Nell’atrio

Ascoltando Jacqueline Du Prè
Nell’atrio è rimasto un pianoforte, dalla porta socchiusa si intravede il bianco della nevicata scesa durante la notte.
Il lampadario ha 36 lampadine di cui solo tre che si accendono. Il padrone di casa scende in vestaglia le scale, attraversa la stanza e chiude il portone provando un brivido di freddo.
Poi si siede al pianoforte e non suona.
Dalla tasca della vestaglia tira fuori una sigaretta e un accendino.
Fuma e pensa.
La solitudine costringe a riflettere sui propri pensieri, te li mostra nudi come bambini appena estratti dall’utero, con quello sguardo implorante salvezza e latte.
La madre ha il viso di una donna che suona un violoncello in maniera divina.
Cosi’ divina che nessuna religione la merita.
Cosi’ divina che quando le sue mani cominciarono a perdere sensibilità la malattia apparve come la vendetta di un Dio capace di creare la materia ma completamente negato nel creare l’arte.
Scientificamente parlando si chiama sclerosi multipla, non si ferma nemmeno di fronte alla musica, ma la musica si arrende di fronte a lei.
L’uomo finisce di fumare. Si alza dal pianoforte.
Sale le scale.
I suoi pensieri lo seguono come cani che hanno annusato la presenza di un osso nella tasca del padrone.
Prova a correre per seminarli.
Non ci riesce.
Poi si guarda in tasca. Afferra l’osso e lo lancia nel corridoio.
I cani hanno ciò che desiderano e i pensieri si arrestano.
Si sdraia sul letto e senza pensieri lascia che lo sguardo esca dal soffitto indifferente alla dama di corte, alla serva di colore, alle domestiche, al pavone e persino a una dozzina di putti.
Solo la musica.
Solo.
Guido Prussia

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