Reeder, North Dakota

Reeder, North Dakota
A volte vedi qualcosa d’interessante sul lato della strada e nel momento in cui pensi che l’avresti potuto fotografare ti ritrovi già qualche centinaio di metri piu’ avanti.
Al diavolo, trovero’ qualcosa di piu’ bello.
O forse no.
Qualche centinaio di metri dopo ho frenato, ho trovato uno slargo e sono tornato indietro.
Tutta colpa, o merito, di una casetta azzurra.
Una normale, banale, minuscola casetta azzurra.
L’ultima di una via, in una città deserta di uomini e piena di casette.
C’è un mistero irrisolto che avvolge le minuscole cittadine del Midwest.
Si dice che non siano gli umani ad abitare le case, ma le case ad abitare gli umani.
Le strade sono solo apparentemente deserte.
Gli uomini sono tutti dentro ma le case sono tutte fuori.
La casetta viola scambia quattro chiacchiere con quella bianca, il portico della casa rossa chiede consigli di giardinaggio al pozzo della casa gialla, la vecchia tenda a rullo della casa grigia spia invidiosa il continuo agitarsi delle giovani tende arricciate della casa rosa.
Attraverso la via e sento lo scricchiolare del legno sotto sforzo per il tentativo delle finestre di seguirmi con lo sguardo.
Tranquille ho tempo e vi fotografo tutte, voi non muovetevi che vengo io.
Nella città si sente un corale sospiro di sollievo.
Nei luoghi dove non accade mai nulla l’arrivo di un fotografo che cerca oggetti da fotografare crea sempre una certa confusione.
In mezz’ora ho finito il casting.
In città torna la tranquillità.
La casetta azzurra prima che me ne vada mi chiede:
“Dici che sono venuta bene? Magari mi portano via da qua. In qualche posto dove accade qualcosa. Scrivilo che sono stata abbandonata.”
“Promesso che lo scrivo.”
“Sono disposta ad andare dovunque. Mi basta essere riscaldata d’inverno e avere un po’ di fresco d’estate e …
“E…”
“E magari qualche bambino che mi faccia il solletico correndo su e giù per le scale e che trasformi il sottotetto nel suo rifugio segreto. Cosi’ sarei veramente felice.”
E con la missione impossibile di rendere felice un vecchia casa abbandonata risalgo sul van.
Troverete la foto della casetta azzurra insieme alle altre case di Reeder, se qualcuno di voi vuole proporsi per essere abitato da quella specie di stamberga me lo faccia sapere, ma solo se avete bambini che non sopportano la televisione e i videogiochi ma amano rifugi segreti e correre come pazzi su e giù per le scale.
(Ma l’avete capito qual’è la casetta azzurra rimasta sola?)

Medora

La città avrà il tuo nome mia amata Medora.
E’ perchè ti amo, Medora.
Perché senza di te non sarei mai riuscito a realizzare i miei sogni.
Tu sei la scintilla, Medora, che ha acceso il fuoco.
Possiedo solo una città, se possedessi il mondo, il mondo avrebbe il tuo nome.
Se possedessi il cielo, il cielo avrebbe il tuo nome.
Grazie Medora per aver partecipato al nostro sogno.
C’era una volta in cui l’amore era costruire insieme, c’era una volta che la donna teneva ferma la scala e l’uomo saliva, saliva, sicuro che non sarebbe mai caduto perchè lei aveva forza, coraggio e amore da farlo salire sul tetto del mondo.

Perché la gente ha paura dei clown

Perchè la gente ha paura dei clowns?
Diffidenza verso la concentrazione eccessiva di colori?
Qualche film dove il clown era l’assassino?
Perchè la gente non ha paura dei maggiordomi?
Sara la maschera che intimorisce?
Ammettiamo che non è normale
vedere un uomo che va in giro truccato
come una vecchia prostituta
che cerca di distrarre il cliente
con chili di mascara e fondotinta
ma è solo un trucco di scena.
Anche quello della puttana è un trucco di scena.
Si ma il trucco della puttana serva a nascondere qualcosa
il trucco del clown mostra.
Mostra il suo nascondiglio.
Come fai a non vederlo?
E’ nascosto la sotto il letto, fregatene se non esce, la cinghia ci arriva.
E tu ti accartocci contro il muro e ti difendi la faccia con i pugni chiusi, se ti prende le ginocchia poco male, se ti prende la faccia malissimo.
Se ti prende la faccia esce il sangue che sporca il cuscino.
Perchè la gente ha paura dei clowns
come se il clown non avesse paura di voi.
Dal mio nascondiglio all’aperto
sulla terza strada di Santa Monica vi rivelo un segreto
che dimenticherete subito dopo averlo letto.
Non sono mai riuscito in trent’anni
di onesto lavoro sulla strada a struccarmi
liberandomi completamente dal phard rosso
Rimane sempre una traccia
che la mattina dopo ritrovo sul cuscino.
Ci siamo capiti vero?
Non abbiate paura dei clowns perchè è stupido avere paura di chi sa cos’è
veramente
la paura.
Guido Prussia
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Cosa accade fuori?

Cosa accade fuori?
Arriva una nuvola che sembra un gigante incazzato.
Si avvicina minaccioso.
Tranquilli siamo al sicuro nella lavanderia Wash N Go di Dickinson.
Io lavo le mie cose e lui lava le sue.
Nato qui, cresciuto qui, se morirà, morirà qui.
Ci sono cose strane al mondo.
Io venuto dall’altra parte dell’oceano gli chiedo se conosce quella città chiamata Rapid City che si trova 200 miglia a sud della sua città e lui che mi risponde:
Rapid City? Mai stato.
E me lo dice come se gli avessi chiesto di Parigi o Londra.
Eppure se lo guardo, se mi fisso sulle sue rughe, se cerco di afferrarne lo sguardo mi sento investito da un locomotore che trascina dietro mille carri merci pieni di vita.
C’è sua madre che lo mette al mondo e suo padre che lo osserva per la prima volta, c’è la sua adolescenza fra le palle di neve e il bagno nel torrente, ci sono le ragazze, gli amici, il piccolo cinema, le partite a baseball, l’amore, un matrimonio, una figlia e poi finalmente un maschio, trovare lavoro, perdere lavoro, ritrovare un lavoro, e l’arrivo del petrolio, la città che si allarga, macchine sempre piu’ potenti, da Nixon a Obama passando per il Vietnam a cui è sfuggito per merito di un ulcera benedetta.
Il tempo passa fino ad oggi in cui si ritrova con me ad attendere quei 25 minuti che ci vogliono a lavare mutande calzoni calze e camicie.
Immobile, come è stato immobile tutta la vita.
Un viaggiatore nel tempo saldato con la fiamma ossidrica alla sua città, nella memoria non ha luoghi ma abitudini, pochi panorami solo mille nevicate.
Io che potrei raccontargli un mondo che non ha visto mi sento desideroso di ascoltare il suo racconto di una vita passata sul ramo di un albero a vedere le stagioni cambiare.
Facciamo un patto io ti dico a quale velocità passa il tempo mentre guido da un luogo all’altro rincorrendo la mia fuggevole ombra e tu mi spieghi con quale trucco si resiste immobili dentro una stanza senza essere invasi da quella fastidiosa frenesia di dover a tutti i costi scoprire cosa accade fuori.
Guido Prussia

Riempire i giorni di ricordi

Riempire i giorni di ricordi.
Un vizio.
Dare al tempo un peso specifico, creare un rapporto tra l’istante e ciò che accade.
E muoversi, come se muoversi fosse un modo per non farsi trovare.
Oggi è stata un giornata sulla strada, trecento chilometri per andare e trecento per tornare.
Destinazione Fort Union a Williston.
E sulla strada ho incontrato mucche che attraversano tranquillamente la strada mentre un toro le osservava con desiderio dietro un recinto.
Pioggia e sole, temporale che dura tre minuti, sole alle spalle e nuvole nere di fronte, i colori che saturano nel contrasto della luce con il fondale scuro.
Due bisonti che mangiano senza nemmeno degnarmi di uno sguardo.
Un infinito treno.
Piccoli torrenti che si sono scavati una fossa lunga come il mio sguardo.
Trivelle per estrarre il petrolio.
Nel forte ci sono personaggi provenienti dal passato che mi avvertono del fatto che gli indiani
scambiavano le loro pellicce con:
Forbici
Orecchini
Coltelli
Coperte
Collane veneziane
Pipe
Alcolici
e cappelli a tuba.
Andavano matti per i cappelli a tuba.
Niente dollari.
Del resto che ci avrebbero fatto con i dollari.
Al ritorno, a poche miglia da Medora scoppia l’arcobaleno.
Sembra un esplosione di colori che sale lentamente verso il cielo e scompare all’interno di una nuvola.

La strada incantata

A un certo punto la strada principale ti mostra un alternativa.
Un uscita a sinistra e un indicazione che ti invita a prendere la “Strada incantata”.
Impossibile resistere.
Sono 32 miglia che deviano dalla strada che va da Bismarck a Dickinson e che tagliano in due la prateria.
Zona di agricoltori e piccoli fiumi, casette di legno abbandonate e cavalli.
Rallento.
Rallento fino quasi a fermarmi , non ho nessuno che mi aspetta.
C’è un trattore davanti a me,non supero, mi guardo intorno come incantato dalla mancanza di contaminazioni.
Niente cemento, nessun segno del trionfo della rivoluzione industriale, solo sole e ombra che giocano a braccio di ferro.
Per la cronaca qualche ora dopo il sole si godrà il trionfo permettendosi il lusso di mostrarsi scomparire tuffandosi in un laghetto dove alcuni cavalli si erano dati ritrovo.
Sono affascinato da tutto cio’ che non ha tempo, natura, case, alberi, prati e animali che sembrano aver raggiunto l’eternità dell’immutabile come se il progresso fosse un affare che non gli riguarda.
Molti mi chiedono perchè io ami cosi tanto l’America.
Io amo l’America perchè sa essere adolescente e donna, anziana e bambina, dolce e cattiva, metropolitana e rustica senza mai smentirsi.
E poi….
E poi quella strada incantata nascondeva una sorpresa….
Ma questo lo scoprirete piu’ tardi.

Trasmissione a posto (almeno per ora)

Strano guidare senza ascoltare la trasmissione mandare urli minacciosi.
Un altra vita.
Alle sei sono sveglio, stanotte c’erano tre gradi, per questo ho infilato Baby dentro il sacco a pelo ed abbiamo dormito abbracciati scaldandoci a vicenda.
Jack è rimasto sopra la coperta protetto da una felpa imbottita.
Direzione nord, si lascia Bismarck e si va verso Stanton sempre in North Dakota.
E’ una strada statale che passa in mezzo a fattorie, campi dove pascolano mucche e laghi sparsi qua e là.
A me mi fotte la storia.
Quella con protagonisti esploratori, indiani, cowboy, insomma la grande epopea della conquista del west.
La storia mi frega perché mi seduce e mi obbliga ad inseguirla, si lascia prendere solo in qualche luogo dove il ricordo di quello che è accaduto è incancellabile.
Come sulle rive del Missouri dove gli indiani Hidatsa costruirono il loro villaggio formato da 50/60 Earth Lodge.
Arrivo e c’è una strada che porta verso il fiume.
A fare rumore sono solo il vento e una miriade di uccellini, il fiume prosegue silenzioso come un serpente a caccia di una preda.
Non posso fare a meno di immaginare il risveglio nel villaggio con le donne che vanno al fiume a prendere l’acqua e a lavarsi.
Un immagine costruita da mille film che oggi sembra dannatamente reale.
Cosi’ reale che quasi spero di veder comparire una squaw spuntare da un ansa del fiume, in una stretta lingua di terra che divide l’acqua da un piccolo strapiombo.
Dimentico la strada che mi ha portato fino qui, dimentico l’asfalto, le aree di servizio e persino il van.
Nell’ottocento tutto questo non c’era e questo fiume regala l’illusione del passato che si fa presente.
Niente foto, niente telefono, niente per mezz’ora.
Solo io, il fiume, gli uccellini e alberi che si godono il momento di gloria che l’estate gli regala.
Dispiace solo la presenza di una scala che facilità la discesa al fiume.
Qualcosa di comodo che diventa scomodo per il mio viaggio fantastico e che annullo dalla vista concentrandomi sulla riva opposta.
I luoghi raccontano storie e il tempo è solo un sipario dietro il quale tutto si ripete all’infinito.
Qua vivevano, qua cacciavano, qui le donne si dedicavano ai loro piccoli orti, da qui partivano per la caccia al bisonte e qui tornavano felici o affranti.
Incapaci di immaginare che tutto sarebbe finito.
Chi vive guardando ogni giorno scorrere il fiume da nord verso sud non prende nemmeno in considerazione che qualcuno desideri invertirne il corso rischiando di svuotare il mare e allagare le terra.

Fargo – North Dakota

Fargo.
North Dakota.
Prima impressione.
Che cazzo ci faccio qui?
Domenica sera, strade deserte.
Case distese su una pianura ghiacciata d’inverno e svogliatamente grigio verde d’estate.
Vado in cerca del cinema sulla Broadway visto in mille foto, con nella mente il film dei Fratelli Cohen.
Poi dopo averlo fotografato torno sul van in cerca del volto della città.
E come molte città americane anche questa è una citta senza volto.
Mille gambe, mille braccia, tante dita, una pancia e un culo, ma nessun volto.
Il viaggiatore è strano, a volte fa migliaia di chilometri per sorprendersi di qualcosa che aveva anche sotto casa.
Per questo ignoro lo zoo, la fabbrica di birra e la stazione e mi concentro sulle case.
Case timide, si nascondono dietro gli alberi, le case raccontano la città meglio di qualsiasi operatore turistico che ne declama le superbe qualità senza esserci mai stato.
Case tane, ogni casa una famiglia, un garage, un canestro da basket e scale di legno da dipingere la domenica pomeriggio.
Giardinetti dove sono parcheggiati tricicli e harley.
Fargo mi ricorda un amore di campagna, aveva i capelli sempre spettinati e mangiava bastoncini di legno, aveva un sapore di erba e paura di attraversare la strada, viveva al confine tra la campagna e la città e mi faceva entrare di nascosto in camera sua lasciandomi aperta la porta della cantina.
Fargo si chiamava Marta, quando scappavo di casa andavo da lei che si eccitava all’idea di salvarmi.
C’è sempre qualcosa di buono nelle persone.
C’è sempre qualcosa di buono in ogni luogo.
Ma non fidatevi mai dei depliants turistici, sono come quelle foto profilo su Facebook dove siamo venuti particolarmente bene.
La realtà è un altra cosa.
Guido Prussia
Photo by Guido Prussia

Tu credi?

-Tu credi alla vita eterna?-
-Dipende da che cosa intendi tu per vita.-
-Intendo la coscienza di me. L’avro’ per sempre?-
-Tu vuoi sapere se continuerai a trasformare il tempo in ricordi e i ricordi in personalità.-
-Esatto.-
-Chi costruisce castelli di carta dovrebbe sapere che piu’ il castello è alto meno vento ci vuole per farlo crollare.-
-Quindi?-
-Quindi rimarranno carte sparse sul tavolo, Dio si alzerà andrà a chiudere la finestra e ricomincerà a costruire un nuovo castello impossibile.-
-Io non credo in Dio.-
-Sarà un castello diverso nonostante usi le stesse carte.-
-Hai capito quello che ti ho detto? Io non credo in nessun Dio.-
-Lo so.-
-Tu sai tutto.-
-Io leggo.-
-Leggi?-
-Leggo nei tuoi occhi.-
-Zoe, tu credi di sapere troppe cose di me.-
-Scusa. Ma a volte mi sembra di sapere anche cio’ che tu hai dimenticato.-
-Io dimentico tutto.-
-Vedi. Lo sapevo.-
-Ma dimenticare è un modo di difendersi.-
-Dimenticare è un modo per nascondersi.-
-Nascondersi da chi?-
-Da se stessi.-
Guido Prussia
Photo di Guido Prussia

Parliamo un po’ dell’amore

Parliamo un po’ dell’amore.
L’amore che porta a nascondersi per la paura che rivelando chi siamo forse non verremmo piu’ amati.
Quel sentimento che una volta finita la voglia di fare l’amore non ha il coraggio di cambiare nome.
Prima di chiudere la luce due piedi si incontrano sotto le coperte e si sentono estranei.
Ricordi l’emozione di quando quel piede lo sfioravi e stavi li ad aspettare se ti rimaneva accanto o si spostava.
C’è un capannone dove si accumulano i desideri finiti, c’è un tipo alla porta che ti da un buono compagnia in cambio di un chilo di passione.
Pensi: sempre meglio che niente.
Eppure lei è quella che hai desiderato col cuore in gola, e lui è lo stesso che quando ti spogliava tu sentivi pulsarti in basso.
Le stesse persone che con l’energia di un bacio una volta accendevano tutti i lampioni di Montmartre oggi devono stare attenti a non sprecare l’ultimo fiammifero per accendere la candela durante il black out.
Il solo modo per salvarsi dall’amore è viverlo togliendosi dalla mente che sia una maratona da portare a termine.
Non ci sono traguardi da raggiungere ma ostacoli da superare insieme fino a quando…
Fino a quando superarli insieme sarà piu’ faticoso che superarli da solo.
E dovrai decidere se fingere tutta la vita o dire la verità.
Sono cazzi.
Guido Prussia
Photo di Guido Prussia