In cosa credi?

“In cosa credi?”
Credo nella paura e nella gioia.
“Cosa ti fa credere nella paura e nella gioia?”
La paura ha sempre cercato di salvarmi. La gioia ha sempre dimostrato di volermi bene.
“E non credi in niente altro?”
Fammici pensare. Credo nello spazio e nel tempo. Più allo spazio che al tempo. E credo agli animali che mi hanno accompagnato nella vita. Credo alle lacrime che non si riescono a versare e ai sorrisi che non si riescono a fare. Credo alle cadute e alle mani che ti aiutano a rialzarti. Credo all’amore che non ti vuole possedere e alle carezze che sfiorano senza toccare come se la pelle fosse ali di farfalla che non si vuole smettere di veder volare.
“E in cosa non credi?”
Non credo a chi dice di conoscere la soluzione del mistero. E non credo a chi è sicuro che sarà per sempre. Non credo agli dei e non credo ai Re e agli Imperatori. Non credo a chi pensa di vedere cose invisibili e non credo a chi vuole imporre la sua idea di felicità.
“In cosa vorresti credere?”
Vorrei credere che un giorno possa innamorarmi di due occhi di ghiaccio perchè in quel ghiaccio scorgo un oceano che si è adattato al freddo che lo circonda.

La gioventù

La gioventù ci attraversa silenziosa
come camminasse in un bosco
impaurita dai lupi
e dalle trappole dei cacciatori
e ci abbandona
lasciando tracce
di foglie scompigliate
e di rami spezzati.
G.P.
Post Scriptum:
Mi sta sul cazzo la forma d’arte chiamata poesia, ritengo i poeti degli impotenti che usano le parole come fossero pastiglie di Viagra. Ma a volte mi accade di scrivere qualcosa di simile a delle poesie, me ne vergogno, ma anche i figli non voluti sono degni di essere amati anche se a volte assomigliano più all’idraulico che al presunto padre.

Mica la volevo comperare

Mica la volevo comperare.
Ero entrato per provarla.
Le pratiche burocratche mi avrebbero concesso il tempo necessario per impedirmi di fare una cazzata.
Entro, chiedo al venditore di poterci fare un giro, torniamo al concessionario e mentre faccio per rimetterla a posto il venditore mi dice: “Portatela a casa.”
“E come faccio a pagarla?”
“La paghi come vuoi.”
Potevo tornare a casa con la Camaro SS che avevo appena provato. Era come se il diavolo mi avesse proposto di dargli l’anima in cambio dell’eternità.
Senza accorgersi che una volta che fossi diventato eterno la mia anima non l’avrebbe riscattata mai.
Il venditore zoppicava e prima di accettare la sua proposta gli chiesi cosa fosse successo alla sua gamba.
Lui tranquillo mi risponde:
“Uno squalo mi ha divorato mezza coscia.”
Io sorrido e dico:
“Ma non è vero…”
Lui si toglia la cintura, si slaccia i pantaloni, li abbassa e mi mostra la sua coscia azzannata. Ne mancava almeno la metà e si vedeva chiaramente il segno del morso.
Si alza i pantoloni e mi dice:
“Allora te la porti via questa macchina?”
E io me la sono portata a casa.
L’avrei pagata in circa 15 anni.
E sapete perchè ho deciso di prenderla.
Perchè il venditore aveva mezza coscia divorata da uno squalo e nella mia fantasia era una sorta di Pirata che mi stava proponendo di portarmi via il suo tesoro in cambio di una promessa.
Poi accaddero cose.
Io e il Pirata zoppo diventammo amici.
La macchina non ho mai finito di pagarla.
La lasciai in un parcheggio a pagamento durante un viaggio in Italia e una sera ricevetti una telefonata da Los Angeles.
La polizia mi avvertiva che l’auto era stata rubata.
Fu ritrovata qualche giorno dopo ma ne rimaneva solo una carcassa vuota.
L’ho amata per quel che è durata.
Poi come tutte le storie d’amore ha fatto una fine imprevedibile.
Ma nonostante tutto non mi sono mai pentito di aver accettato l’offerta.
Per quel che ne so io un auto mi porta dovunque mentre l’anima al massimo ti porta in una chiesa o all’inferno.
Meglio l’auto.

Ora ti racconto una storia

Ora ti racconto una storia.
Inizia con un pensiero in testa ossessivo:
non devo pensare, non devo pensare, non devo pensare
ma come si fa a non pensare ?
decise di vestirsi ed uscire
camminò per le strade della città fino ad arrivare al mare
a volte si sentiva sbandare e sapeva che cadere avrebbe comportato una figura di merda ma non aveva voglia di prendere il lexotan, poteva farcela senza, bastava fare un passo alla volta
di fronte al mare passava un binario, c’era un ponte per attraversarlo, ma lei decise di non usarlo
guardo’ a destra e poi a sinistra, tutto libero, attraversò il binario e si ritrovò sul lungomare
era bellissima, lo era davvero non per licenza poetica, ma sperava che nessuno se ne accorgesse, per questo si infilo’ sulla testa il cappuccio della felpa e comincio a camminare verso nord, verso la parte di spiaggia che sembrava non finire mai
era consapevolmente dedita all’esercizio di nascondere la fine di ogni cosa
cammino’ fino a che divenne pomeriggio, poi si sedette a pochi metri dal mare e decise di guardare l’orizzonte come se si trovasse a teatro, trasformando qualsiasi cosa accadesse in una volontaria rappresentazione del destino
cercava messaggi
qualsiasi cosa potesse dare un senso a quella giornata
a quella camminata cosi’ faticosa
a quella mancanza di equilibrio
a quella paura di non farcela
a quella voglia di essere amata senza essere toccata
a quel desiderio di appoggiare la sua testa sulla spalla di un gigante che gli giurasse con lo sguardo di difenderla per sempre
e vide onde
una dopo l’altra
e per quanto si sforzasse di coglierne le differenze gli sembravano tutte uguali
come i suoi anni
come i suoi giorni
fino a quando arrivò lei
lei bambina
ferma di fronte al suo sguardo
immobile dandogli le spalle
scomparve il pensiero
dissolto dalla forza esplosiva del ricordo,
di quel giorno in cui a otto anni scappò di casa per il semplice motivo di scappare
come se scappare fosse suonare uno strumento
dipingere un quadro
saltare un ostacolo
e scoprì in un istante come si fa a non pensare
ma quel segreto se lo volle tenere ed aspettò che il sole scomparisse
che “lei” bambina si allontanasse
che il buio gigante la nascondesse
prendendola dolcemente in mano e infilandola nel suo taschino gigante
per poi correre nella direzione dove finisce il mare
e dove nessuno la potrà mai piu’ trovare.
A Virginia, Sylvia, Antonia, Anne e a tutte quelle donne che nessun dio è riuscito a salvare.

Non rompermi il cazzo

Non rompermi il cazzo.
Non vedi che sto sognando.
Sono sulla strada, direzione Monowi, Nebraska.
Popolazione: 1
Con me diventeranno 2.
Dicono che l’unica abitante si chiami Anne Sexton e scriva poesie.
Ho portato la chitarra.
Potrei musicarle.
Il resto non mi interessa.
Fondamentalmente spero solo di vederla con la bocca sporca di latte e gli occhi fissi a scrutare un ferro di cavallo per decidere se è il momento di cambiarlo o no.
Qualunque cosa decida l’amerò.

come un ape intrappolata

mi sentivo come un ape intrappolata all’interno di un bicchiere di birra che osserva al di la del vetro lo sguardo cinico e rabbioso di una donna di mezza età che non si capacità di come sia possibile che l’uomo della sua vita si scopi da anni un altra donna e il povero cristo di fronte a lei non trova parole consolatorie consapevole del fatto che lui l’avrebbe mandata a fare in culo molto prima di quanto non abbia fatto l’altro perchè fondamentalmente le coppie hanno questo piacere di ingannarsi riuscendo ad unire sadismo e masochismo come se il fine ultimo di un amore sbagliato sia quello di avere la soddisfazione di lamentarsi mentre noi solitari veleggiamo sulle nostre barchette a vela verso isole remote con l’unica consolazione di una vela, del vento e della consapevolezza di essere inattaccabili dalle menzogne e ogni tanto ci scappa anche qualche scopata come fosse una breve tempesta che poi se ne va e finalmente torna la bonaccia il mare calmo e una navigazione tranquilla verso l’ignoto

Kimimela

Kimimela sapeva poche cose.
E quelle poche gliele aveva insegnate suo nonno Tika.
Sapeva che l’amore non deve fare male.
Sapeva che lei era un fiore e la felicità una farfalla.
Sapeva che doveva diffidare da chi ostenta ricchezza perchè avrebbe cercato di comperarla.
Ma sopratutto sapeva che l’uomo di cui era giusto innamorarsi doveva infiammargli il cuore con la sua bellezza e aprirgli il cervello con la sua saggezza.
E non avrebbe accettato compromessi.
Kimimela, ragazza Lakota, viveva di cose semplici, suonava un flauto e disegnava sulla terra.
Visse fino a 92 anni, si innamorò una volta e durò per tutta la vita, e prima di andarsene schiuse le mani e disse: “Vola via farfalla, cerca un altro fiore, per me è venuto il tempo di capire dove vanno le aquile quando scompaiono dietro la montagna.”
Fuori dalla camera d’ospedale la figlia della nipote di Kimmela abbracciata al suo fidanzato panzone si faceva un selfie mostrando le dita in segno di vittoria, tutti e due pieni di brufoli e birra convinti che l’unica cosa degna di essere condivisa sia una sfacciata idiozia.

non

Non farti addomesticare mai.
Non cedere alla tentazione della ciotola di cibo quotidiana.
Non lasciarti tentare dalle false carezze.
Non credere alla comodità delle regole prestabilite.
Non farti convincere che il guinzaglio serva ad evitare incidenti.
Non farti addomesticare mai.
Rimani selvatica come sei.
Siamo due animali cresciuti nella tribù degli umani.
Ma noi sappiamo che quando siamo da soli tu miagoli ed io rispondo ruggendo alla luna.
Non ci siamo fatti addomesticare mai e ci siamo riconosciuti e trovati seguendo le nostre orme nel deserto.

Conosciamo la strada

Conosciamo la strada.
Salita, discesa, ancora salita e poi discesa fino a casa.
Conosciamo le piante, il luogo dei fiori e dove si trova il cavallo.
Come se fosse una vita da percorrere in fretta un milione di volte.
Ogni volta è diverso grazie ai dettagli che ogni giorno cambiano.
Sono le piccole pietre, i rami che crescono o i fiori recisi a rendere nuovo le stesso percorso.
Come il fiume che conosce una sola via ma cambia colore a seconda delle foglie che trasporta al mare.
Si perde la vita chi avendolo visto una volta sola pensa di averlo conosciuto senza aver capito che si può trasformare.
È percorrere mille volte la stessa strada che ti insegna che per quanto impari avrai sempre da imparare.

Paula

Paula cantava una canzone irlandese ed io l’ascoltavo con la testa appoggiata su un cuscino che profumava di ginepro e salvia.
Il tedesco raccontò di quando prese a martellate il muro insistendo sulla convinzione che non sono le ideologie ad essere brutali ma sono gli uomini che se ne servono per giustificare il loro amore per l’odio.
Love for hate.
Amore per l’odio.
Alzai la testa dal cuscino per scrollarmi dai pensieri quel paradosso ipnotico e quando Paula smise di suonare le chiesi di accompagnarmi alla piccola chiesa bianca ortodossa di San Nicola a Molos.
Andammo col motorino, lei con la chitarra sulla spalla e io con una mano sul manubrio e l’altra sul suo ginocchio.
Arrivammo che la chiesa era illuminata da un quarto di luna.
Ci sedemmo sui gradini.
Le dissi che invertendo i fattori il significato non cambiava.
Lei non capiva.
Le dissi che avevo l’impressione che l’amore per l’odio e l’odio per l’amore si nutrissero a vicenda.
Lei prese la chitarra e ne tirò fuori una canzone improvvisata.
Love for Hate
hides your desire to be loved
hatred for love
show your desire to be loved
Camminammo fino al piccolo ristorante chiuso, ci sedemmo a un tavolo mentre il vento sollevava le tovaglie di cartone, da uno zaino tirai fuori due birre e una piccola scatoletta rossa che conteneva dell’erba.
Fumammo e bevemmo sotto un portico d’uva.
Io le raccontai di quando vidi per la prima volta degli indiani in una Riserva Navajo, lei mi raccontò di quando vide per la prima volta la neve durante un viaggio in Russia.
E fu un susseguirsi di prime volte raccontate come fosse l’ultima occasione per farlo.
Restammo svegli fino all’alba che ordinò al vento di calmarsi.
Il sole sembrava un occhio spuntato per spiare il nostro sonno su una spiaggia deserta.
Un ragazzo, una ragazza, una chitarra, uno zaino, e una nuova prima volta da potersi raccontare.