Il giorno prima

Il giorno prima

Il giorno prima di partire siamo usciti con l’intenzione di non tornare a casa, andare direttamente all’aeroporto e poi dormire in aereo.
Alle tre e mezza di notte passeggiavamo per le vie del centro e ci siamo fermati di fronte al Duomo di Milano cercando di capire a cosa stesse pensando dio quando creo’ l’amore.
Pensava a un fiore, mi hai detto.
Il fiore appassisce. Risposi.
Mi hai guardato con quegli occhi che mi fanno diventare un coglione e hai detto:
“Se a vida lhe der um limão, faça dele uma Caipirinha”
(se la vita ti dà un limone tu fanne una Caipirinha)
Mi hai fatto ridere, ma cosi’ tanto che non riuscivo a smettere, ti ho chiesto di baciarmi.
Perche?
Baciami.
Perchè?
Perchè se no non la smetto piu’ di ridere e dicono che si possa morire dal ridere.
Quindi devo salvarti la vita?
Si, e fallo prima che sia troppo tardi.
Mi hai baciato sotto la statua di San Bartolomeo che si copre gli occhi per non vedere la Maddalena.
Poi mi hai guardato e mi hai detto:
Me ne devi una.
Di cosa?
Di vita.
Sono ancora in debito.
Guido Prussia

 

Scrivere

Scrivere

Scrivere
Mi serve per esorcizzare
Il dolore
Alcool sulla ferita
Soffio sul taglio
Staccare la crosta
Dura sulla pelle
Per allargare la cicatrice.
Devo scrivere
Come se sputassi il sangue rappreso
Come se avessi un cattivo sapore in bocca
Devo scrivere per eliminare le scorie
Dell’inutile regalo.
Devo scrivere
Per esorcizzare
L’angelo che non esiste.
Sono una formica che cerca disperatamente di galleggiare
Nel lavandino pieno d’acqua
Di una donna che ha appena finito di farsi il trucco.
Ma galleggiare è impossibile
E la donna è troppo presa dal suo mascara
Per cercare di salvarmi.
Maledetto mondo
Che mi ha portato fin quaggiu’
Senza dirmi nulla.
Esorcizzare il male,
Scriverlo,
Rifletterlo
Ed infine rinascere.
E nell’attesa
Accarezzare il tempo
Come fosse il collo di pelliccia
Di una vegana pentita
Che si abbuffa di carne
Umana.
Sappiamo perfettamente
Come andrà a finire
Ma prima di riportarmi a casa
Appoggia il tuo culo sul ferro arruginito
Delle mie catene
E accetta il bacio del condannato
Poi rimani con la voglia repressa
Di una puttana bigotta
Mentre mi guardi andare via
Senza che ti dia la soddisfazione
Dell’ultimo sguardo.
Guido Prussia

Metal Box

Metal Box

(il passato spunta da una scatola in metallo vintage come un pagliaccio a molla che non resiste al giro di manovella, e tu non puoi farci nulla se non sorridere)
Esiste un momento sospeso nel vuoto, un attimo di tempo che cammina sul filo come un equilibrista ubriaco.
Esiste un attimo in cui la coscienza si arroga il diritto dell’eterno.
Come se un illuminazione improvvisa ci mostrasse il perché di tutte le cose.
Un equazione matematica che dimostri in maniera indiscutibile che l’anima è un centro di energia capace di resistere al tempo e allo spazio.
Spunterebbe un sorriso, simbolo di rilassamento, finalmente poter godersi in pace questo soffio che non si sa da dove viene e dove va.
Mentre il passato è sempre qui vicino a me, come una presenza silenziosa capace di assordare.
Sento il suo respiro che mi ricorda il sussurro del legno che brucia.
Guido Prussia

Message in a bottle

Message in a bottle

L’ultima bottiglia prevede che se ne abbia una cura particolare.
E dopo averla bevuta potremmo usarla per spedire un messaggio.
Potremmo spiegare le nostre coordinate sperando di essere salvati.
Potremmo scrivere coordinate false per evitare che qualcuno scopra la nostra isola.
Potremmo tracciare una mappa del tesoro falsa per il gusto di pensare che qualcuno impazzirà nel cercare di scoprire un tesoro che non esiste.
O potremmo riempirla di conchiglie e vederla affogare, fare ipotesi su quanto tempo il tempo impiegherà a liberarle.
O forse la potremmo usare per conservare i semi di quella pianta che ci ha fatto ombra sotto il sole bruciante di mezzogiorno.
Potrei riempirla di sabbia, capolgerla e ricominciare a misurare il tempo.
Potrei far crescere al suo interno un minuscolo giardino, un minuscolo universo che trasformi la mia isola in un immenso pianeta.
Guido Prussia

La mitica assenza

La mitica assenza

La mitica assenza
del tutto,
in un pieno di cose
che non c’era lo spazio per nulla
e poi
l’abisso che cadendo rovina
su se stesso.
All’inizio non si sapeva cosa
ci fosse stato prima.
Prima dello zero.
Ora il pieno si diffonde
Nella mancanza di aria
E di respiri
La verità si manifesta
Per attimi senza che l’attimo
Possa essere colto
Vittima anch’io del non sapere
Consapevole come una gallina sull’uovo.
Sto cercando materiali
Ferro
Oro
Argento
Terra
Carne
Fuoco
Acqua
Materia
Per sentirne la densità
La densità è vita
La sensibilità che vive
Sentendo.
L’Io
Per quanto interessi l’Io
È rimasto aggrappato
Ad un chiodo nella stanza del fantasma
Che dice di aver raggiunto la torre
Senza bisogno di fare le scale.
Il divino barcolla
E tutti lo guardano
Senza capire se sia bene o male.
La piattaforma sulla quale camminiamo
È densa come il fumo
Delle sigarette.
Le illusioni giocano
A dipingere quadri essenziali
Dal valore di vita o di morte.
L’amore scivola come una biglia d’acciaio
Facendo saltare birilli
Senza pietà, con il solo pudore
Di non guardarsi mai indietro.
Vorrei
Per un attimo vorrei
La considerazione della zanzara
Tra le gambe degli ospiti di quella
Cena in campagna
In quella notte d’agosto.
Vorrei lo schiaffo
Che cerca d’uccidermi
Mentre succhio il sangue
Di qualche sconosciuta
Appassionata di dolci.
La gente parla
Sempre
Giudizi come bolle di sapone
Che si spaccano sul muso dei bambini
Che increduli guardano verso l’alto
Aspettando altre bolle
Da far fuori.
Navigando
Come marinai
Banalmente
A caccia di balene.
Sicuri di essere forti
Noi sulla barca e loro in acqua.
Noi con il fiato
Loro con il collo
Che spuma dall’acqua.
Mirare
Tirare
Uccidere
Sopravvivenza
Logica
Star bene.
Le dita
Che puntano l’orizzonte
In cerca di qualche paradiso
Ma i paradisi sono tutti in fondo al mare
E non sappiamo
Non abbiamo ancora imparato a respirare nell’acqua.
La gente confonde i deliri con le illuminazioni
Confonde il cielo
Con uno sfondo
Lo sfondo con il cielo
La luna con una moneta.
La moneta tra le dita salta di mano
In mano
Esaudendo i desideri
Aspettando che i desideri ingrandiscano
E la moneta
Non basti piu’
E finalmente trovi
Compagnia.
La birra scorre a fiumi
Annebbia
Meno male
La barca puo’ anche buttare l’ancora
In quel porto illuminato dalle piccole luci
A cera
Del passato.
Ditemi
Il gusto del non capire
Io lo so
Il gusto di non cercare spiegazioni
Ragioni
Soluzioni
Semplicemente dare tutta la colpa
Al caso
Casualmente.
Mi ricordo
Di una pietra che rimbalzava
Sull’acqua
Non ricordo quanti rimbalzi
Ricordo la notte
Magica
Perché nera
Capace di nascondere ogni trucco
Per gioco.
Perché non trovo spiegazione
In questo avvicendarsi di luce e buio
Follia e ragionevolezza
Ma ci navigo
Ci nuoto
Cercando di raggiungere quella boa laggiu’.
Tra poco torno.
Eccomi qua.
Rimpinzato di carne.
Collegamento.
Un momento di buio
L’attesa della connessione.
Un cane che cammina a caccia del padrone
In una prateria color ocra
Forse confusa tra i ricordi
Provenienti
Da qualche avo
Che è terra e geni tra i miei geni.
Il dividersi
Tra la morte
E i propri discendenti
Condannandoli ai nostri difetti
Alle nostre paranoie.
Consapevolezza.
Chi sa non dice perché non ha certezze
Chi sa non giudica
Perché rimane in dubbio
Chi sa
Aspetta semplicemente che il suo sapere cessi
Per essere restituito alla verità.
Non so nulla degli Indiani Americani
Ma è come se sapessi tutto
Ho costruito la loro storia nella mia fantasia
Ed è una storia leggendaria.
Poi
Nella Monument Valley
Di fronte ad uno sguardo schifato di un pellerossa
Verso uno yankee
Rimango perplesso.
Lui non dimentica
Ma il rancore
Ha il senso della sconfitta.
La seconda sconfitta.
L’importante è che la strada porti da qualche parte
Verso un letto
Ed un bagno
Per pulirsi l’essenziale e mettere a riposo il corpo.
Non si muove nulla
Siate certi
Tutto rimane immobile o quasi
Stesso quadro
Stesso sfondo
Stessa cornice
Forse la stanchezza negli occhi
La voglia di un caffè e di rimettersi in viaggio.
Ma attorno è tutto come prima.
Perché il mondo rimane immobile di fronte ai nostri cambiamenti.
Il sorriso
La tristezza
Un uomo che zoppica
Uno che corre
Qualcuno che non trova piu’ il portafogli
Qualcuno che non trova più se stesso.
Attorno quanta gente
Troppo uguale
A noi
Per farci rimanere impassibili di fronte
A questa moltitudine di problemi.
Non serve a nulla
Quindi sarebbe meglio chiuderla cosi’.
Non mi da soddisfazione
Forse
Perché non c’è destinatario
Per questa lettera.
Ma la spinta proviene
Da quella parte
Che non si cura delle ispirazioni
E delle voglie
Io impresto le dita
Almeno fino a quando non mi sarò
Rotto di questa stupida consolazione.
La duplicità si manifesta
Ne prendo atto.
Al di là
Ci sono uomini
E donne
Gli stessi di sempre
Io cerco semplicemente una conferma
Che la ricerca si concluda
Con il ritrovamento delle proprie radici.
Ma le radici che c’entrano
Non essendo noi alberi.
Le similitudini
Quelle servono a comprendere e a confondersi.
Lasciatemi al largo da qualsiasi approdo.
Guido Prussia

1980

1980

Volavo sotto le gradinate del palasport la sera del 17 Dicembre 1980 mentre Francesco Guccini cantava l’avvelenata e io trovai il coraggio di baciarti per la prima volta.
Eri la mia prima ragazza.
Non sapevo nulla, ero cosi’ ignorante che la prima volta che vidi il tuo seno rimasi cosi’ stupito dalla sua bellezza che per la prima volta dubitai dell’inesistenza di Dio.
Abitavi nella via piu’ ripida di Genova, naturalmente l’ultima casa in cima sulla sinistra, arrivavo a piedi con il fiatone.
Stavi al settimo piano.
L’ascensore faceva quei sette piani con una lentezza esasperante, poi tua madre mi apriva e mi diceva:
“Alessandra ti aspetta in camera. Non chiudetevi dentro.”
“Va bene signora.” Rispondevo.
Meno male che tuo padre era comandante su qualche nave e non c’era mai.
Sempre pensato fosse piu’ facile addolcire una madre che un padre.
Ti conquistai con un atto di teppismo.
Eravamo in una scuola di recupero che ci costringeva al doposcuola, tu non avevi voglia di farti quel pomeriggio a scuola e io ti promisi che non l’avresti fatto.
Presi della carta igienica e tappai il buco dei lavabi dei bagni e poi aprii i rubinetti.
Mezz’ora dopo la scuola era allagata e ci fecero tornare a casa.
La prima cosa che tu mi dicesti fu:
“Sei un pazzo.”
La seconda cosa:
“Andiamo a vedere Guccini?”
Ne io ne te avevamo mai fatto l’amore.
Ci addestrammo per qualche mese sfiorandoci e toccandoci.
L’occasione della prima volta arrivo’ quando tu rubasti le chiavi della tua casa di campagna.
Si trovava in una piccola frazione di Busalla chiamata Vaccarezza, il modo migliore per arrivarci era prendere il trenino Genova- Casella.
Quando arrivammo c’era un temporale.
Sedevamo in cucina con la finestra aperta quando un lampo entrò dalla finestra e si scarico su una pentola di rame attaccata al soffitto.
Fece un botto tremendo e ci rifugiammo in camera da letto.
Ci spogliammo e per la prima volta ci ritrovammo nudi sotto le coperte in un letto.
E facemmo l’amore scoprendo insieme il significato del verbo “fare l’amore”.
A te dava fastidio che io fossi di origini borghesi, da buona teen ager rivoluzionaria provavi dei sensi di colpa a stare con un “figlio di papa’”, poi ti addolcivi quando capivi che erano piu’ i giorni in cui scappavo di casa di quelli in cui tornavo.
I nostri luoghi preferiti erano i giardini di plastica, la panda di tua sorella che lei lasciava sempre aperta, i treni che portavano in riviera e una serra di cui avevamo le chiavi e potevamo chiuderci dentro senza che nessuno venisse a rompere i coglioni.
Poi venne l’estate.
Io venni a trovarti a Vaccarezza prima di andare a Berceto dove avrei passato luglio e agosto.
Due mesi senza vederci. Era una tragedia.
Ti salutai e tu mi presentasti i tuoi amici della campagna tra cui un tipo sulla trentina con capelli rossi e una barba rossa che sembrava uscito da una foto segnaletica.
Ci telefonavamo quando era possibile.
Tu mi scrivesti lettere in cui mi giuravi che non vedevi l’ora di rivedermi.
Poi a settembre ci ritrovammo, ero cosi’ felice che pensai di ridefinire il significato di felicità.
E qualche minuto dopo ero cosi’ triste che ridefinii il concetto di tristezza.
Ti eri fidanzata col tipo con la barba rossa, io ti chiesi come facevi a stare con un vecchio di trent’anni.
Tu rispondesti che lui aveva una coscienza di classe che io non avrei mai avuto.
“Coscienza di classe”. Non ho mai capito cosa cazzo volesse dire.
Passai il pomeriggio chiuso in bagno, sdraiato vestito nella vasca a piangere.
Ed è cosi’ che finii’ il primo amore della mia vita.
Convinto che fosse il primo e l’ultimo.
Ieri con la testa di oggi avrei ceduto a Marta che quell’estate mi chiese di fidanzarmi con lei, e alla quale dissi di no per rimanerti fedele.
Ieri con la testa di oggi avrei capito subito che quello stronzo con la barba avrebbe usato il suo aspetto da rivoluzionario per portarti a letto.
Ieri con la testa di oggi non appena tu mi avresti parlato di “coscienza di classe” sarebbe partito un vaffanculo a te e alla coscienza di classe.
Ieri con la testa di oggi di fronte al tuo seno meraviglioso sarei rimasto ugualmente stupito dubitando ancora dell’inesistenza di Dio.
Non mi manca l’essere giovane, mi manca quella voglia che avevo di sfidare chiunque provasse a convincermi che la vita era un gioco per adulti dove le regole servivano solo e indebolire chi fosse stato cosi’ stupido da volerle seguire.

In chi crede chi crede in Dio?

In chi crede chi crede in Dio?

Una gentile anziana signora che abita nella casa di fronte esce dalla chiesa con un ramo di ulivo in mano.
Mi incrocia e mi chiede come mai io non avessi il mio ramo d’ulivo.
E prima che potessi rispondere mi dice:
Dopo passo e ti lascio un ramo d’ulivo. Non puoi non averlo.
E si allontana sorridendo.
Non ricordo il significato del ramoscello d’ulivo nonostante sia andato a scuola dai preti per 15 anni, ma l’offerta della gentile signora mi ha fatto sorgere una domanda.
In cosa crede chi crede in Dio?
O meglio.
In chi crede chi crede in Dio?
La mia difficoltà è sempre stata quella di identificare il concetto di divino. Proprio non mi riesce, non so a chi o a cosa associare l’idea di Dio.
Ma se provassi ad identificarmi nell’anziana signora?
Quel ramo d’Ulivo probabilmente è un simbolo di qualcosa.
Mi informo e scopro che significa diverse cose, per i Greci era un simbolo di pace, per i Romani era simbolo insigne per uomini illustri, per gli Ebrei simbolo di giustizia e sapienza, nella religione cristiana dopo il diluvio una colomba portò un ramoscello di ulivo a Noè per annunciare che terra e cielo si erano riconciliati.
E divenne simbolo di rigenerazione e di pace.
Nella festa delle palme l’ulivo rappresenta Gesu’ Cristo che con il suo sacrificio diventa uno strumento di riconciliazione.
Direi che tutta questa simbologia dovrebbe convincermi, se non altro per scaramanzia, a procurarmi un rametto d’ulivo.
Eppure…
Non riesco a fare a meno dal considerare un ulivo semplicemente un ulivo.
Anzi.
Tutti questi significati mi ricordano una gabbia all’interno della quale il povero ulivo si dimena per liberarsi da tutte queste responsabilità.
Questo è il mio problema.
Scorgere nella simbologia una gabbia all’interno della quale vengono imprigionate piante, animali, numeri e pietre.
Gabbie ad uso e consumo della superstizione umana.
E anche Dio lo vedo dimenarsi all’interno di una segreta nel Castello d’If.
Vittima innocente di una congiura che mira al raggiungimento di una speranza di felicità da parte di uomini incapaci di accontentarsi di cio’ che il destino ha riservato loro.
Ma a questo punto lo devo ammettere.
Contraddicendomi.
Dio esiste.
Rinchiuso in quella cella, protetto da guardie armate, nutrito a pane ed acqua, nessuno piu’ crede alla sua innocenza.
Lui stesso comincia ad esserne dubbioso.
Quando la colpa non merita la condanna prima o poi sarà la condanna a meritarsi una colpa.
Le porte della chiesa si aprirono.
Ne uscirono decine di fedeli con un sorriso ebete sulla faccia.
Io li guardai e mi sembrarono carcerieri appena usciti da una visita di cortesia al loro prigioniero.
Aspettai che tutti furono usciti ed entrai furtivamente.
C’era silenzio.
Andai dritto seguendo l’istinto fino a trovarmi di fronte l’uomo in croce.
Lo guardai ma lui guardava oltre e non si accorse di me.
Era chiaramente un avvertimento su cio’ che puo’ accadere a chi cerca di salvare il mondo, paradossale che il carnefice spacci la sua vittima per eroe.
Un esempio illuminante di propaganda senza scrupoli.
Nel silenzio mi sembro’ di udire un respiro.
Proveniva dalla profonda estremità della navata.
Proviene da qua. C’è un piccolo buco sul pavimento.
Mi sdraio sulla pietra fredda e chiamo:
“C’è qualcuno?, C’è qualcuno laggiù?”
Il respiro si interrompe.
Poi riprende.
“C’è qualcuno?” Chiedo ancora.
“Come mai sei qua.” Risponde una voce.
“Sono qua per caso.”
“Nessuno viene qua per caso.”
Ha ragione. Non ero li per caso.
“Sono qua per capire.” Dissi.
“Sono innocente.” Rispose.
“ E di cosa ti accusano?”
“Sono innocente.” Ripeté.
“Chi sei?” Chiesi.
“Sono innocente, ma dove c’è una colpa c’è bisogno di un colpevole, e non dirò altro.”
E non disse altro.
Il suo respiro si fece lontano come se si fosse rifugiato nell’angolo estremo della sua cella.
Quando usci’ camminai per il paese, e vidi persone vestite bene in occasione della domenica.
Tutti sorridenti, mamme con i loro figli appena nati, nonni e nonne, fidanzati mano nella mano, un umanità festante che mangiava pasticcini, prendeva caffè, felici per la primavera appena arrivata, tutti col loro ramoscello di ulivo in mano.
Il mondo era bello in quell’angolo di mondo.
Felicemente al riparo dalla sofferenza altrui.
Come se l’innocenza fosse uno scudo capace di resistere ai proiettili della consapevolezza.
“Dove c’è una colpa c’è bisogno di un colpevole….” Mi disse.
Le porte della chiesa erano ancora spalancate.
Chiunque poteva entrare, chiunque ne aveva bisogno.
Si entra colpevoli e se ne esce innocenti.
Se vuoi essere assolto trova un colpevole.
La giustizia umana non vuole giustizia si accontenta di un prigioniero e di certo non si lascia impressionare dal fatto che questo prigioniero dica di chiamarsi “Dio”.
Guido Prussia