Ho un container dove tengo tutte le cose che ho raccolto nella mia vita.
E’ in un luogo che nessuno conosce. Sta dietro una colonna di container, credo sia il numero 34.
Le cose vivono.
Vivono dei ricordi che sono capaci di suscitare.
Vivono del desiderio che vi ha convinto ad acquistarle.
Vivono delle speranze che su quelle cose avete riposto.
Vivono della gioia che vi hanno dato.
Vivono della disperazione che avete provato nel perderle.
Vivono dei sogni e dei bisogni che vi hanno convinto a farle vostre.
E muoiono del nostro stancarci.
Muoiono dell’arrivo del nuovo modello che sostituisce il vecchio.
Muoiono per i nostri traslochi di casa in casa.
Trasloca il bambino che diventa uomo, l’uomo che diventa vecchio.
Non trasloca piu’ il vecchio che muore, ma in quella piccola e ultima casa non c’è posto per le cose.
Le cose sono vive, piu’ vive di noi che le dimentichiamo, piu’ vive dei nostri desideri destinati a consumarsi come le batterie che fanno funzionare le cose.
Potreste scoprire la storia della mia vita attraverso le cose che mi hanno accompagnato.
Il mio pupazzo preferito era un clown che veniva venduto insieme al suo cagnolino di plastica.
Con i primi soldi guadagnati comperai uno stereo portatile.
Il regalo piu’ bello che mi feci fu la mia prima chitarra.
Quando mi innamorai le regalai un mazzo di fiori finti.
Lo so fa un po’ schifo come idea.
Ma mi faceva piu’ schifo l’idea che appassissero.
Cose, che ci raccontano.
Tutto questo pensando a ieri quando sulla strada per Owatonna vidi un enorme capannone sulla sinistra dove si vendevano cose.
Sono uscito dalla Highway e sono andato a vedere.
E sapete che vi dico?
Mentre io guardavo loro, avevo l’impressione che fossero loro a guardare me.
Le cose vivono.
Le cose che ho fotografato in quel luogo sono il mio regalo per voi che mi seguite.
Magari trovate qualcosa che vi ricorda…qualcosa.
Ci sono luoghi che non si scordano.
Uno di questi sono le Amana Colonies, sette villaggi a nord di Iowa City disseminati su un anello di 27 chilometri.
Arrivai qui qualche anno fa e mi sembro’ di esser tornato indietro alla metà dell’ottocento.
Mangiammo, ero con Sabina, in un ristorante dove servivano wurstel e crauti, a servirci era una ragazza vestita con abiti coloniali.
Se non avessi letto prima la storia delle Amana Colonies avrei creduto di essere come Benigni e Troisi in “Non ci resta che piangere”.
Queste colonie furono fondate tra il 1855 e il 1861 come comunità religiosa dagli “Ispirazionisti”.
Gli Ispirazionisti sono una setta protestante fondata in Germania nel 1714, arrivati in America condussero fino al 1930 un esistenza basata sul lavoro di tutti che veniva pagato in una cassa comune che poi veniva messa a disposizione della comunità.
A differenza degli Amish e dei Mennoniti gli Ispirazionisti usano le tecnologie moderne.
Arrivo nel villaggio principale verso le cinque del pomeriggio, e come ormai è consuetudine, non c’è nessuno in giro.
Cammino per le strade deserte godendo del profumo e del colore dei fiori, c’è un uomo che mette a posto un recinto, un altro è alla guida di un piccolo trattore e lavora nei campi, in un capannone c’è il ricevimento di un matrimonio.
La Amana Colonies sono circondate da paludi, mi fermo a fotografare degli uccelli, poi mi ritrovo di fronte allo stesso semaforo che mi incanto’ qualche anno fa.
E’ solo un crocevia, sormontato da un semaforo in cui lampeggia il rosso, fa tenerezza un semaforo dove non passa nessuno.
Naturalmente sbaglio strada, mi ritrovo in mezzo a delle mucche, poi su una strada sterrata, per finire su delle rotaie dove sullo sfondo vedo arrivare un treno.
Poi ecco la strada giusta che porta a Iowa City.
Quanto mi piace tornare nei luoghi in cui pensavo di non tornare mai piu’.
Rispettare un figlio insegna al bambino a farsi rispettare.
Io non sono padre, ma se lo fossi farei capire a mio figlio che la sua fatica ha un valore, e che non bisogna mai svendersi.
Crescere con genitori che ti fanno sentire un coglione ti porterà da grande ad accettare tutte le proposte come un regalo, ed è il miglior modo per diventare uno sfruttato.
Cambiare opinione su se stessi è un impresa.
Mi sembra di vederla la mia faccia che si affloscia di fronte all’offerta scandalosa per la mia prestazione lavorativa.
Del resto è già tanto se qualcuno mi offre qualcosa.
Grazie papà per avermi rotto il cazzo per anni dicendomi che nella vita non avrei mai combinato nulla, questo è il risultato.
Accetto qualsiasi cosa, basta che mi sia concesso il lusso della sopravvivenza.
Nelle materie che studiavo a scuola ne mancava una.
L’autostima.
Io la metterei obbligatoria.
Insegnare ai bambini a stimarsi, a volersi bene, ad abbracciarsi, cercare le loro potenzialità ed esaltarle, insomma insegnare che nella vita non ci si vende ma si concede l’utilizzo delle proprie capacità.
Per me ormai è tardi.
Non posso pretendere che alla mia età si impari a tirare fuori i coglioni, avro’ sempre quell’aria compiaciuta del cane di fronte all’osso di fronte a qualsiasi offerta che mi permetta di fare questa vita da vagabondo.
Ma se c’è qualche giovane tra chi mi legge vorrei dirvi che se fossi vostro padre cercherei di farvi capire che l’errore piu’ grosso è considerare chi vi sfrutta un benefattore.
Piu’ talento avete piu’ cercheranno di fottervi, perchè se avete del talento lo avete sviluppato nel silenzio e nella solitudine di un infanzia difficile.
Loro lo sanno.
Vi daranno quella carezza che avete agognato da bambini e poi vi diranno:
Prendere o lasciare.
Voi ancora sconvolti dalla carezza prenderete, e vi sarete venduti ai saldi invernali come maglioni ormai inutili di fronte all’arrivo della primavera.
Avete un amico a cui credete ciecamente?
Una di quelle persone che se vi raccontasse di essere stato rapito dagli alieni voi non mettereste in dubbio il suo racconto.
Io avevo un amico cosi’.
Si chiamava Giorgio Medail.
Prima fu il mio capo, poi divenne il mio maestro ed infine ci ritrovammo amici.
Giorgio si interessava di esoterismo e di tutto cio’ che potremmo chiamare “misterioso”.
Naturale che venne a Lily Dale nello stato di New York.
E’ una comunità dove sono ammessi solo spiritisti e medium che hanno frequentato almeno per un anno la chiesa spiritista locale.
Giorgio venne qui e torno’ con una cassetta video.
Un giorno mi chiamo’ nel suo ufficio e mi disse: Guarda!
E sulla televisione vidi comparire un enorme salone nel mezzo del quale c’era un enorme tavolo di legno e una medium anziana.
A un certo punto l’enorme tavolo comincia a girare come impazzito per la stanza e a rispondere, battendo le gambe sul pavimento, alle domande di Giorgio.
Cio’ che vidi mi lascio’ senza parole.
Non tanto per il fatto che il tavolo si muovesse da solo, ma per l’incredibile sequenza di risposte logiche che il tavolo diede alle domande che gli venivano poste.
Naturalmente la spiegazione era che attraverso il tavolo era uno spirito a comunicare.
Chiesi a Giorgio mille volte: Ma era tutto vero?
E mille volte mi rispose di si.
Il tavolo lui non riusciva nemmeno a sollevarlo tanto era pesante, eppure comincio’ a girare e a muoversi da solo come una piuma spinta da un vento intelligente.
Tutto questo avveniva circa 20 anni fa ed è da allora che ho come l’obiettivo di passare da Lily Dale.
Curioso di vedere quali energie si avvertissero in un luogo dove vivono umani che ogni giorno comunicano con gli spiriti.
E ieri finalmente entro nella comunità di Lily Dale.
Le strade sono deserte, l’unica persona che incontro è un vecchio signore con un bastone in mano, gli tremano le mani per il parkinson, gli chiedo se è un medium, mi risponde che lui è spiritualista ma non medium.
E dove sono i medium? Chiedo.
Sei passato fuori stagione. Mi risponde.
I medium arrivano con l’estate.
Come i gelsomini gialli, le fresie e le begonie.
Il giardino è senza fiori oggi ma non voglio andarmene.
Non ancora.
E cammino.
Ci sono luci dentro le case, intravedo nuche che spuntano da divani, televisioni accese, un anziana signora su una poltrona e un marito e moglie che entrano nella chiesa spiritualista.
Li rincorro.
Mi vedono e sorridono.
L’uomo è molto anziano.
Glielo chiedo o non glielo chiedo?
Glielo chiedo.
“Mi scusi lei vive qui?”
“Si.”
“Lei crede agli spiriti?”
Sorride.
“Certo che ci credo.”
“E se una bambina muore a pochi mesi di vita. Il suo spirito si è gia’ formato?”
“Si. E se il suo corpo muore, il suo spirito invece continua a crescere.”
Grazie.
Esco dalla chiesa, ma prima fotografo un quadro raffigurante una casetta sotto la neve.
Torno per le stradine deserte.
C’è un tempio all’aperto. Poi una stradina che porta verso un lago. E angeli dappertutto.
E dentro di me porto il ricordo di Giorgio.
Ogni passo che faccio penso che lo fece anche lui, quello che guardo penso che anche lui lo vide, e gli parlo camminando come se fosse li.
Poi torno al van, metto in moto e me ne vado da Lily Dale.
Guardo dallo specchietto retrovisore il cancello allontanarsi.
Poi sposto lo sguardo sui miei occhi riflessi nello specchietto e vedo gli occhi mio padre che mi guardano.
Benedetta Lily Dale.
Sono le dieci meno venti di sera, scrivo da uno Starbucks dalla citta di Eire in Pennsylvania.
Oggi ho visto cose bellissime, per voglia e per caso.
Mi accorsi che il serbatoio della benzina era vuoto mentre passavo per caso accanto alla città di Angelica.
Esco dalla 86 sulla sinistra c’è il benzinaio, ma prima di arrivare vedo un cartello indicarmi che andando a destra sarei arrivato al vecchio centro cittadino.
Come sarà la citta di Angelica?
Faccio benzina e vado a vedere.
Una grande piazza con un piccolo parco giochi mi introduce alla Main Street, e attorno ci sono solo io e case che sembrano uscite dalla favola di Hansel e Gretel.
Mi aggiro guardando le finestre semichiuse come un cacciatore di sguardi furtivi.
Mi basterebbe un occhio che spunta da una tenda, o un gatto che rientra velocemente in casa.
Ed invece nulla.
Siamo io e la città.
Finisce che comincio a parlarci con Angelica.
Vorrei chiederle perchè è cosi’ sola.
Certo non è piu’ giovane, le sue case sono consumate, le sue vie sono di un asfalto piu’ rugoso del solito, e persino il suo parco giochi e tristemente deserto.
La immagino con la neve e le luci di Natale, o d’estate con gli alberi che esplodono di verde, la immagino di domenica vestita a festa, Angelica oggi è triste e mi guarda dispiaciuta di non poter mostrare il suo tempo migliore.
Lei non sa che mi piace cosi’.
Io amo le strade deserte, le case che sembrano abbandonate, i negozi chiusi che ti chiedi se hanno mai aperto, amo quella malinconia che riempie l’aria di ricordi.
Sono stato ad Angelica il tempo di abbracciarla e di fotografarla poi me ne sono andato verso Ovest, sentivo la sua voce chiedermi:
Ritornerai?
Gli risposi che tornerò e mi fermerò a salutarla.
La prossima volta anche con il serbatoio pieno.
Oggi mi sono riconciliato con la specie umana.
Ed è bastato entrare nella fabbrica delle chitarre Martin & Co e guardare negli occhi quegli uomini che rendono possibile il miracolo del suonare.
Non avrei mai immaginato che dietro una chitarra ci fosse tutto quel lavoro e quella ricerca.
Oggi ho amato l’uomo per la sua capacità di creare strumenti che rendono possibile l’espressione creativa.
E la cosa meravigliosa è che la creatività non è solo lo scopo per cui lo strumento è costruito, la creatività esiste già nella costruzione dello strumento.
Devo ringraziare un cartello posto al lato della strada che mi avvertiva che se uscivo a Nazareth avrei trovato la fabbrica delle chitarre.
Ho pensato: Cazzo qui fanno le Martin….e non avendo appuntamenti lascio che sia il destino a gestire la mia agenda.
Guardavo le facce, gli sguardi di quei lavoratori chini su casse armoniche, a lucidare tastiere, ad incollare ponti e paraplettro, a fissare l’attaccatura del manico.
Un pezzo di legno che diventa quell’oggetto che da bambino sognavo con il naso attaccato alla vetrina del negozio di musica.
Una chitarra.
Oggi vedendola nascere mi sono sentito felice di essere un uomo, perchè se è vero che siamo circondati da brutti esempi di umanità a volte è necessario concentrarsi sulla bellezza che nasce dalle nostre mani, dal nostro cervello e dalla nostra anima per capire che non tutto è perduto.
Quanto ci piace sognare a noi umani.
E tra i sogni c’è quello di immaginare di avere un’anima selvaggia che riconduciamo al nostro animale totem.
Lui è un delfino, quell’altro vuole essere un’aquila, Lei si crede una leonessa ed io, io ho sempre pensato che se fossi stato una bestia sarei stato un lupo.
Ed è per questo che oggi andando al Wolf Sanctuary a Lititz in Pennsylvania ero emozionato.
Arrivo e quando vedono che sono con due cani mi fanno parcheggiare il van fuori dal “Santuario”, i lupi sentono gli odori a cinque chilometri di distanza e non è opportuno che sentano l’odore di Baby e Jack.
Poi, dopo essere scivolato su una rampa di legno bagnata dalla pioggia, pago 12 Dollari e comincio il giro.
I lupi sono divisi per branchi, ogni branco ha il suo lupo alfa, cioè il boss del gruppo.
E’ necessario che i vari gruppi non si incontrino mai altrimenti sarebbero battaglie mortali.
Poi ne vedo uno da solo.
Si chiama Geronimo.
E’ un lupo cieco.
Geronimo non puo’ stare con gli altri, i lupi hanno una regola che non trasgrediscono mai.
Il lupo malato o troppo vecchio va abbandonato o ucciso, la sua malattia o la sua vecchiaia sarebbero solo d’intralcio alla sopravvivenza di tutti gli altri.
Geronimo con la zampa batte contro il recinto in ferro, sente che ci siamo avvicinati e vuole attirare l’attenzione.
Sa perfettamente come evitare gli alberi, le rocce e altri ostacoli, ha memorizzato il suo spazio e si muove come se ci vedesse.
Ma a differenza degli altri continua a fare di tutto per attirare la nostra attenzione.
Chi non vede ha paura di non essere veduto.
Chi non vede ha paura di non essere veduto.
Accade anche a chi non ha perso la vista ma è troppo distratto per accorgersi degli altri.
La visita dura un ora, poi torno verso il van.
Entro e vedo Baby e Jack, dopo un ora con i lupi mi fanno una tenerezza enorme.
“Ragazzi questa volta è andata cosi’, a te Jack ti hanno fatto Bouledogue Francese scoreggione, e a te Baby una Stafford che assomiglia a un comodino. Ma secondo me la prossima volta vi andrà meglio. Già vi vedo lupi.”
Non è facile. Non è per un cazzo facile. Sopratutto ricominciare.
Ho ritirato il van e come temevo non si metteva in moto, ho comprato una nuova batteria, poi c’erano problemi con la trasmissione che spero di aver risolto.
Sono sulla strada verso la Pennsylvania.
Ho cambiato di nuovo itinerario, non ho abbastanza certezze sul motore del Van per permettermi di allungare la strada.
Vado verso Ovest, a questo punto non pianifico piu’ nulla, e l’unica certezza è che devo arrivare a Yellowstone.
Mi sento dannatamente solo, perchè sono dannatamente solo, in un enorme autogrill vicino a Princeton.
Domani forse andro’ a vedere una cosa bellissima ma preferisco non parlarne oggi.
Stefano mi scrive: Stay strong.
Staro’ strong.
Del resto mica me lo ordina il medico di buttarmi in queste storie, quindi se mi lamento mi sento un imbecille.
Cerco storie, persone, luoghi e viaggio col timore che il motore del van mi lasci, penso alle pizze di Berceto, a Saint Vincent, a mia madre e a mio fratello e mi vengono gli occhi lucidi.
Non sono forte per un cazzo e quando guardo i i miei due cani mi dispiace l’idea di sottoporli a questi continui spostamenti.
A volte sembrano felici, a volte mi guardano come per chiedermi: Perchè?
Mi dico che questo è il mio lavoro.
Non mi convince molto come scusa.
Ci si stufa di se stessi.
Si pensa a tante cose, discuto con me stesso e spesso mi do torto.
Oggi comunque è stata una giornata speciale.
Ho comunicato dopo tantissimi anni con una ragazza che amai al tempo del liceo, mi era sempre rimasta nel cuore ma non ho mai avuto il coraggio di risentirla.
Se fosse andata diversamente oggi io e lei avremmo una figlia di 34 anni.
E a questa figlia penso spesso, a volte mi sembra di averla seduta sulla mia spalla che mi indica la strada, una specie di piccola Wendy per un Peter Pan con troppe rughe.
Ve bene. Siamo solo all’inizio.
Compro due bottiglie d’acqua, due ricariche di gas per il fornelletto e mi metto in marcia.
A domani.
Se non sai cosa scrivere non scrivere un cazzo. Non c’è bisogno di spiegare sempre qualcosa. A volte si puo’ anche ammettere di non avere nulla da dire.
L’alba non la caga nessuno.
Sono tutti impegnati a vedere il tramonto.
Ieri mattina alle cinque camminavo per New York mentre faceva luce e in giro c’erano solo barboni, maratoneti insonni, poliziotti, cartacce rotolanti sul cemento e il vuoto.
Mi ricordava un teatro semivuoto che assisteva assonnato alla infinitesima replica della commedia intitolata:
Il ritorno.
Niente a che vedere col successo planetario della commedia che il tramonto porta in scena ogni sera.
Lo spettacolo di un addio che termina con la sala che rimane al buio e uno scroscio di applausi.
Dicono che l’Alba abbia minacciato il suicidio parecchie volte incapace di comprendere come mai gli umani non si degnino nemmeno di fotografarla, solo qualche critico minore ha trovato nella sua rappresentazione un lampo di genio.
E quei pochi critici le hanno salvato la vita insieme a uno psicanalista di New York che le ha prescritto del Prozac e una serie di sedute che hanno convinto l’Alba che senza di lei il Tramonto non sarebbe mai esistito.
Sono le 5 e 52, lo spettacolo è finito.
La luce è arrivata e me ne torno a dormire.
Nessun taxi in giro. Me la faro’ a piedi.
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