Non credeteci , non credeteci mai , a nulla.
Ogni volto nasconde un segreto , anzi ogni cosa nasconde un segreto , e quel segreto potrebbe sconvolgere ogni presunta verità.
E se vi dicessi che la verità non esiste , o meglio ne esistono infinite.
Esiste la mia ,
la mia nei tuoi confronti ,
la tua nei miei confronti ,
la mia con me stesso ,
la tua con te ,
la sua con te e la sua con me.
La verità è il pianto di gioia.
Non esistono i fantasmi.
Sono arrivato a questa conclusione con un illuminazione logica.
Il fantasma è un invenzione dell’uomo , esiste come tale.
Quindi non bisogna averne paura.
Forse esistono gli spiriti , dico forse perchè la possibilità nasce da un mio desiderio.
Non esiste dio , ma questa è una storia vecchia , ho nuove prove per questa mia consapevolezza.
Non esiste perchè nessuno riesce realmente ad immaginarlo , e a chi lo vede come un vecchio con la barba rispondo che dio era mio nonno ma è morto , e dio non dovrebbe morire.
Non esiste perchè alla televisione trasmettono troppe cose tragiche per permetterci il lusso di immaginare un dio che sorvola……
Non esiste perchè non esiste e dovrebbe essere il momento di finirla con queste stronzate.
Ma cosa esiste?
La risposta è semplice , logica ed inoppugnabile.
Esiste la speranza , una speranza inspiegabile , la speranza che la coscienza rimanga aggrappata alla memoria e la memoria rimanga aggrappata ad una energia immortale.
Siamo noi.
Siamo noi a sperare ,
al di là delle religioni ,
degli dei ,
degli idoli ,
dei maestri e dei santoni.
Nessuno in realtà sa un cazzo, nessuno sa perchè siamo quà, nessuno, nessuno, nessuno, nessuno, nessuno, un nessuno moltiplicato per tutti gli esseri viventi vissuti dall’inizio fino ad oggi.
Nessuno.
Dalla cima del grattacielo si vedono uomini piccolissimi camminare, dove andranno, a cosa penseranno, quanto gli rimane da vivere, da ridere, da progettare.
Un uomo che lava i vetri al settantaduesimo piano si fa queste domande guardando verso il basso e mangiandosi un panino.
Assomiglia più lui a dio che non dio a se stesso.
Quando lei decise che era ora di smettere pensò fosse l’unico modo di salvarsi.
Arriva un momento che ti chiedi se fai parte del branco o se semplicemente stavi recitando una parte per sentirti parte di un qualcosa più grande di te.
Lei al terzo bicchiere di champagne, alla terza cazzata sparata dal coglione che le sedeva accanto a tavola, al terzo tuffo in piscina sentì crescere una sensazione di non appartenenza che la fece alzare e con il calice alzato prese il coraggio di mandare a fare in culo quella compagnia di ricchi idioti.
Lei che era la più bella di tutte fu invitata a sedersi, tutti pensarono che aveva bevuto troppo e cominciarono a ridere facendo battute sul suo culo perfetto e sui suoi occhi verdi.
Ma lei non ne poteva più di fare la figurina preziosa in quella raccolta di coglioni in camicia.
Qualcuno provò a seguirla, lei urlò di lasciarla stare e si diresse verso la spiaggia.
Sola.
C’era una luna nascente che buttava qualche scintilla di luce sulla cresta delle onde.
Si accese una sigaretta e pensò alla differenza tra ciò che è vero e ciò che è falso.
Non riusciva a darsi una risposta precisa ma decise di affidarsi al suo istinto per capire che tutta quella allegria era solo sintomo di una solitudine collettiva che si cercava di combattere con l’esibizione di un nulla placcato oro.
Si spogliò e cammino verso il mare fino a sentire i suoi capelli bagnati pesarle sul collo poi si immerse in un buio sommerso.
Aveva voglia di parlare di musica, di fotografia, di arte e di libri, incapace di sostenere un attimo in più conversazioni su barche, auto, yoga, orologi e scopate.
Nuotava e pensava a quanto tempo aveva perso cercando di adattare la sua intelligenza all’idiozia di chi la circondava.
Tornata a riva si rivestì e tornò in albergo.
Preparò le valigie, prese la macchina e lasciò quel posto di fighetti rincoglioniti.
Guidò fino a casa pensando che l’anno prossimo col cazzo che si sarebbe lasciata convincere di andare a passare le sue vacanze in qualche posto alla moda.
Sarebbe tornata a Folegandros, lei, lo zaino e il suo cane.
Fanculo stronzi.
My Baby and Me
abbiamo deciso che dopo tanta salita
la vita sarà sempre in discesa
e la percorreremo in folle
risparmiando sulla benzina.
My Baby and Me
abbiamo deciso di amarci
dopo aver bucato una gomma
in un posto di merda
e credetemi
da soli non saremmo mai riusciti a cambiarla.
Il mondo che mi circonda me lo costruisco pezzo per pezzo come fosse una casa di lego dove ritrovo le cose che danno un senso alla mia vita.
Non conosco la noia.
Non mi interessa la ricerca della verità.
Semplicemente mi disegno la scenografia giusta per la commedia della vita.
Chi vuole entrare a teatro può farlo.
Non si paga nessun biglietto, basta essere capaci di non dire cazzate.
Avevo un amico che passava il confine solo per uccidere più messicani che poteva.
Li odiava dal giorno in cui i messicani gli uccisero la moglie e i figli.
Un giorno di fronte a una bottiglia di acqua gasata mi disse che ne aveva fatti fuori almeno 700 e non si sentiva ancora soddisfatto.
Gli chiesi se tra quei 700 ci fossero stati anche gli assassini della sua famiglia.
Mi disse che non lo sapeva, ma la cosa non aveva importanza.
Erano messicani.
Poi divertendosi a sorseggiare bollicine mi si avvicinò e mi disse:
“Molti pensano che la vendetta sia una cosa ingiusta. Fidati di me, chi lo dice non è mai stato toccato nelle cose che ama di più. Se lo fosse stato avrebbe imparato che la vendetta è l’unica medicina che elimina il dolore della rabbia. Non guarisce, ma mi permette di andare avanti senza sentire il peso di quella catena che mi lega all’attimo in cui entrando nella tenda vidi i corpi dilaniati delle persone che amavo di più al mondo.”
Gli dissi che non tutti i messicani erano colpevoli di ciò che aveva fatto una banda di pochi messicani.
Mi afferrò il pizzetto e me lo tirò verso il basso facendomi male, mise la sua bocca a due centimetri dal mio naso e mi disse:
“Se un lupo mangiasse tua figlia e tu ne trovassi i resti dove la sera prima gli hai augurato la buonanotte tu, uomo moderno e civilizzato, saresti condannato per tutta la vita ad odiare ogni lupo che incontri e a desiderarne la morte.
E lo stesso fa il lupo quando trova i suoi cuccioli uccisi da un uomo.
Passerà tutta la vita a cacciare quelli come noi, trovando pace solo nel sapore del nostro sangue tra le sue fauci.
Solo che… solo che mi auguro tu non possa mai capire quanta ragione ho nel dirti quel che ti dico.”
Ordinammo un altra bottiglia di acqua minerale e ci fumammo del tabacco fino al momento dell’alba.
Io feci per andare verso la mia casa con gli spigoli lui fece per andare verso la sua casa rotonda ma si girò di scatto e mi chiese:
“Hai voglia di venire con me a caccia di messicani?”
Ci pensai un attimo e poi, non chiedetemi perché, gli dissi di sì.
E credetemi, non me ne sono mai pentito.
Divano e cuffie.
Johnny Cash canta Hurt.
Poi magari mi riguardo i Goonies.
Sul comodino del letto ho un libro di Steinbeck e uno di Henry Miller.
Non ho mai il tempo di pensare alle cazzate su cui non ho nessun potere decisionale.
Ho abbastanza empatia per non farmi scivolare addosso la sofferenza altrui immaginando come sarebbe la vita se fossi io a dover sopportare quella sofferenza.
Ho della vita la stessa considerazione che il ragno ha della sua ragnatela e osservo con orrore tutti gli umani ossessionati dall’ordine che girano nevrotici con delle scope cercando di ripulire gli angoli nascosti.
Non credo a nulla che non sia capace di esprimere sensibilità, non mi lascio trascinare dalle correnti conoscendone l’indole incerta sul percorso da intraprendere.
Sono stupefatto dalla bellezza elegante e svestita degli animali al confronto con la bruttezza e la goffaggine di umani che girano firmati.
Nessun lupo giudicherà un altro lupo per la macchina che guida, nessuna aquila giudicherà un altra aquila per il brillante che indossa.
In tempi contemporanei dove l’identità di genere può finalmente essere decisa liberamente dall’individuo io decido di avere un identità animalesca e selvatica.
Sperando che la legge me lo consenta.
Gli alberi fanno parlare il vento.
E nessuno può contraddirli.
Ci si può fermare ad ascoltarli e finalmente avere la certezza che qualcuno ci sta dicendo la verità.
Alla fine mostrare il culo è il male minore.
Molto meglio che fare l’opinionista da Social esprimendo pareri su tutto.
Molto meglio che condividere stupidi aforismi su amori finiti o esistenzialismo da quattro soldi.
Un bel culo è rassicurante, le opinioni destabilizzano.
Milioni di umani che in una torre di babele priva di selezione all’ingresso abusano dell’ignoranza altrui per mettere in mostra le loro stronzate.
Io censurerei tutto tranne i culi, le tette e le gambe.
Per i piedi farei una mini censura preventiva per evitare di imbattermi in quel disgustoso alluce valgo oramai sdoganato da una dilagante mancanza di senso estetico.
In questa gara di idiozie condivise uscite dalla mischia mostrando il vostro corpo silenzioso.
Ne farò scorta per sopravvivere a un triste inverno fatto di cappotti, sciarpe e coglioni che si improvvisano filosofi o saggisti.
L’insegna al neon colorava di rosso la nebbia.
Entrai nel club per sentire della musica.
Mi sedetti a bordo pista.
Io, una birra e la solitudine a farmi compagnia.
Li guardai ballare ed era come osservare la spiegazione di cosa fosse l’amore.
Era una spiegazione che cancellava tutto ciò che pensavo di avere imparato.
Tutti gli amori che avevo vissuto, tutte le passioni in cui avevo creduto finivano in cenere di fronte al semplice ballo di un uomo e una donna che danzavano in quella pista deserta.
Non servono parole dolciastre, sono fuori luogo le promesse, è una bestemmia la gelosia, l’amore è semplicemente il piacere condiviso di ballare insieme fino a che la musica finirà.
Tutto il resto è contraffazione sentimentale.
Parlavo con lei che aveva il viso appoggiato sul cuscino.
Ci si guardava come se fossimo stati sdraiati nello stesso letto con un Pacifico o un Atlantico di mezzo.
Avevo appena goduto di un tramonto che persino io, non appassionato di tramonti, sono stato costretto a ricredermi.
Ero seduto su una roccia guardando il gigante rosso tuffarsi in mare e divincolarsi diventando di mille colori fino a soccombere stremato di fronte a un guerriero blu che apriva la strada all’imperatore nero.
Poi mi sono buttato nel letto nella parte posteriore del van e su Netflix ho cominciato a guardare un documentario sulla vita e la carriera degli Eagles.
Erano le otto e un quarto di sera.
E mentre Joe Walsh raccontava quanto erano belli quegli anni settanta io mi sono addormentato.
Sono le 22 e 36 e mi sono risvegliato da poco con una sensazione meravigliosa di felicità.
Sono nel van, ho sognato la storia degli Eagles, mi sono guardato intorno e ci ho messo qualche secondo a capire che non è mattina ma solo l’inizio della notte.
I cani dormono di fianco a me e sembra non abbiano nessuna intenzione di svegliarsi.
C’è qualcosa di magico in questo risveglio fuori orario, come se fossi tornato da una qualche avventura, come se non avessi dormito ma camminato su un sentiero che portava all’Hotel California.
Ora faccio una passeggiata sulla spiaggia e guardo l’oceano con la luce della luna e poi me ne torno a dormire e ricomincio a vedere il documentario sugli Eagles perché mi manca la fine della storia.
So già che mi addormenterò prima che la fine arrivi, ma questo fa parte dei privilegi concessi dal sonno.
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