Scrissi questa poesia che avevo sedici anni.
Periodo in cui presi coscienza di come al mondo trionfassero i figli di puttana.
Fu una scoperta che mi lasciò senza fiato. E forse qual fiato lo sto cercando ancora adesso.
E comunque scrissi questa poesia nel tempo adolescenziale in cui è giusto scrivere poesia per non lasciarsi tramortire dalla prosa:

Al ritorno sotto Pont Mirabeau

Tornai ai luoghi piu’ scuri
ricolmo di schifo e di vomito
e trattenni i conati
solo per questioni d’onore,
ma sbagliavo.
Tornavo mentre il popolo
rinchiuso da sbarre di sale
rosicchiava libertà
senza sapere cosa fosse.

E sui sentieri bui
incontrai mille volte
lo stesso urlo di civetta
che m’ordinava di continuare
a morire uccidendo gli altri.
Per lei era un gran guadagno.

Mentre le strade si allargavano
all’orizzonte, i miei occhi
morivano nel fissare luci
o miraggi che proiettavano
ombre di gente
che è sempre stata tale.

Portavo con me la consapevolezza
di mille delitti, e li amavo
come non ho mai amato
una donna, che del delitto
non ha il mistero, ma solo
la parte peggiore: il pericolo.

I libretti rossi e i vangeli li ho perduti
usandoli per riscaldare
il mio corpo già caldo,
credetti all’inferno, poi
tutto finì nelle rosee
previsioni di una maga
che mi disse: “Felicità”.
Quale?

Per questo il mio cammino
sarà ancora lungo.
Per questo non finirà mai.
I ritorni sono eterni
più del tempo
e ci spengono
come candele che toccano
il ferro e si rivolgono
alla cera colata
per avere un attimo in più.

E dalle mille sirene
che mi cantarono poesie
io imparai la mia arte
e cominciai ad odiarla,
sulle spiagge dai troppi
scintillanti riverberi
io capii la falsità
trovando cocci di vetro.

E ora mi dicono
che abbassando la testa
si supera qualsiasi ostacolo
anche le dittature e gli insulti
per questo ho visto gente
col capo mozzato
per questo non voglio
accettare il consiglio.

In mezzo a questa confusione
di “maledetti”
non trovo una mia collocazione
e sulle seggiole occupate
d’un ballo serale
cominciano a crescere
troppi poeti;
tanti da chiedermi
se mi convenga
ancora essere tale.

Mentre i versi si allargano
sulle case popolari
sui palazzi
nelle ville
le lacrime
coprono di movimento
e di macchie
i fogli pieni
e sporchi di unto.

Tra questa enorme confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non posso che lasciarmi andare
abbandonato ai racconti
di sempre
ai grigiori di sempre,
raccontando il viaggio
del mio sangue e della mia memoria
e non pregando mai
per descrivere la mia morte.

La mia attiva indifferenza
è sintomo di tragica fatalità
godete il tremolio del mare
prima che sia tempesta
perché di questa confusione
di uomini
di uomini
di uomini
non rimarrà che cera colata.

Tu aspettami

Tu aspettami

Tu aspettami che torno.
Ed usci’ con un cappello in mano.
Lei lo aspettò tutta la vita.
E lo amò tutta la vita.
Di un amore insensato, fatto del ricordo di una porta che si chiuse.
Io so poco dell’amore.
Per questo le chiesi come mai decise di aspettarlo.
Lei mi rispose che non viveva aspettandolo ma aspettandolo viveva.
L’amore si insegna.
Si insegna amando, si impara essendo amati.
La mia ignoranza in materia non mi procura sensi di colpa.
Non avrei mai potuto imparare qualcosa che non mi è mai stato insegnato.
Forse per questo rimango sorpreso da chi ama e non riesco a trattenermi dal chiedermi se c’è un trucco o se è tutto vero.