Se si diventa consapevoli della macchina che siamo diventa molto piu’ difficile animarsi, nel senso di darsi un anima che ci conceda una speranza di vita eterna.
Quando ti ritrovi davanti alla coppa del cesso e svuoti la tua vescica è molto meglio fare finta di nulla e non soffermarsi sulla meccanica del corpo che porta quello che bevi ad essere in parte assimilato e in parte espulso.
Fai quello che devi fare, poi lo rimetti dentro i calzoni, come se ti trovassi all’interno di una parentesi materiale in un testo metafisico che ha lo scopo di renderci degni di qualcosa di più che un semplice passaggio sulla terra.
Ma se prima di uscire dal cesso per tornare a recitare la tua parte nel mondo, ci pensi, tu con quel coso in mano, con questa faccia che sta cominciando ad invecchiare e un senso di stanchezza ormai diventato cronico allora non puoi fare a meno di cercare di convincerti che tu sei molto di più di un uomo di mezza età con un uccello in mano che ha appena scaricato i liquidi superflui.
Sei molto di più di un organismo che ingerisce cibi, che li digerisce, che li assorbe e che li espelle.
E se è maledettamente vero che senza farlo finiresti di esistere io sono sicuro, devo esserlo, che non siamo solamente un motore a cui fare il pieno.
La mia sicurezza viene dalla mia immobilità di fronte allo specchio del bagno, nudo, con il corpo appena lavato e gli occhi che si guardano come il pilota guarda la sua auto da corsa.
Mi guardo e mi sento ancora pronto per salire a bordo e guidare, affrontare le curve a trecento all’ora, e andare cosi’ forte che nemmeno io riesco a raggiungermi.
Non ho mai visto un motore consapevole di una perdita d’olio, non c’è carrozzeria capace di riparare da sola un graffio, e nessuna lampadina bruciata si aggiusta per intervento divino.
No, io non sono la macchina, io sono quello che lo tira fuori, e che mira al centro del cesso per non farla fuori dal vaso.
Io sono il pilota che una volta distrutta l’auto tornerà a casa a piedi facendo l’autostop sull’autostrada che porta in quel meraviglioso paradiso chiamato inferno.
Giornata di merda.
E lei risponde che fa parte della vita.
Aspetta che lo ridico.
Giornata di merda.
E lei con quel sorriso papale mi spiega che gli alti e bassi fanno parte della vita.
Cazzo….
Tanto vale uscire a comprarsi un cartone di birre, ci scommetto la palle che sapranno tirarmi su meglio di qualsiasi frase tratta da qualche aforisma di osho.
Cercare l’empatia mi terrorizza.
Mettere al corrente le persone di un eventuale malessere interiore o fisico è ormai diventato un rischio.
Il rischio di sentirsi rispondere con un sorriso di merda e una frase comperata al supermercato delle banalità, secondo scaffale a sinistra vicino ai detersivi, ne basta una goccia e vi pulite la coscienza.
Hai messo a posto tutta la casa poi sei uscita portandoti via l’accendino e io ho fatto un casino pazzesco per cercarlo che ora la casa fa più schifo di prima.
Non l’ho trovato, ho la sigaretta spenta e sono incazzato.
Poi do un occhiata per terra e spunta un meraviglioso accendino azzurro.
Lo amo.
Lo amo come si ama chi in silenzio sa darti quel fuoco di cui hai bisogno.
Cercasi donna capace di essere come l’accendino introvabile mentre la tua sigaretta in bocca aspetta di essere accesa e tu hai una fottuta voglia di trasformare in fumo tutta la merda che hai dentro.
Sydney
Sappiamo tutto, basta restare fermi un attimo ed ascoltare, arriverà la verità, urlata nelle orecchie, chiara, limpida come il cielo che stanotte si apriva su Bondi Beach.
Sappiamo dove stiamo sbagliando, sappiamo quali illusioni stiamo inseguendo, sappiamo quando ne usciremo sconfitti o quando riusciremo a vincere.
Ogni sfida è già decisa, si sa, anche se spesso non si vuole ascoltare.
Questa estate a Dicembre mi sballa il fisico, Cecilia mi ha appena detto che a Modena è nevicato, ed io quà, a qualche chilometro dal paradiso dei surfisti, provo invidia per quegli occhi che vedono bianco.
Chi viene a sapere del nostro viaggio ci dice che siamo pazzi, e più cercano di farmi paura più mi sale l’adrenalina, la voglia di sbattermi in mezzo al deserto, sotto un insopportabile caldo, mangiato dalle zanzare, con finalmente un traguardo giornaliero da raggiungere.
La città, il rifornimento, una doccia, dormire e ripartire.
La moto è arrivata oggi pomeriggio, domani o dopodomani andrò a ritirarla, l’amica, la compagna, l’amore, il ferro, il cavallo, la possibilità di compiere un viaggio.
Sydney è una città perfetta, così perfetta che non fa per me.
Tranquilla, ordinata, solare, calda e amichevole.
Fino ad ora ho visto solo due aborigeni, mi dicono che nel Northern Territory ne troverò a migliaia. Sono incuriosito, spero di non cadere nella banalità dell’uomo bianco alla ricerca del suo lato selvaggio.
Spero di crescere grazie ad una illuminazione inconsapevole, basterebbe uno sguardo, un lampo di luce che venga dal passato, da quel tempo in cui l’uomo era un animale, e la tribù un branco.
Sono le 17.36 in Italia, le 3 e 37 di notte quà.
Pensieri:
non chiedere a nessuno di amarti
non chiedere a nessuno di non amarti
L’amore non si impone,non si scansa,l’amore lo si subisce nella sua presenza e nella sua assenza.
Ciò che veramente tu puoi fare è amare chi merita di essere amato.
Non farti incantare dal nulla, dalla recita, dall’istinto del guaritore o del distruttore, lucido come l’incantatore di serpenti di fronte al cobra, perchè l’amore è velenoso. Pericoloso se non se ne ha domestichezza.
La luce della lampada illumina la tastiera, nemmeno un filo di sonno, forse è colpa del fuso orario, il letto alle mie spalle è un oggetto inutile, i miei amici sono lontani, la mia donna non è più la mia donna, due ragazzi stasera mi hanno detto che sono un uomo fortunato a vivere un avventura come quella che vivrò nei prossimi mesi, il mio “spirito” ha appoggiato il mento sulle mie spalle, non si accorge che lo sto guardando allo specchio, lui e la sua faccia che assomiglia alla mia se non fosse così scura.
E’ inutile che si nascondi ne sono certo, è un mezzosangue.
Non so che fare, vado a sbattermi sul letto, con gli occhi sbarrati, leggendo qualche libro, o chiedo allo “spirito mezzosangue” di dettarmi qualcosa?
“Spirito mezzosangue” dai due punti in poi il computer è tutto tuo, Prussia vi saluta, alla prossima:
A scrivere da qui in poi è lo spirito mezzosangue.
Buonanotte bambini, sognate i soldatini, il piccolo forte, il legno che brucia e l’avventura che è solo un gioco.
E’ solo questione di tempo.
Posso impadronirmi dell’uomo, lasciandolo leggero dondolare sulla sedia, come uno spirito di carne, sapete adoro questa cosa… la sostanza, adoro la possibilità di sbattere contro qualcosa.
Per questo uso queste dita che non sono le mie.
Ma lui è gentile e lascia che il mio cuore batta ancora, come se il suo sterno fosse una casa in affitto, e il mio spirito vestito da un abito prestato.
Voi aspettate la parola giusta , il pensiero che apre le porte, la verità che non si pensava, mentre io non posso che salutarvi alzando la mano destra e guardarvi negli occhi.
Per pochi che siete, siete, e per me è un grande onore avervi di fronte.
Vogliate bene al mio amico Prussia.
L’eleganza del dolore, quando indossa un abito dimesso che non si fa notare.
Cammina per la strada con passo incerto senza cercare lo sguardo di nessuno, guardando davanti a se per non cadere, passo dopo passo con la paura di non arrivare.
Arrivare dove?
Nemmeno lo sa.
I muscoli sono stanchi, gli occhi appannati, ci sarebbe bisogno di correre magari senza pensare, pensare fa male, di quel dolore che ti penetra nello stomaco e ti fa chiedere perdono per essere così sensibile alla vita.
Come si fa a non sentire?
Prendere una pausa dal vivere, mettersi fuori dal campo e restare solo a guardare gli altri giocare.
Se lo avessi saputo prima mi sarei costruito un armatura, mi sarei armato fino ai denti, avrei cominciato da bambino a sopportare che fa male.
No, non giudicare.
Amo la vita come si amano le fragole, ne manca sempre una per essere sazi, ci aggiungevo panna montata e zucchero, le ho divorate sul tuo stomaco mentre guardavi il soffitto per non sapere quando la bocca le avrebbe afferrate.
La amo cosi’ tanto che ho imparato a costruire storie per poter scegliere di sostituire la realtà con la fantasia, la amo cosi’ tanto che quando cadrò mi alzerò.
Ci proverò.
Ci proverò come si prova a resistere alla corrente, vedere che effetto fa pensarla differentemente, trovare la cattiveria nei buoni, e la bontà dei senza cuore, uscire dagli schemi stabiliti, provare a far decollare un aquilone in mancanza di vento per vedere se si potrà vivere senza vita, respirare senza fiato e amare senza un cuore.
E camminare sulla vernice per lasciare le impronte sulla strada, forse qualcuno deciderà di seguirti, forse qualcuno deciderà di trovarti, forse qualcuno busserà alla tua porta per chiederti come mai non esci più da cosi’ tanto tempo.
Ho cambiato cosi’ tante case che confondo le chiavi, quando mi sveglio mi chiedo in quale stanza mi trovo, e se chiudo aiuto alla memoria lei mi prende per mano e mi chiede di sedermi che ha una storia da raccontare.
Comincia sempre con la descrizione di un giorno in cui sembrava che il tempo si mettesse male e le barche stavano nel porto, ma qualcuno decise di uscire per sfidare la tempesta, aveva bisogno di una storia da raccontare alla ragazza che lavorava nell’osteria del mare.
Usci’ con la barca, andò verso il largo in direzione del cielo nero, ma più si avvicinava più il cielo diventava azzurro, e andò cosi’ lontano che non riuscì mai più tornare.
Poi la memoria mi chiese se avevo capito.
Io dissi che cercare la tempesta può essere più pericoloso che trovarla.
Lei sorrise e se ne ando’.
L’eleganza del dolore, quando si indossa un abito dimesso per non farsi notare, ma chi guarda bene può notare quella macchia di sangue sul ginocchio.
Nessuno mi ha mai visto cadere, se mi chiedono cosa è successo rispondo con un sorriso.
Non è nulla, state tranquilli.
Sono inciampato in una corda tesa fra quello che si può e quello che si deve fare, ma come vedete mi sono rialzato.
Ora devo andare e grazie dell’interessamento, ne parliamo in un altro momento…
Grande centro commerciale di Los Angeles.
Io e Jenny, lei è una attrice di soap opera (particolare superfluo, a Los Angeles sono tutte attrici, sopratutto le cameriere, le commesse e le impiegate) stiamo cazzeggiando da un ora entrando ed uscendo dai negozi.
Poi ci fermiamo a mangiare del cibo vietnamita.
Lei mi guarda e dice:
”Senti tu sei italiano e forse mi puoi aiutare.”
“Qual’è il problema?” dico io.
“Ho un fidanzato nuovo, meraviglioso…” Dice con espressione compiaciuta.
“Sono felice per te, ma non deve essere questo il problema.”
“Infatti, il problema è che scopiamo tutto il giorno. Non appena ci ritroviamo insieme si finisce per farlo.”
“Perfetto” dico io, “ma nemmeno questo è un problema, anzi, beata te o meglio, beato lui.”
“No, non è questo il problema, è che lui è capace di scoparmi per tre ore di fila, senza finire mai di averne voglia.”
“Sei una donna fortunata. Ma scusa dov’è il problema?”
“Il problema è che dopo aver passato ore a scopare lui smette improvvisamente.”
“Beh, lo capisco, sarà anche stanco. Continuo a non vedere il problema.” Dico.
“Il problema è che lui smette di scoparmi, e quando smette lo fa senza aver mai goduto.”
“Cosa?” Dico sorpreso.
“Lui scopa per tre ore, poi smette, e non prova mai un orgasmo.”
“Cazzo” dico sorpreso “questo si che è un problema.”
“Ma io lo amo lo stesso, lo amo tantissimo.”
“Capisco.”
“Ma vedi questo non è il solo problema.”
“Cioe’?”
“A me piace da pazzi scopare con lui, lo trovo meraviglioso, non smetterei mai di farlo, solo che…”
“Solo che…?!”
“Solo che anche se lo facciamo per tre ore io non provo mai un orgasmo.”
“Porca puttana” dico io “vuoi dirmi che scopate come matti, poi ad un certo punto smettete, vi date la buonanotte,
e vi appisolate senza aver provato un cazzo.”
“No, non è vero che non proviamo nulla, solo che nessuno dei due raggiunge l’orgasmo.”
“A beh, l’unica cosa è che non provate l’orgasmo.”
“Si, solo quello, il resto è meraviglioso.”
A questo punto sto bevendo il caffè.
Penso che questi due devono essere due pazzi, trombano per ore, poi improvvisamente si fermano,
si danno la buonanotte e chi s’è visto s’è visto.
Lui con le palle piene di spermatozoi pigri, lei con un traguardo che sembra non arrivare mai.
Pero’ si amano.
Stanno bene insieme.
Cazzo vuoi che sia un orgasmo.
Lo dico pensando che non reggerei la situazione nemmeno un giorno, ma si sa la gente è folle, quando si
accoppia la follia raddoppia.
Sto per dirle che un rapporto del genere è una stronzata.
Poi ci penso, penso che non sono cazzi miei, e se le dicessi che è pazza mi chiederebbe il perchè.
Allora sorrido, assumo un atteggiamento tra il filosofico e il dottorale e parto:
“Vedi cara, è tutto perfettamente normale, dov’è il problema? O meglio sarebbe un problema se
lui provasse l’orgasmo e tu no, o viceversa. In questo caso siete perfetti, anzi siete elevati, non vi
fermate a quel piccolo particolare animalesco dell’orgasmo. Voi andate oltre, avete fatto del sesso
un atto senza obiettivi. Questo è il vero amore.”
Lei mi guarda dapprima stupita, poi sembra pensarci un po’, poi afferra la mia mano e dice:
“Guido, grazie, veramente grazie, hai ragione, noi andiamo oltre, noi siamo oltre, diro’ a lui
quello che hai detto a me…”
La blocco.
“Lascia stare, non dire nulla a lui, questa è una cosa che rimane fra di noi, amalo e vedrai che prima o
poi si sbloccherà.”
Riprendiamo il nostro shopping pomeridiano, dentro di me penso:
”Glielo dico o non glielo dico?
Glielo dico.
“Jenny.”
“Dimmi Guido.”
“In caso il problema continuasse conta su di me.”
“In che senso?”
“No perchè lo sai che io sono negato nelle storie d’amore.”
“Lo so.”
“Quindi non potrei mai darti l’amore che ti da lui.”
“Credo di no.”
“Ma…”
“Ma…?” Dice Jenny incuriosita.
“Ma io quando scopo godo sempre, se ti viene voglia di ricordarti come funziona questa cosa io sono a
disposizione.”
“Sei uno stupido.” Dice sorridendo.
“Si, forse si, ma tu ricordati di quello che t’ho detto.”
La storia d’amore di Jenny continua tutt’oggi, due settimane dopo la nostra conversazione mi invito’ a casa
sua, scopammo, lei non smise durante la scopata di farmi notare che amava lui e non me, io provai un orgasmo,
lei anche.
Decidemmo che per fare in modo che il suo amore “vero” non finisse era necessario che lei avesse a disposizione
un amore finto finalizzato solo al raggiungimento del piacere.
Durante uno dei nostri incontri le feci una domanda:
”Meglio fare l’amore per tre ore senza avere un orgasmo o scopare per venti minuti con orgasmo incorporato?”
Lei rispose immediatamente:
”Se ho due strade davanti e non so quale sia quella giusta io le prendo tutte e due.”
“E come fai?” Le ho chiesto.
“Rinuncio a scegliere, se mi chiedi se preferisco il mare o la montagna io ti dico che li amo entrambi”
“E io dove porto, al mare o in montagna.”
“Tu non porti da nessuna parte, ma va bene cosi’…io…”
“Tu?”
“Io ora ho troppa paura di perdermi.”
Birra aperta del giorno prima, calda e senza bollicine.
In mancanza d’altro si può bere.
Pipa con un resto di tabacco sul fondo.
In mancanza d’altro si può fumare.
Sulla musica non transigo, deve essere quella che voglio io.
Certo che non è facile trovare sempre nuovi argomenti su cui scrivere.
Se non ci fosse un mondo da osservare probabilmente rimarrei a corto di idee nel giro di qualche riga.
Ad esempio oggi…
Non capita spesso di andare a farsi ribattere un tatuaggio e trovare una splendida tatuatrice di 23 anni che aspetta solo di infilare il suo ago nella tua pelle.
Il mio corvo aveva le ali spelacchiate e sbiancate, cosa che per un corvo deve rappresentare un umiliazione pari a quella di un caprone scornato o di un leone senza denti.
Prepara con attenzione la sua macchinetta, appoggio la mano su un cuscino e via col nero.
Finito il tatuaggio chiedo se conosce qualcuno che possa farmi un piercing.
Certo che la conosce.
Chiama un amica che dice essere bravissima,
Arriva una splendida ragazza che mette su una mascherina, prepara un altro ago, mi fa sedere su un lettino e in un secondo mi infilza il sopracciglio.
Perfetto.
Vi dico subito che non esiste un motivo preciso per cui accade che mi faccio tatuare o infilzare se non il fatto inequivocabile che adoro fare cose senza motivo.
Pero’ oggi qualche motivo imprevisto c’era.
Erano le due ragazze bravissime e meravigliosamente belle che si sono prese cura della mia pelle lasciandomi un indelebile segno del loro passaggio.
E io cinquantacinquenne, con la sindrome dell’adolescente che ama segnarsi il corpo, sono uscito da quello studio indossando un sorriso da idiota con la sensazione di lasciare l’antro delle ninfe, casualmente scoperto in una giornata di navigazione in cui il caldo insopportabile sembrava l’unica caratteristica degna di nota.
Qualcuno mi chiede: Cosa fai nella vita?
Il venditore di mutande. Rispondo.
Poi mi rollo una sigaretta e fumo osservando la sigaretta scomparire tra le mie dita come fosse un gioco di prestigio.
A volte ho l’impressione di essere scomparso anch’io, insieme al tabacco e alla cartina.
Quali sono le domande intelligenti che nessuno ti chiede?
Non certo la tipica questione sulla felicità.
Chissenefotte della felicità.
Mi basta una stabile tranquillità.
Ancor meno mi interessa parlare di dio ed i suoi derivati.
Mi inorridisce discutere su vestiti, look, vacanze e pseudo libertà.
Vorrei semplicemente parlare dei sogni che abbiamo fatto.
Ad esempio stanotte ho sognato di raccogliere un mandarino da una pianta di albicocche, lo porgevo ad una figa stratosferica che assomigliava ad una replicante di Blade Runner che dopo averlo assaggiato mi chiedeva di spogliarmi e di scoparla su un prato che aveva un colore rosso porpora accanto ad un fiume di acqua salata che dal mare risaliva verso le montagne.
Mi interessano i sogni perchè sono la parte non contaminata di noi, quella parte che senefotte delle convenzioni, delle regole fisiche, matematiche, sociali, morali, biologiche etc…
E nel sogno, anzi nello sguardo di lei nel sogno, mi sentivo insostituibile, come le gambe di un cavallo, come l’olfatto di un lupo o la vista di un aquila.
Ecco il problema fondamentale: essere riconosciuti come unici.
Non dalla massa, affanculo la massa, ma da quell’unica persona capace di sintonizzarsi su una frequenza d’onda senza disturbi o intrusioni.
Io sono io, tu sei tu, lui è lui, lei è lei, riconoscersi e scegliersi, non appartenere alla categoria dei pezzi di ricambio.
Il sogno è il sentirsi scelto per intero.
Ma i sogni sono pietre scagliate in aria destinate prima o poi a ricadere da qualche parte.
Cadono in acqua e se ne vedono segni circolari che tendono a scomparire, cadono per terra e se ne vedrà una piccola, a volte impercettibile buca.
Si rimane immobili ad osservare queste minime conseguenze cercando di afferrare il ricordo del sogno in volo.
Pietra lanciata contro un lampione, l’attimo in cui la vedi per aria e non sai se raggiungerà il suo bersaglio.
Chi riuscirà a trasformare la nostra precarietà in qualcosa di necessario?
C’è solo un modo perchè un bambino ti chiami nonno.
E’ necessario che un bambino ti abbia chiamato papà.
Ci ho pensato stasera quando dalla finestra ho sentito una vocina urlare:
“Nonno, sono qua.”
Improvvisamente ho preso coscienza che nessuno mi chiamerà mai cosi’.
Non sarò mai il nonno di nessuno.
Strana cosa se ci pensi questo fatto di finire senza lasciare traccia di te.
Scomparire come l’ultimo della tua specie, lasciare che il mio sangue scompaia inghiottito dal tempo e dalla terra.
Non è un caso se ho sempre avuto la pessima abitudine di indossare le magliette al contrario, non ho mai cercato un senso.
Non è stato per pigrizia, ma solo per la stupida convinzione che se non lo avessi cercato, lui avrebbe cercato me.
Sappiamo tutti come vanno a finire queste cose.
Nessun senso verrà mai a cercarci, se non osservi dove sia posizionata l’etichetta della shirt è matematico che la metterai al contrario suscitando la nascosta ilarità della gente che ride senza avere il coraggio di dirti nulla.
Non ci resta che giocare.
Ha senso morire senza mai essere stati padri solo se non si è mai smesso di fare i bambini.
Colleziono figurine.
Costruisco automobili col lego.
Ho rapporti infantili con le donne che non capiscono che quando cominciano a farmi da madre mi perdono perché la differenza tra l’essere e il fare è troppo profonda per essere sottovalutata.
Scrivo per un motivo semplice.
Sono a caccia di una formula.
La formula segreta che apra uno spiraglio sul mistero dell’essere.
Ho una passione per le cose che non si sanno, per le parole che non si dicono e per le spiegazioni che non si danno.
Faccio ipotesi.
Potrebbe essere che quando si crepa ci si svegli in un tempo futuro, in un mondo dove i viaggi si fanno nel tempo e non nello spazio, e io con quei pochi soldi che avevo mi sono potuto permettere questa vacanza a cavallo tra questi due secoli essendo solo me stesso, tutti i casini in cui mi sono trovato altro non sono che la prova della mia miseria.
Fossi stato più ricco magari sto viaggio me lo facevo da John Lennon o Jim Morrison, crepati presto pero’ con un sacco di soddisfazioni.
Anzi, se proprio fossi stato ricchissimo, avrei voluto farlo indossando la carne dell’uomo più stupido della terra, cosi’ stupido da non avere paura di nulla e da credere in tutto.
Il sommo della felicità.
Intanto è ancora una volta sera.
Non è mica una cosa normale che ogni giorno arrivi il buio.
Provate a camminare in un bosco a mezzanotte, nulla vi sembrerà più incredibile del giorno.
E per quanto vi sforzerete, persi in quella oscurità, sarà impossibile consolarsi con la certezza che tra qualche ora tutto ciò che ora vi terrorizza apparirà come il trionfo della vita e della luce.
Che la barca sia trascinata dalla corrente lo sanno tutti ma forse pochi sanno che la corrente aumenta di velocità quando il condotto si restringe e una volta che il condotto si allarga di nuovo il flusso della corrente ristagna e a volte addirittura risale.
Potenza della fisica che svela meccanismi dell’esistenza umana.
Quando la difficoltà aumenta il tempo vi lascia poco tempo e poi una volta sopravvissuti vi ritroverete spossati e sopravvissuti in un istante che vi sembrerà eterno.
Vorrei essere un castoro e passare la mia vita a costruire dighe in una lotta eterna fra me e il fiume, e quella lotta sarebbe il senso che ho sempre cercato.
Probabilmente avrei un figlio castorino, e se dio mi da il tempo il mio castorino farà un figlio che mi chiamerà nonno e mi chiederà di insegnargli come si costruiscono le dighe.
La bambina dorme nella sua piccola stanza al terzo piano di una stretta via vicino al centro di Sydney.
Il fatto che Lei sogni mentre io penso e che Lei pensi mentre io sogno è un fatto strano.
Un fatto che richiama l’attenzione sullo sfasamento del tempo, sulla possibilità di vite parallele, di mondi paralleli, di intenzioni parallele.
Ero laggiù.
Oggi guardando una cartina del mondo ho percorso la distanza fra la California e Milano con un dito ed uno sguardo, secondi, ed alla fine una voglia immensa di essere là.
Vicino alla città di Jerome, poco a Sud di Sedona, con la possibilità di dormire in quell’albergo che fu un ospedale incapace di porre freno ad una terribile epidemia che trasformò la ricca Jerome in una città fantasma.
La chiave della mia moto ha invece un portachiavi particolare, è il portachiavi a cui è attaccata la chiave della stanza numero 12 dell’Amargosa Hotel. L’Amargosa si trova all’uscita est della Valle della morte, è un posto incredibile, e si dice che nella stanza numero 12 abiti il fantasma di una bambina morta durante un incendio divampato all’interno dell’albergo circa trent’anni fa.
Devo viaggiare con la mente, percorrere più chilometri possibile, fuggire.
Da Est ad Ovest, da Mosca a Los Angeles, a caccia di nuovi volti e nuove strade.
La vita stanziale è assassina, mi ha azzannato alla gola.
La freeway di notte è tranquilla, sto tornando a casa, la casa è un albergo.
Domani devo fare un salto a Santa Monica a comprare quelle pillole che mi aiutano a digerire.
I pensieri sono ali di farfalla che non bisogna toccare, basta guardarli volare e non importa se si perdono di vista, a volte tornano quando meno te lo aspetti.
Non c’entra il giorno, ne l’ora ne il luogo, c’è solo una solitudina scelta, la voglia di starsene soli guardandosi dentro, infilando gli occhi nelle vene, e far scorrere lo sguardo all’interno del corpo, da cuore a cuore attraverso ogni organo interno.
Scoprirsi così mortale e debole da non sentire più alcuna responsabilità.
Il mondo è colonizzato, il popolo si riversa nelle strade felice di non aver responsabilità legate ad ideali scomodi.
Sono tutti così certi che i buoni siano quelli con la faccia da buoni ed i cattivi quelli con la faccia cattiva. Sono così certi che non serve lottare, non serve sollevare il velo, basta fidarsi.
Dio esiste, fidatevi.
I politici lavorano per il vostro bene, fidatevi.
Gli industriali fanno studi per rendere la vostra vita più semplice, fidatevi.
I rivoluzionari conoscono ricette migliori e più democratiche, fidatevi.
Al telegiornale hanno detto…., fidatevi.
Quel giornalista ama sua moglie ed i suoi cani, fidatevi.
La droga viene dal basso, fidatevi.
I soldi comprano tutto, fidatevi.
L’uomo e la donna si amano, fidatevi.
I giovani sono il futuro, fidatevi.
Quel detersivo è una bomba, fidatevi.
Il comunismo è morto, fidatevi.
Il fascismo è morto, fidatevi.
Cos’altro…..mille altre cose e voi fidatevi sempre.
Io, rimango seduto quà, in questa camera d’albergo, ascoltando Leonard Cohen che canta: “I’ve tried in my way to be free.”
So che tra poco uscirò, comprerò un disco o un libro, la mia spalla sbatterà contro la spalla di qualche altro umano, in questo mondo super affollato.
E stiamo apparentemente tutti bene, in sovrappeso, facendo programmi per la serata.
Chiusi nella nostra stanza riscaldata, guardando distrattamente quello che succede fuori.
Non serve cercare di cambiare il mondo, non serve a nulla impazzire dietro la speranza impossibile che nella stanza riscaldata ci sia posto per tutti.
Ma la consapevolezzà è l’unica virtù.
Sono il bullone mal stretto di un motore che funziona lo stesso perfettamente.
E sorrido, allegro nonostante tutto, il gioco della vita non ha regole, nessun libretto d’istruzioni e difficilmente qualcuno troverà il modo di stringere quel bullone.
Non finirò mai di fare cose di cui posso pentirmi.
Non smetterò mai di cercare una spiaggia senza impronte e non appenderò mai al muro il mio coltellino di legno con cui ho inciso le tue iniziali su quella panchina di legno.
Ricordo le nostre gambe che penzolavano dallo scoglio, tu hai avuto il coraggio di tuffarti per prima senza sapere la profondità del mare poi sei risalita su e mi hai urlato: Buttati che non si tocca.
Come si poteva non amare una ragazza come te?
Non finirò mai di allenarmi a sopravvivere in solitudine, mi serve per meravigliarmi della sua presenza che ha deciso di perdonare i miei errori e senza parlarne mi prende per mano per portarmi con la testa sul cuscino, accarezzandomi le ciglia mi dice che non c’è niente da dire.
Non smetterò mai di aggrapparmi alla speranza che la mia vita sia una storia disegnata da un dio fumettista che crea personaggi per allontanare la noia della sua solitudine.
E un giorno il personaggio si troverà di fronte al disegnatore avendo mille cose da reclamare.
Ad esempio:
potevi darmi un cavallo come quello di Tex
una scure come quella di Zagor
e un amaca come quella di Paperino
e se ti avanzava dell’inchiostro potevi disegnarmi una donna che mi amasse per sempre, bella come una squaw indiana con gli occhi che sembrano aver visto già visto tutto e ancora capaci di meravigliarsi.
Non finirò di cercare ciò che non ho perso, ho il vizio di non avere vizi, e deludo sempre chi cerca in me le avventure che non ha vissuto.
Tutto ciò che posso darti è un arco senza frecce, ma se ti guardi intorno troverai una foresta dove il legno abbonda.
Usa il mio coltellino, trova il ramo e costruisci da sola la freccia.
Ti darò il mio cuore come bersaglio e fingerò di avere paura di essere colpito.
Tu fottitene della mia paura e mira giusto, non avere pietà.
Non finirò mai di fare cose di cui potrò pentirmi.
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