaggio non vedevo l’ora di svilupparla.
Ma ero in Arkansas e per farlo dovevo arrivare in California.
Si impara ad attendere quando non hai alternative all’attesa.
E si impara a sentirsi ignoranti quando dietro ogni curva scopri qualcosa che ignoravi.
Ora avrei voglia di rimettermi in viaggio, devo solo aspettare che il mio corpo si aggiusti e riprenda forza come se fosse quella moto o quel cavallo.
E poi si torna sulla strada.

A nord di New Orleans

A nord di New Orleans sul ciglio della strada una ragazza faceva l’autostop.
Mi fermai e rimasi colpito non tanto dalla sua bellezza ma dal suo compagno di viaggio.
La ragazza infatti viaggiava con un grosso topo dentro una scatola.
Decisi di accompagnarla fino a Houston dove era diretta.
Mi disse che veniva da Mosca e che cercava un modo per vivere in America.
Parlava poco l’inglese e io ancora meno il russo.
Nonostante questo ci facemmo compagnia, io lei e il ratto.
Tre viaggiatori, di cui solo due credo consapevoli di esserlo.

Nevicava

Nevicava, Dio quanto nevicava.
Cominciò appena lasciato New York e durò fino a Santa Fe.
Il freddo capì presto che era destinato ad arrendersi di fronte alla mia voglia di raggiungere l’Oceano Pacifico.
Sotto la giacca ero imbottito di giornali, avevo letto da qualche parte che la carta teneva lontano il freddo.
Muovevo le dita dei piedi e della mano per evitare che mi si ghiacciassero le estremità.
Forse non era stata una buona idea quella di fare un Coast to Coast in moto nel mese di Febbraio.
Del resto le buone idee non hanno lo stesso fascino delle idee bastarde che giocano a metterti alla prova.
Durò circa venti giorni, a quei tempi non esistevano gli smartphone e si dava notizie del viaggio dalle cabine telefoniche.
Poi solo il suono del motore e il rombo dei pensieri che puntualmente dopo qualche ora di marcia esplodevano in un illuminazione..
Quante ne ho avute e quante ne ho perdute di illuminazioni durante il viaggio.
Ma una la ricordo.
Stavo pensando al fatto che sarebbe stato duro tornare alla vita di sempre dopo un viaggio come quello quando mi apparve un corvo che dopo avermi sorpassato atterrò su un cartello che indicava la strada per Memphis.
Quando sorpassai il cartello lui riprese il volo, mi sorpasso e atterrò sul cartello successivo, che indicava un area di servizio a 15 miglia.
Lo sorpassai e il corvo tornò a volare, mi supero’ ancora una volta e questa volta atterrò sui bordi di un ponte metallico.
Prima di superarlo pensai che se l’avesse fatto un altra volta era chiaro che ce l’aveva con me e che voleva dirmi qualcosa.
Lo superai, il corvo sembrò allargare le ali ma ci ripensò e rimase immobile guardandomi passare spostando solo la testa per non perdermi di vista fino alla curva successiva.
Non lo vidi più.
E mi rimase il dubbio che se non avessi pensato di metterlo alla prova forse avrebbe continuato a seguirmi fino all’oceano.
Da quel giorno di fronte al destino non mi faccio più domande, lo osservo come si osserva un corvo che gioca a farti credere di avere cose importanti da rivelarti e che un attimo prima di rivelartele rimane in silenzio per gustarsi il trionfo del dubbio.

Pont mirabeau

Scrissi questa poesia che avevo sedici anni.
Periodo in cui presi coscienza di come al mondo trionfassero i figli di puttana.
Fu una scoperta che mi lasciò senza fiato. E forse qual fiato lo sto cercando ancora adesso.
E comunque scrissi questa poesia nel tempo adolescenziale in cui è giusto scrivere poesia per non lasciarsi tramortire dalla prosa:

Al ritorno sotto Pont Mirabeau

Tornai ai luoghi piu’ scuri
ricolmo di schifo e di vomito
e trattenni i conati
solo per questioni d’onore,
ma sbagliavo.
Tornavo mentre il popolo
rinchiuso da sbarre di sale
rosicchiava libertà
senza sapere cosa fosse.

E sui sentieri bui
incontrai mille volte
lo stesso urlo di civetta
che m’ordinava di continuare
a morire uccidendo gli altri.
Per lei era un gran guadagno.

Mentre le strade si allargavano
all’orizzonte, i miei occhi
morivano nel fissare luci
o miraggi che proiettavano
ombre di gente
che è sempre stata tale.

Portavo con me la consapevolezza
di mille delitti, e li amavo
come non ho mai amato
una donna, che del delitto
non ha il mistero, ma solo
la parte peggiore: il pericolo.

I libretti rossi e i vangeli li ho perduti
usandoli per riscaldare
il mio corpo già caldo,
credetti all’inferno, poi
tutto finì nelle rosee
previsioni di una maga
che mi disse: “Felicità”.
Quale?

Per questo il mio cammino
sarà ancora lungo.
Per questo non finirà mai.
I ritorni sono eterni
più del tempo
e ci spengono
come candele che toccano
il ferro e si rivolgono
alla cera colata
per avere un attimo in più.

E dalle mille sirene
che mi cantarono poesie
io imparai la mia arte
e cominciai ad odiarla,
sulle spiagge dai troppi
scintillanti riverberi
io capii la falsità
trovando cocci di vetro.

E ora mi dicono
che abbassando la testa
si supera qualsiasi ostacolo
anche le dittature e gli insulti
per questo ho visto gente
col capo mozzato
per questo non voglio
accettare il consiglio.

In mezzo a questa confusione
di “maledetti”
non trovo una mia collocazione
e sulle seggiole occupate
d’un ballo serale
cominciano a crescere
troppi poeti;
tanti da chiedermi
se mi convenga
ancora essere tale.

Mentre i versi si allargano
sulle case popolari
sui palazzi
nelle ville
le lacrime
coprono di movimento
e di macchie
i fogli pieni
e sporchi di unto.

Tra questa enorme confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non posso che lasciarmi andare
abbandonato ai racconti
di sempre
ai grigiori di sempre,
raccontando il viaggio
del mio sangue e della mia memoria
e non pregando mai
per descrivere la mia morte.

La mia attiva indifferenza
è sintomo di tragica fatalità
godete il tremolio del mare
prima che sia tempesta
perché di questa confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non rimarrà che cera colata.

Tu aspettami

Tu aspettami che torno.
Ed usci’ con un cappello in mano.
Lei lo aspettò tutta la vita.
E lo amò tutta la vita.
Di un amore insensato, fatto del ricordo di una porta che si chiuse.
Io so poco dell’amore.
Per questo le chiesi come mai decise di aspettarlo.
Lei mi rispose che non viveva aspettandolo ma aspettandolo viveva.
L’amore si insegna.
Si insegna amando, si impara essendo amati.
La mia ignoranza in materia non mi procura sensi di colpa.
Non avrei mai potuto imparare qualcosa che non mi è mai stato insegnato.
Forse per questo rimango sorpreso da chi ama e non riesco a trattenermi dal chiedermi se c’è un trucco o se è tutto vero.

Era già buio.

Era già buio.
Arrivammo al motel che sembrava chiuso.
No, non sembrava chiuso.
Era chiuso.
Parcheggiammo l’auto e decidemmo di passare la notte li.
Fuori dal motel, davanti alla stanza numero 117, dormendo all’interno della macchina.
C’era la luce dell’insegna di un distributore ad illuminare il cruscotto e tu mi guardavi.
Mi guardavi come se stessi chiedendoti perché avessi deciso di seguirmi.
Mi ami?
Mi hai chiesto.
Si.
Ho risposto.
Sei sicuro che questo sia un posto sicuro?
Credo di si.
Poi mi hai preso la mano e prima di girarti mi hai detto:
Non dimenticherò mai questo viaggio.
Nemmeno io l’avrei mai dimenticato.
Immaginavo la nostra auto inquadrata da un satellite nello spazio, un minuscolo punto in mezzo al deserto illuminato da una luce al neon.
E dentro quel puntino due corpi vivi che come lucciole nel bosco si nascondevano alla vista dei cacciatori di luce.
Ho solo una domanda da porre:
Dove finiscono gli attimi, in quale immenso deposito si accumulano i battiti del cuore, dove si trova l’oceano che raccoglie le lacrime di chi si è perduto, esistono navi che trasportano container pieni di promesse.
Dove sei?
Dove sono?
Dentro quale scatola sono finite le cartoline che abbiamo spedito a noi stessi per non dimenticarci dei luoghi dove ci siamo amati.
No.
Non puoi essere cosi’ diversa dalla ragazza che eri.
Ti ho visto ieri.
Da lontano, non mi sono fatto vedere, stavi camminando di corsa perchè cominciava a piovere.
Avevi un paio di jeans, delle scarpe da ginnastica e un impermeabile azzurro.
Tenevi per mano tuo figlio.
Siete entrati in macchina e ti ho visto scomparire nel traffico.
Eri davvero tu, distante migliaia di giorni e migliaia di chilometri da quel motel chiuso.
Non me ne faccio una ragione che le cose cambino cosi’.
Non riesco a rassegnarmi al tempo che insabbia il passato.
Ho solo una domanda da porre:
Si puo’ ricominciare daccapo?

Eileen

Eileen vede bambini che non esistono e nessuno le crede.
Osserva la danza dei globuli di luce immaginando una musica.
Poi sale la scala a chiocciola e si chiude dentro la sua cameretta, osserva le pareti che sembrano pendere verso di lei come per abbracciarla e le ringrazia.
Dentro un cassettone ci sono coperte ricamate che lei annusa ricordando tempi passati in cui lei non c’era.
Dalla finestra osserva le stalle con il bestiame e i granai pieni di fieno.
Su una mensola una foto color seppia con un uomo e una donna abbracciati, suo padre e sua madre, misteriosamente presenti solo in un immagine, rapiti da una realtà che nessuno vuole dirle.
Non sapere concede alla fantasia il potere di sfogare la sua cattiveria.
Forse sono stati mangiati dai coccodrilli, o rapiti da una tribu’ di cannibali, o peggio ancora, uccisi uno di fronte all’altro da un sadico venditore di incubi a caccia di ispirazione.
La salvano i dettagli di una stanza in cui le crepe sul muro e le venature del soffitto in legno disegnano storie a lieto fine.
La zia urla di scendere che la cena è pronta.
Ma Eileen non ha fame.
Vorrebbe continuare a giocare con i bambini che arrivavano senza che li avesse mai visti arrivare e se ne andavano senza che li avesse mai visti andare via.
Ma la zia urla che se non scende la viene a prendere.
Non le piace essere strattonata giu’ per le scale e allora scende contando gli scalini.
Arrivata a otto si ritrova di sotto.
Mangia in silenzio con lo sguardo fisso sul chignon con treccia della zia che senza dire una parola le serve una tazza di latte con dei biscotti.
La zia non è cattiva, ma non fa nulla per nascondere il fastidio di una figlia non sua venuta a rivoluzionarle la vita.
Colpa di un destino che non deve averle perdonato la sua ostinazione a non prendere neppure in considerazione l’idea di riprodursi.
Finito di mangiare Eileen si mette a letto ed aspetta che venga buio per uscire di nascosto in giardino e ritrovare i suoi amici bambini che seduti su una radice sporgente di una vecchia quercia la aspettano per giocare.
Giochi come il nascondere il volto nel gomito e viaggiare nello spazio proiettando la sua parte fluida in un luogo a caso nel mondo, oppure osservare un albero, un fiore o una roccia e individuare il colore del nembo di luce che li circonda.
Fino a quando il sonno la obbligava a tornare a casa, si buttava sul suo minuscolo letto e prima di addormentarsi mandava un bacio alla foto dell’uomo e della donna abbracciati chiedendo loro col pensiero dove fossero ora.
Non riuscendo mai a stare sveglia il tempo necessario per ascoltare la risposta.