Il cioccolatino

Ci mettemmo d’accordo io e mia moglie per farle trovare ogni sera sotto il cuscino un cioccolatino.
Le dicemmo che era lo gnomo a portarlo.
Lo gnomo che abitava in quella casetta di pietra sotto la curva.
Per anni ogni sera la bambina trovò il suo cioccolatino.
Poi una mattina a colazione arrivò con il cioccolatino in mano e ci disse di smetterla.
Aveva il cassetto pieno di cioccolatini, e comunque era chiaro che lo gnomo era un invenzione.
La guardammo sorridere mentre pucciava il biscotto nel latte con un aria da grande.
Con quell’aria da grande che mi fece pensare di averla persa.
Ora sono qua nel letto di questo ospedale.
E non so se ne uscirò vivo.
Mia figlia viene ogni giorno a trovarmi e oggi mi ha portato un cioccolatino.
Mi ha detto:
“Papà questo me l’ha dato lo gnomo, l’ha fatto per te con il cacao piu’ buono del mondo.”
E io ci ho creduto.
Si crede a qualsiasi favola quando la realtà non ti lascia speranza.
“Posso mangiarlo?” Le ho chiesto.
“Il dottore dice di si.” Mi ha risposto.
E l’ho mangiato ricordandola bambina, quando mi divertivo a spiarla mentre alzava il cuscino sicura di trovare il suo dolce tesoro.
Quanto tempo è passato, infinitamente di piu’ del tempo che mi resta.
Ci sono momenti in cui il trucco si svela, la favola finisce e inizia la vita e giorni in cui il trucco riesce di nuovo, una nuova misteriosa avventura inizia e la vita finisce.
Mi tenne la mano fino alla fine parlandomi di tutte le cose che facevamo insieme.
E mi lasciò andare sussurrandomi nell’orecchio:
papà sai qual’era la cosa piu’ bella della storia dello gnomo…
no, non lo so, dimmi piccola…
la cosa più bella era che io ho sempre saputo che eri te
Fine.

Tutto qua

Le donne a volte sembrano non capire una cosa fondamentale.
L’uomo ama essere amato.
Anzi, qualcosa di più.
L’uomo ama essere stimato.
Intendo essere guardato da lei con uno sguardo che mostra orgoglio.
L’orgoglio di averci scelto e di averci catturati.
E quello sguardo vale più di mille parole d’amore.
Per questo vorrei essere per lei un cacciatore di bisonti, tornare a casa con la preda che lei trasformerà in cibo e coperte.
Abbracciarla davanti al fuoco e sentire che si sente protetta dal mio cuore e dal mio arco.
Tutto qua.

Angioletta

Ho un angioletta che sta seduta sulla mia spalla sinistra, (ora si è spostato sulla spalla destra perchè la sinistra è rotta).
Ha un volto che ricorda una bambina bionda figlia di due eschimesi, due occhi a mandorla e un sorriso perenne e inaccessibile.
Non parla, comunica con gli sguardi e con le sue piccole mani.
Se vado veloce in auto mi prende il lobo dell’orecchio tra le dita e me lo tira.
Se non le do ascolto mi da un morso sul collo e comincia a saltellare come un ossessa.
Se fumo la pipa mi fa il broncio e mi indica la gola, io le dico che lo so che fa male ma mi piace.
Lei si gira offesa e vola via da qualche parte per tornare dopo qualche ora, giusto il tempo di vedermi addormentare e di addormentarsi anche lei con la testa sulla scapola e i piedini sul cuscino.
E’ riuscita a farmi smettere di bere dandomi pizzicotti sul gozzo ogni volta che prendevo la bottiglia di Jack Daniel in mano.
Ha una particolarità incredibile.
E’ di color bianco perla, tranne che per una leggera sfumatura rosa sulle guance, e poi ride, ma ride tantissimo, ride quando mi guarda mentre mi lavo i denti, e ride quando mi lavo la faccia, ride quando mi vede allacciarmi le scarpe.
Ma la cosa che la fa piu’ ridere è quando cerco qualcosa e non la trovo.
Lei sa dov’è.
Lo so che lo sa.
Ed è per questo che ride.
E solo dopo che ho insistito per un ora decide di alzare il ditino e indicarmi dove posso trovare cio’ che ho perso.
Ma se quello che ho perso sono le chiavi, mi dice subito dove sono.
Sa che le chiavi sono importanti e quando non le trovo ci rimango male.
A volte cavalca la Baby, la mia cagnolina, e la Baby sembra non accorgersene.
Ama frugare tra le orecchio del barboncino Jack e capita di trovarla addormentata sul giradischi che gira.
E devo ancora capire se sono io che lo dimentico acceso o se è lei che lo accende perchè gli piace farsi cullare in tondo.
Non ha un nome, ma se devo chiamarla io la chiamo “piccola”.
Perchè è piccola come due mele messe una sopra l’altra.
C’è una canzone di De Gregori che a un certo punto canta cosi’:
“Cosa ci fa in un posto simile un angioletto come te”.
Se la vedo triste gliela canto e lei si rallegra subito.
La cosa curiosa è che anche se non parla capisce tutto.
A volte avvicina la manina alla bocca come per dire che non può parlare.
O forse vuole dire che non sa parlare.
Comunque sia ho un angioletto che sta seduta sulla mia spalla, e non c’è da sempre, apparve una mattina quando guardandomi allo specchio la vidi lì.
Io le chiesi:
“Sei tu?”
Lei fece si con la testa.
Le dissi che l’amavo.
Lei si intimidì e da allora le apparve quella sfumatura di rosa sulle guance.
L’amore secondo me deve essere piccolo, cosi’ piccolo da poterlo portare sempre con te senza fare fatica.
Deve stare nelle mani di un bambino o nelle tasche dei jeans, deve essere leggero come una conchiglia ma non troppo leggero da non sentirne la mancanza.
C’è chi lo preferisce enorme per poterlo mostrare agli altri, io amo il mio amore piccolino, seduto di fianco al mio orecchio e quando mi soffia nell’orecchio mi fa venire brividi…
mi fa venire brividi…
mi fa venire brividi che nessun freddo ci riuscirebbe mai.

Davanti allo specchio

Davanti allo specchio.
Il corpo che mi contiene.
Un oggetto da trattare con cura.
Tagliarsi le unghie.
Lavarsi.
Tenerlo in movimento.
Vestirlo e svestirlo.
Metterlo a letto.
Nutrirlo.
A volte viziarlo.
A volte sgridarlo.
Come fosse una moto
per il motociclista,
gli sci per lo sciatore,
o la corda per l’alpinista.
Barattolo che forse contiene l’anima
e chissenefrega se perdi l’anima
mi preoccupa la fine del barattolo.
Ogni volta che mi addormento
lo dimentico aperto sul davanzale della cucina
e lo ritrovo la mattina dopo
svuotato come se fosse passata un orsa
a leccarsi tutto il miele.
Già.
Il miele.

Tutte le foto che vuoi

Puoi mandarmi tutte le foto che vuoi.
Le tue tette, il tuo culo, o nuda come un verme.
Ma poi….
Quando ti chiedo di fotografarti il cervello, mi mandi la foto sfuocata di un orecchio.
Funzionasse cosi’, sarebbe facile.
Vederti mi piace.
Ma alla quindicesima foto del tuo ombelico mi sono rotto il cazzo.
Persino il tuo seno perfetto mi annoia alla dodicesima volta che me lo mandi..
Per questo vuoi che passiamo alle telefonate.
Vuoi sapere dove mi trovo?
Se sono sul letto?
Nudo?
Io ti dico di si e invece sto facendo cuocere delle polpette di pollo al curry.
Tu immagina, se hai bisogno di stimoli posso darteli mentre aggiungo del sale nella padella, riesco persino a sembrare eccitato mentre tiro fuori dal frigo del gelato avanzato dal giorno prima e lo finisco a cucchiate sentendoti ansimare.
Bel gioco.
Ma alla lunga…che palle….
Non posso distogliermi dalla mia fisicità.
Devo toccare, annusare, assaggiare, ma sopratutto
sopra tutto
ho bisogno di guardare i tuoi occhi che si muovono
non fissi, bloccati in un istante lungo 1/125 di secondo che sembrano quelli di un pesce sul bancone di una pescheria.
Ho bisogno di vedere cosa guardano, come guardano, come si abbassano, come si intimidiscono e come si eccitano.
Tu vuoi giocare a fare la misteriosa?
A me il mistero annoia.
Non mi piacciono le porte chiuse, le strade bloccate, le scatole sigillate e i luoghi inaccessibili.
Sono un viaggiatore e non posso godere nel vedere un panorama in fotografia.
Ci devo essere.
Ci devo essere sul tuo corpo.
Come se ci volassi sopra.
Ci devo passeggiare sopra,con le dita e con lo sguardo, come un esploratore in mezzo alla foresta pronto a meravigliarsi ad ogni passo.
Certo.
Tu puoi mandarmi tutte le foto che vuoi.
Come fosse un catalogo di viaggio o la brochure di una crociera, ma se non capisci che a me piace viaggiare davvero.
Se non lo capisci allora significa che di me non hai capito un cazzo.
Ed è per questo che se ti chiedo di mandarmi la foto del tuo cervello mi mandi la foto sfuocata del tuo orecchio.
E poi mi scrivi:
scusa ma non è riuscita bene, e forse avrei dovuto mettere un orecchino così veniva più bella.
Intanto io mangio le mie polpette al curry e non riesco a trattenere uno sbadiglio.

Quando si è nella merda

Quando si è nella merda si cerca di uscirne usando anche la fantasia.
Accadde anni fa che non sapendo dove andare a sbattere per trovare qualche soldo provai a fare la statua di un lupo albino.
L’avevo vista fare sulla terza strada di santa Monica e decisi di provarci.
Nessuno mi avrebbe riconosciuto.
Nessuno si sarebbe chiesto come avessi fatto a cadere cosi’ in basso.
Di quel periodo rimane un racconto, questo:

Bianco, con questa merda di trucco che mi spacca la pelle e le palle.
Un lupo immobile nel centro di Milano.
Con i bambini che mi tirano l’orlo del vestito, i genitori che dicono ai figli: “Dagli cento lire, dai, dagli cento lire e vedrai che si muove.”
Ma io per cento lire con il cazzo che mi muovo, sto immobile e guardo la faccia delusa di padri e figli.
Lo so che stare immobili è la cosa peggiore, ma un pò di dignità ce la devo avere, altrimenti non avrei scelto il lupo come travestimento.
So cosa si chiede la gente.
“Ma come fa a stare così fermo.”
Ed allora mi guardano gli occhi per vedere se sbatto le palpebre.
Ed io le sbatto, anche se potrei non sbatterle, le sbatto, devono sapere che c’è un essere umano su questo piedistallo.
Magari si rendono conto che ho fame ed invece di darmi cento lire me ne danno diecimila.
Riesco a non pensare.
Dimentico me stesso e tutto ciò che è attaccato a me stesso.
Questa bambina è bellissima, dolcissima, e non mi tira il vestito.
Mi fissa con uno sguardo così bello che mi muovo anche gratis.
Mi muovo e sorrido, uno strappo alla regola, i lupi non sorridono, ma per questa bambina sorrido con gli occhi, con le labbra e con l’anima.
Trasformo il suono delle monete in panini imbottiti.
I panini meravigliosi del panino giusto, quattro centimetri di prosciutto, formaggio e salsa piccante.
La bambina dagli occhi dolci continua a fissarmi, sono imbarazzato, la mamma cerca di portarla via ma Lei non se ne vuole andare.
Mi fissa negli occhi.
Cosa sta vedendo?
Cosa ha visto sotto il trucco.
Ha visto me, il mio passato, i miei sogni, la mia famiglia, le mie fughe, la sopravvivenza.
Ha visto una delle innumerevoli possibilità a cui va incontro l’uomo.
Ha visto l’anima del lupo, ed era convinta fino ad oggi che i lupi non avessero anima.
Bambina vai via. Ti prego.
Non guardarmi troppo.
Non entrarmi dentro.
Non struccarmi.
Fuggo da me stesso.
Non riportarmi indietro.
Meno male…però che peccato.
Non c’è più, trascinata via per un braccio dalla mamma.
Chi l’avrebbe detto.
Si formulano possibilità per il proprio futuro, e nonostante i bruciori di stomaco, le gastriti, ed il nervosismo ero convinto ce l’avrei fatta ad azzeccare un affare.
Bastava che mi andasse bene una sola volta ed era fatta.
Una sola delle molte volte che mi sono giocato il futuro puntando su un progetto, un idea.
La gente dice che sono una persona geniale ma incapace di gestire le mie possibilità.
Non ho mia capito cosa volesse dire, ma qualcosa deve pur dire se oggi mi ritrovo quà.
Il tempo.
Chi sa realmente cosè il tempo.
Ne ho sentite troppe di storie riguardo a questo argomento.
Ed il tempo era l’unica cosa di cui avevo veramente paura prima di cominciare questo lavoro.
Scorre sulla pelle come una goccia d’acqua, dalla testa ai piedi, percorrendo strade imprevedibili, un fastidio leggero, il senso di qualcosa addosso che non si può rimuovere.
Una carezza fastidiosa che è impossibile ignorare.
Su questo piedistallo non si fugge.
Il tempo mi stringe le caviglie dei piedi, è il freddo del metallo attorno ai polsi, è qualcosa che passa che sembra non passare mai.
Un controsenso in cui è facile sprofondare, affogare, perdersi.
Ed allora guardo.
Tutto ciò che si muove, tutto ciò che può essere guardato.
Il tempo crudelmente uccide, ancor più ferocemente ti fa sopravvivere.
Quando sei una statua immobile con un cuore che corre.

Cazzo, fica, culo e tette

Cazzo, fica, culo, tette.
Ripetevo fra me e me, mentre mia madre mi teneva la manina e mi portava in giro per Genova.
Avevo circa otto anni ed è questo il ricordo della mia prima trasgressione.
Trasgressione silenziosa, una litania che sussurravo come una formula magica nel tentativo di capire cosa sarebbe accaduto nel disubbidire all’imperativo di non dire parolacce.
Non accadeva nulla, se sei bravo a disubbidire non accade nulla.
A Messa, quando il prete diceva di scambiarsi un segno di pace io me ne stavo con le mani in tasca, e al segno di pace rispondevo col muso.
Odiavo quell’imperativo, non mi è mai piaciuto toccare gli sconosciuti e non me ne fregava nulla se ad imporlo era un cazzo di prete.
Non scambiavo segni di pace con vecchietti che avevano mani rugose e viscide.
Poi trasgredire diventò un abitudine.
Più i rischi aumentavano più la trasgressione diventava irresistibile.
L’atto del trasgredire, dell’andare oltre i limiti consentiti, violare una norma, un ordine, una legge era il gioco più bello che avessero mai inventato.
Ripensandoci oggi poteva benissimo essere scambiato per masochismo, mio padre menava di brutto, a scuola si incazzavano di brutto, i professori erano predisposti a fare la spia e anche i genitori degli amici rappresentavano un nemico di cui non fidarsi.
C’era sempre il pericolo che qualcuno si incazzasse.
Perchè a quei tempi l’incazzatura era una cosa seria.
Mica facevano finta.
Se decidevi di dichiarare guerra potevi rimetterci le penne.
C’è chi la dichiarava cominciando a drogarsi.
Chi dandosi all’alcool.
Altri si davano alla velocità.
Ma più ti mettevi nella merda più ti sentivi vivo.
Sapete qual era lo scopo del gioco?
Sopravvivere.
Ed era tutto allenamento.
Allenamento alla vita.
Sarebbe servito tutto.
Le botte.
Le cadute.
I sogni infranti.
Gli amori finiti.
Le ubriacature.
La canna che ti fa collassare.
L’incidente in auto.
Tutto sarebbe servito a scoprire quell’attimo, quell’ultimo attimo disponibile per aprire il paracadute un attimo prima che sia troppo tardi.
Imparare a frenare in tempo.
Ad allontanarsi in tempo.
A non crederci prima che sia troppo tardi.
Eravamo bambini, ragazzi, che si mettevano alla prova spinti da un istinto di sopravvivenza che non può fare a meno del rischio per testarsi.
Se guardassimo oggi quei nostri occhi adolescenti vedremmo quel fuoco.
Il fuoco della rabbia che solo la consapevolezza ti può dare.
La consapevolezza che eravamo condannati ad entrare nel mondo dei grandi, quei grandi che odiavamo, quei grandi che non ci capivano, quei grandi che sembravano provare piacere nel distruggere i nostri sogni.
Sapevamo che saremmo diventati come loro e tutto ciò era cosi’ insopportabile che non potevamo fare altro che cercare di consumarci prima, prima di doverci giudicare con le stesse parole, le stesse regole di coloro contro cui stavamo combattendo.
Cazzo, fica, culo, tette.
Lo so, lo so che le parolacce non si possono dire.
Ma se le hanno inventate un motivo ci sarà.
A otto anni quel motivo mi era perfettamente chiaro.
Oggi quando mi sembra di non ricordarlo ripeto fra di me
Cazzo, fica, culo, tette
e tutto mi torna in mente.
Datemi un nemico da combattere ,un ideale da difendere, e una regola da trasgredire.
Solo rischiando di perdere si può sperare di vincere.

Omologazione

Non fumo piu’. Sigarette intendo. Ed è da quando ho smesso che non scrivo piu’. Ma quando scrivo ne ho bisogno. Ecco un problema del cazzo.
Ieri sera in negozio c’era un pienone di saggi sbandati, pseudo artisti di strada che ti raccontano la filosofia della loro vita, con l’intento di farla diventare la mia filosofia di vita.
Non li ascolto piu’.
In realtà li disprezzo, come si disprezza qualsiasi maestro improvvisato.
Non sono piu’ impressionabile dalle fughe di casa, dagli ideali di libertà, dalla mancanza dei denti canini, dai piedi scalzi, dagli amori finiti, dai genitori perduti, dalle botte prese o da quelle date.
Non sono piu’ impressionabile dalle stronzate notturne di qualche punk’a’bestia del cazzo.
Come potrei esserlo dopo aver scoperto che persino gli stilisti d’alta moda si ispirano a loro per le prossime collezioni.
Mi fanno pena i capelli rasta, i calzoni con il cavallo che spazza per terra, l’impressionante ammontare di braccialetti vari, gli orecchini che ti allargano le orecchie, i cani spulciosi, e quant’altro faccia parte del look di quella tribu’ del cazzo.
Ed è per questo che mi sono fatto un bel piercing al sopraciglio.
L’ho fatto perchè è bello scoprire che ti stanno sui coglioni proprio quelli a cui involontariamente tendi ad assomigliare.
E’ bello scoprirlo perchè significa che l’omologazione a cui vado incontro è un omologazione involontaria.
Mi piace il piercing e me lo faccio, ma porca puttana quanto mi stanno sui coglioni quelli che ce l’hanno.
Controsenso arrapante.

Nella città di Buffalo Bill

Nella città di Buffalo Bill c’era solo un vecchio Motel che aveva una stanza libera.
Era su quattro piani, e la mia stanza era naturalmente al quarto.
Scale, valigie e bestemmie unite ad un tramonto che portava all’orizzonte minacce di tempesta.
Prima di andare a dormire faccio un giro per il paese, cè solo un saloon aperto.
Al bancone due ragazze una alta e una piccolina che bevono Jack Daniel.
Mi guardano come si guarda l’arrivo del tendone del circo in città.
Ordino una Budwaiser, sorrido, ricambiano il sorriso.
La piccolina mi si avvicina e mi chiede da dove vengo.
E cosa ci fa un italiano da queste parti?
Vado a Yellowstone.
Tutti vanno a Yellowstone, ma nessuno si ferma a dormire a Cody.
A dire il vero trovare una camera è stata un impresa.
Colpa del Rodeo.
La ragazza alta si rivolge alla piccola: Exotic…fuck, he is exotic.
Cosa?
Chi sarebbe l’esotico, Io?
Ma se sono di Milano, la città meno esotica del mondo.
La piccolina ordina una birra, sostituisce la mia bottiglia vuota con la sua piena.
Dove dormi?
In un motel…aspetta…non mi viene in mente il nome…quello di mattoni rossi, in città.
La piccolina ha capito, sorride all’amica, è un posto di merda, mi dice.
Lo so, lo so, che è un posto di merda ma non costa un cazzo.
Ridono.
Vai con la terza birra, e loro finiscono la bottiglia di Jack Daniel.
E’ tardi.
Sono le undici e mezza, da queste parti è notte fonda.
Possiamo accompagnarti?
E me lo chiedete?
L’Hotel è a cento metri dal Saloon, cento secondi dopo mi ritrovo in stanza con due cowgirl che ridono e non capisco il perchè.
Beh a questo punto la cosa migliore è fare cio’ che avrei fatto comunque.
Mi spoglio e mi infilo nel letto.
E loro ridono.
Possiamo??? Mi chiedono.
Potete cosa?
Possiamo venire anche noi?
Non rispondo, mi sposto nella parte sinistra del letto e faccio segno di accomodarsi.
E via gli stivali, i jeans, i calzettoni, le t-shirt e due giacche di pelle.
Tutti sotto.
Sotto la tenda a giocare.
La cosa che funzionava era che io trovavo esotiche loro, e loro trovavano esotico me.
Essere stranieri uno per l’altra è un trucco che funziona, facciamo che tu mi racconti di te e noi ti raccontiamo di noi.
Mentre si scopa sotto una tenda traballante, con piedi che cercano l’ultimo lembo di lenzuolo e lo acchiappano per trovare rifugio.
Con odori diversi che messi tutti insieme danno l’idea della stiva di una barca colma di merci provenienti da porti diversi.
Con porcate dette in lingue straniere che fanno ridere anche se non si capisce che cazzo vogliano dire.
Il tutto come se fosse un sogno in una notte che minaccia tempesta nella città di Buffalo Bill, sotto un tendone del circo dove si esibiscono un principiante domatore di se stesso e due equilibriste esperte in volo acrobatico sulla noia.

Facciamo finta che io ti ami

Facciamo finta che io ti ami.
Come sarebbe la nostra vita?
Imprigionata in questo amore che non prevede invasioni, io e te seduti a tavola a chiederci le solite cose.
Te che mi chiedi dove ho messo il sale io che non uso più sale da quando il medico mi ha detto che fa male alla mia pressione.
Il tuo spazzolino che sbatte contro il mio, i tuoi capelli nel lavandino, e piscio seduto per educazione mentre tu bussi perché hai bisogno di entrare, hai sonno e vuoi andare a dormire.
Amore, facciamo finta che sia amore, ci si addormenta con la televisione, sai che non ricordo se ti dico buonanotte, o se semplicemente mi giro e guardo il comodino azzurro di cui conosco ormai ogni crepa e ogni sfumatura.
E nessuno ha il coraggio di dire nulla.
Non so se anche tu conti i mesi.
Io si.
Sono più di tre mesi che non ci accarezziamo.
E si inventano scuse sempre meno fantasiose.
Prima ci voleva qualcosa di grave, un atroce mal di schiena o una stanchezza debilitante ora basta un mal di testa per creare un alibi all’indifferenza.
Ma siamo innamorati.
Innamorati di qualcosa che non sappiamo.
Se ti guardo mi prende una tenerezza infinita.
Ti voglio cosi’ bene che darei la vita per te.
Ma fa male ricordare quando partivo da Bologna di notte per raggiungerti a Milano solo per baciarti e fare l’amore, e poi ripartire guidando fino all’alba accompagnato da quella felicità che aveva il tuo odore e il tuo sapore.
Facciamo finta che io ti ami ancora.
Recitiamo la parte ancorati al ricordo di quella passione che a pensarci ora è cosi’ lontana che si fa fatica a crederci che non potevamo restare chiusi in una stanza senza trovare un qualsiasi modo per chiuderci dentro.
E me ne fregavo di quello che sentivano di fuori.
Prima di addormentarti mi chiedi se sono felice.
Io ti dico di si.
Anch’io. Mi rispondi.
Ma della felicità ormai non sappiamo più nulla.
Perché se avessimo il coraggio di ricordare quanto era bello amarci per davvero non saremmo vittime di un cinico egoismo che ci lega in nome di un abitudine e di un ricordo.
Non siamo felici.
Siamo due infelicità che si giustificano a vicenda, la paura di perderci è cosi’ grande da non farci capire che ci siamo già persi.
E facciamo finta che io ti ami.
Tanto tutti gli amori finiscono cosi’.
Meglio abituarsi alla fine che affrontare l’illusione di un nuovo inizio.