ho salvato un ragno da un esecuzione sicura
lei lo teneva in mano e mi chiedeva: lo ammazzo o no?
le ho detto che ammazzare un ragno è un crimine a favore dell’umanità, e l’umanità non merita favori…
lei ha capito e l’ha lasciato andare
anche per questo la amo
La vita da significato alle parole.
C’è chi cresce pensando che un abbraccio sia normale e chi lo descrive come un desiderio irrealizzabile.
C’è chi vede il pane come un contorno scontato al suo pranzo chi lo identifica come sopravvivenza.
Ogni bambino si crea il suo vocabolario sulla base delle sue esperienze.
C’è chi pensa che la paura sia affrontare pirati sanguinari e chi la identifica con l’irascibile carattere di un padre manesco.
Diventiamo uomini parlando lingue sconosciute.
Cos’è per te la libertà?
Per me è riuscire a fuggire dalla prigione delle aspettative che non saprei soddisfare.
Cos’è un muro?
Per te è un ostacolo per me una protezione.
La mia infanzia e la tua infanzia sono libri di scuola che non hanno nulla in comune.
Da piccola hai imparato cose che io non conosco e al bambino che ero la vita ha insegnato cose che tu ignori.
Siamo due boschi confinanti popolati da animaletti diversi.
Sui tuoi rami corrono scoiattoli, nella mia boscaglia vivono ricci abituati ad usare i suoi aculei per proteggersi.
Nel tuo cielo volano coloratissimi diamanti di Gould nel mio si lasciano trascinare dal vento pigri albatri così agili mentre volano e così goffi nel muoversi a terra.
Siamo tutti clandestini nella vita di chi amiamo, armati di un lasciapassare dalla scadenza indefinita.
Insegnami la tua lingua ed io ti insegnerò la mia, solo così potremmo essere sicuri che se ci lasceremo sarà non per le incomprensioni ma per il coraggio di accettare ciò che tu comprendi di me ed io di te.
Il soldato scherza sulle sue battaglie come fossero state scaramucce.
Si guarda le ferite come fossero sbucciature di un ragazzino caduto dalla bicicletta.
Poi si veste in borghese perchè la guerra è finita e nasconde la divisa in un cassetto.
E dimentica la paura, dimentica le notti a fare da sentinella, dimentica gli spari e le cannonate , ricorda solo quando nei momenti di tregua pensava a lei e scriveva lettere d’amore che finivano sempre con un: aspettami amore mio.
Ma l’amore suo al ritorno era l’amore di un altro.
E il soldato abbracciava il cuscino sentendosi più triste di quando abbracciava la terra.
Sopravvissuto alla guerra ucciso dentro dal ricordo di lei.
Il soldato che non era più soldato si alzava ogni mattina provando nostalgia per la trincea, quando pensava di avere due possibilità, o morire o tornare da lei.
Non sarebbe più morto in battaglia.
Non l’avrebbe più avuta tra le sue braccia.
C’è chi la chiamava pace ma per lui era soltanto la fine di una speranza e la morte di un desiderio.
Ci sono guerre che danno un senso alla vita e armistizi che ti mettono con le spalle al muro senza nessun nemico pronto a sparare che possa salvarti dal ricordare quello che hai perso quando ti sei riuscito a salvare.
Dove e quando è evaporata quella pioggia di emozioni che da giovani scrosciava di fronte a un bacio, un abbraccio o uno sfioramento di mani?
Chi se l’è portata via?
E perchè in cambio ci ha lasciati questa aridità noiosa, banale, che rende le giornate tutte uguali.
Per non parlare dei sentimenti, venduti un tanto al chilo in cambio di rapporti freddi, scontati e capaci solo di rassicurare il nostro ego o di distruggerlo.
E lo chiamano amore, lei che tromba con lui, lui che pero’ spesso si addormenta e allora lei che tromba con l’altro, ma l’altro accade che poi si annoia e allora cerca un altra che dice di amare un altro ma di aver bisogno di lui per sentirsi amata.
Un caleidoscopio di sperma, orgasmi, fighe che desiderano essere penetrate da qualcosa, cazzi che cercano buchi, parole superflue, pensieri superflui, la scomoda sensazione del sudore altrui, la scomoda sensazione del nostro sudore su di lei o su di lui, e poi tornare a guardarsi dopo, con la faccia impostata, naturalmente soddisfatta, scambiandoci opinioni inutili sul domani per creare una scia a questa lumaca secca che per qualche minuto si è illusa di avere sulla schiena una casa in condivisione.
Il tutto condito dai nostri anni che pesano come macigni, non tanto per il tempo passato, ma per le illusioni bruciate, per la ripetizione di parole che poco a poco hanno perso di significato.
Per non parlare dei silenzi che all’inizio erano illuminanti ed oggi sono solo buio.
Rimettiamo sul giradischi un disco di qualche anno fa.
Ricordo che quando l’ascoltavo c’era Daniela.
Un giorno d’estate indimenticabile riuscimmo a scambiarci per aria un pallone di pallavolo per almeno 40 volte senza farlo mai cadere.
Era il record dei bagni.
Cazzo quanto ero felice.
E quando arrivava….era sempre tra le undici e le undici e mezza, lei e sua madre dietro.
Io ero sdraiato sulla piscina, e con la testa appoggiata sull’asciugamano le osservavo i capelli biondi andare su e giu’, poi si chiudeva in cabina ed usciva con un costume azzurro che non dimentichero’ mai.
Quanti anni avevo…duro’ dai 13 ai 16 anni…
D’inverno non la vedevo, ed allora aspettavo l’estate, che era una parentesi troppo breve in quel racconto interminabile e scontato che era l’inverno.
Questa rottura smielata di coglioni l’ho scritta per ricordarmi di come gli uomini smettano di giocare per sentirsi più uomini.
E chi non vuole smettere si ritrova solo sulla spiaggia cercando qualcuna con cui palleggiare.
Qualcuna ha una palla da imprestarmi?.
O sei o non sei.
Ed essere è molto più’ complicato che non essere.
Per questo siamo circondati da esseri che non sono.
Se sei non puoi schivare i proiettili dell’ipocrisia, non subisci il fascino del potere e rifiuti di adeguarti alle regole che non capisci.
Se non sei puoi essere qualunque cosa e puoi trasformarti indossando l’aspetto più idoneo che ti faciliti il raggiungimento del successo.
Se sei non puoi ignorare le tue origini selvatiche.
Se non sei mostri con orgoglio il tuo animo addomesticato come fosse la garanzia di un affidabilità che merita una ricompensa dal padrone.
O sei o non sei.
Se sei riconosci chi è e chi non è.
Se non sei non riconosci chi è semplicemente perchè ignori l’esistenza di esseri che sono.
Se volete capire se siete o non siete semplicemente ponetevi di fronte a un animale e provate a parlargli.
Se vi sentite stupidi voi non siete più.
Se invece capite che non sono le parole a comunicare ma il tono, lo sguardo e il suono allora voi siete.
Essere è semplicemente possedere la capacità di sentirsi albero tra gli alberi, animale tra gli animali, vento nel vento, acqua nell’aqua e anima tra le anime.
Un essere tra gli esseri.
avevo una donna anni fa che mi faceva sentire felice
avevo una stima immensa per lei e il fatto che mi amasse mi portava ad avere stima di me stesso
lei era meglio di me e questo non mi portava ad entrare in conflitto con lei
al contrario il suo desiderarmi mi portava a credere che ci fosse qualcosa di buono in me
lei era la vetta di una montagna ed io uno scalatore inesperto che non finiva di chiedersi come avesse fatto ad arrivare lassù
e da lassù si vedeva un panorama fantastico
i ricordi di quella scalata non se ne sono andati e mi distolgono dall’intrapendere salite troppo semplici
sono uno scalatore inesperto che non vuole adeguarsi alla sua mancanza di fiato
preferendo rischiare di rimanere senza forze per raggiungere una cima solitaria
piuttosto che continuare a percorrere sentieri per principianti che portano verso una affollata area di ristoro per umani desiderosi di una compagnia qualsiasi
Spegni la luce grande ed accendi la luce piccola.
Mi piace l’ombra dei tuoi capelli sul muro.
Ballano seguendo il ritmo lento di un silenzio scomposto in piccoli spazi di parole.
Tu ti ricordi quella volta?
Me lo ricordo.
E ti ricordi come andò a finire?
Andò a finire che dormimmo in macchina a pochi metri da un precipizio.
Lo scoprimmo solo il giorno dopo.
E intanto ti giri una sigaretta con una mano sola e tu lo sai che questa cosa mi fa impazzire.
Nel piccolo buio della piccola luce accarezzi il mio cuore alla ricerca di una cicatrice invisibile, tenendo i piedi fuori dal letto per strofinarli contro la schiena del gatto.
Sganciati dalle convenzioni, allergici alle regole, scombinati e disordinati ci ritroviamo sotto la stessa coperta riconoscendoci come due naufraghi persi in un isola popolata da pericolosi spacciatori di verità.
Io non so nulla. Mi hai detto.
Nemmeno io. Ti ho detto.
Come due lavagne vuote abbiamo cominciato a riempirci di quei disegni infantili che non vogliono spiegare nulla ma solo raccontare l’esistenza di creature fantastiche che sfuggono alle classificazioni scientifiche,
Mi addormento prima di te chiudendo i miei occhi sui tuoi ancora aperti.
Fondamentalmente tutto ciò che vogliamo è rimanere bruchi protetti dalla crisalide il più a lungo possibile per evitare il rischio di ritrovarci farfalle in un mondo di ragnatele tessute da ragni affamati della carne tenera dei liberi sognatori.
Foto scattata a Dana Point, Ottobre 2017
Ci sarebbero mille motivi per essere pessimisti.
La fine del mondo analogico.
Il rincoglionimento diffuso di donne capaci di diffondere le loro bellezza e incapaci di raccontare la loro anima.
I nuovi eroi contemporanei che hanno come unico superpotere quello di influenzare una massa di idioti a comperare prodotti inutili.
Il trionfo di un mondo globalizzato che sta distruggendo la personalità unica di popoli e luoghi.
Un accelerazione nella percezione del tempo dovuta a giornate riempite da milioni di stimoli virtuali.
La fine dell’amore passionale e il trionfo di un sesso esibizionistico e pateticamente virtuosistico nel tentativo di emulare le esibizioni acrobatiche viste su qualche sito porno.
L’incapacità di trovare una strada senza un navigatore, l’incapacità di trovare una donna senza tinder, l’incapacità di trovare da mangiare senza affidarsi a un servizio di food delivery, l’incapacità di immaginare una rivoluzione per ridare all’individuo il dono di una personalità inconfondibile.
Soffocati dal potere dei mass media pensiamo che il successo determini il talento.
Inseguiamo il consenso aspirando a pollicioni alzati, cuoricini e abbracci virtuali senza sapere chi in caso di difficoltà sarà disposto a venirci ad aiutare.
Tutti con l’ansia di far sapere che i loro figli sono i migliori figli del mondo.
Pronti a glorificarli sui social per un gol segnato o un esame passato, condannandoli all’obbligo di un eccellenza che come una manetta stretta alla caviglia imprigiona all’obbligo di prestazioni degne di un post celebrativo.
Ci sarebbero mille motivi per essere pessimisti, ma c’è da qualche parte un piccolo van che mi aspetta e una strada da percorrere senza destinazione e allora chiudo gli occhi, sento il sapore della libertà e faccio finta che tutto sia alle mie spalle e davanti c’è solo un orizzonte vergine percorso da una strada che porta lontano da tutto questo nulla che sta riempendo questo mondo e questo tempo decadente popolato da idioti con i volti levigati dai filtri e la mente avariata dalla necessità di sentirsi ammirati.
Ho frequentato anni fa cene di gala, festival del cinema, eventi speciali e cazzate varie provando sempre un certo imbarazzo.
L’imbarazzo nel partecipare a ridicoli incontri di privilegiati agghindati come coglioni e imbarazzo nel vedere folle di persone che ammiravano i privilegiati come se assistessero adoranti a una parata di Dei dell’Olimpo.
Si esponevano i pass come lasciapassare per il paradiso godendo degli sguardi invidiosi di chi si credeva destinato all’inferno.
Trovavo patetiche le passerelle sui Red carpet con i mille flash dei fotografi che alimentavano l’ego di coloro che calpestavano quel tappeto rosso con l’indole di un generale che va a combattere una guerra già vinta.
Ho sempre sognato un popolo di umani che spernacchiasse i potenti, tutti i “potenti” compreso quegli artisti che usano l’arte per ingrossarsi l’uccello.
Ma ho sempre vissuto in un mondo di genoflessi di fronte alla celebrità, gente che vive la sua condizione di persona normale come una scusa per alzare lo sguardo verso un palcoscenico popolato da paraculati, affaristi, politici e creativi genoflessi al successo.
Sogno, consapevole che sia solo un sogno, un genere umano tenuto unito dal concetto di tribù, dove ogni appartenente alla tribù ha il suo scopo sociale e la sua dignità.
Senza tappeti rossi ma solo la dura terra su cui sedersi attorno a un cerchio per guardarsi negli occhi e raccontarsi storie rimanendo tutti alla stessa altezza.
Quando ero giovane facevo cazzate.
Ma ero giovane.
Crescendo ho continuato a fare cazzate.
Per sentirmi ancora giovane.
E ora che sono vecchio e faccio ancora cazzate c’è chi dice che è colpa del rincoglionimento.
La gente non capisce che le cazzate rendono interessante il viaggio.
Se avessi cambiato le gomme in tempo non avrei bucato e non avrei conosciuto Jamie che mi portò a ballare in quel Saloon di Jackson e dopo aver ballato mi portò a vedere dove dormono i bisonti e all’alba decise di invitarmi a fare un bagno nudi nel Madison River.
Tornati a casa mise su un disco di John Prine e mi mostrò la sua camera da letto che sapeva di legno, dormimmo sotto una coperta tessuta dai Nativi del luogo.
E se non avessi deciso di intromettermi in quella lite cercando di difendere una mezza sega che aveva deciso di sfidare uno stronzo e molesto ubriaco non avrei conosciuto Sam e con lui tutta la sua famiglia che decisero di ospitarmi nella loro casa di Gorda sull’Oceano Pacifico.
Ogni mattina camminavo da casa loro fino alla Sand Dollar Beach.
Qui conversavo con le rocce cercando di scoprire i segreti di una pazienza infinita.
E che dire di quando in Tenneessee tentai di rubare una stecca di sigaretta e fui bloccato all’uscita da un cassiere che non riteneva plausibile la vista di un uomo al sesto mese di gravidanza.
Mi chiese cosa avessi sotto la giacca e io risposi che ci tenevo i miei vizi.
Lui sorrise e con la mano fece cenno di poggiare le sigarette sul tapirulant della cassa, non chiamò la guardia che con lo sguardo da cane da guardia sembrava non vedere l’ora di poter azzannare qualche ladro.
Gli dissi che lo avrei aspettato per offrirgli una birra.
Venni a scoprire che era un meraviglioso chitarrista appassionato delle canzoni di Johnny Cash, e passammo la serata a suonare e cantare.
Il giorno dopo mi accompagno sull’Old Hickory Lake a Hendersonville a vedere la casa di Cash.
Quando mi chiedono in cosa consiste la fortuna io non ho dubbi.
La fortuna è quel giro di giostra che trasforma una cazzata in una inaspettata opportunità.
Fondamentalmente ogni saggezza acquisita altro non è che il risultato di una cazzata fatta.
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