In chi crede chi crede in Dio?

Una gentile anziana signora che abita nella casa di fronte esce dalla chiesa con un ramo di ulivo in mano.
Mi incrocia e mi chiede come mai io non avessi il mio ramo d’ulivo.
E prima che potessi rispondere mi dice:
Dopo passo e ti lascio un ramo d’ulivo. Non puoi non averlo.
E si allontana sorridendo.
Non ricordo il significato del ramoscello d’ulivo nonostante sia andato a scuola dai preti per 15 anni, ma l’offerta della gentile signora mi ha fatto sorgere una domanda.
In cosa crede chi crede in Dio?
O meglio.
In chi crede chi crede in Dio?
La mia difficoltà è sempre stata quella di identificare il concetto di divino. Proprio non mi riesce, non so a chi o a cosa associare l’idea di Dio.
Ma se provassi ad identificarmi nell’anziana signora?
Quel ramo d’Ulivo probabilmente è un simbolo di qualcosa.
Mi informo e scopro che significa diverse cose, per i Greci era un simbolo di pace, per i Romani era simbolo insigne per uomini illustri, per gli Ebrei simbolo di giustizia e sapienza, nella religione cristiana dopo il diluvio una colomba portò un ramoscello di ulivo a Noè per annunciare che terra e cielo si erano riconciliati.
E divenne simbolo di rigenerazione e di pace.
Nella festa delle palme l’ulivo rappresenta Gesu’ Cristo che con il suo sacrificio diventa uno strumento di riconciliazione.
Direi che tutta questa simbologia dovrebbe convincermi, se non altro per scaramanzia, a procurarmi un rametto d’ulivo.
Eppure…
Non riesco a fare a meno dal considerare un ulivo semplicemente un ulivo.
Anzi.
Tutti questi significati mi ricordano una gabbia all’interno della quale il povero ulivo si dimena per liberarsi da tutte queste responsabilità.
Questo è il mio problema.
Scorgere nella simbologia una gabbia all’interno della quale vengono imprigionate piante, animali, numeri e pietre.
Gabbie ad uso e consumo della superstizione umana.
E anche Dio lo vedo dimenarsi all’interno di una segreta nel Castello d’If.
Vittima innocente di una congiura che mira al raggiungimento di una speranza di felicità da parte di uomini incapaci di accontentarsi di cio’ che il destino ha riservato loro.
Ma a questo punto lo devo ammettere.
Contraddicendomi.
Dio esiste.
Rinchiuso in quella cella, protetto da guardie armate, nutrito a pane ed acqua, nessuno piu’ crede alla sua innocenza.
Lui stesso comincia ad esserne dubbioso.
Quando la colpa non merita la condanna prima o poi sarà la condanna a meritarsi una colpa.
Le porte della chiesa si aprirono.
Ne uscirono decine di fedeli con un sorriso ebete sulla faccia.
Io li guardai e mi sembrarono carcerieri appena usciti da una visita di cortesia al loro prigioniero.
Aspettai che tutti furono usciti ed entrai furtivamente.
C’era silenzio.
Andai dritto seguendo l’istinto fino a trovarmi di fronte l’uomo in croce.
Lo guardai ma lui guardava oltre e non si accorse di me.
Era chiaramente un avvertimento su cio’ che puo’ accadere a chi cerca di salvare il mondo, paradossale che il carnefice spacci la sua vittima per eroe.
Un esempio illuminante di propaganda senza scrupoli.
Nel silenzio mi sembro’ di udire un respiro.
Proveniva dalla profonda estremità della navata.
Proviene da qua. C’è un piccolo buco sul pavimento.
Mi sdraio sulla pietra fredda e chiamo:
“C’è qualcuno?, C’è qualcuno laggiù?”
Il respiro si interrompe.
Poi riprende.
“C’è qualcuno?” Chiedo ancora.
“Come mai sei qua.” Risponde una voce.
“Sono qua per caso.”
“Nessuno viene qua per caso.”
Ha ragione. Non ero li per caso.
“Sono qua per capire.” Dissi.
“Sono innocente.” Rispose.
“ E di cosa ti accusano?”
“Sono innocente.” Ripeté.
“Chi sei?” Chiesi.
“Sono innocente, ma dove c’è una colpa c’è bisogno di un colpevole, e non dirò altro.”
E non disse altro.
Il suo respiro si fece lontano come se si fosse rifugiato nell’angolo estremo della sua cella.
Quando usci’ camminai per il paese, e vidi persone vestite bene in occasione della domenica.
Tutti sorridenti, mamme con i loro figli appena nati, nonni e nonne, fidanzati mano nella mano, un umanità festante che mangiava pasticcini, prendeva caffè, felici per la primavera appena arrivata, tutti col loro ramoscello di ulivo in mano.
Il mondo era bello in quell’angolo di mondo.
Felicemente al riparo dalla sofferenza altrui.
Come se l’innocenza fosse uno scudo capace di resistere ai proiettili della consapevolezza.
“Dove c’è una colpa c’è bisogno di un colpevole….” Mi disse.
Le porte della chiesa erano ancora spalancate.
Chiunque poteva entrare, chiunque ne aveva bisogno.
Si entra colpevoli e se ne esce innocenti.
Se vuoi essere assolto trova un colpevole.
La giustizia umana non vuole giustizia si accontenta di un prigioniero e di certo non si lascia impressionare dal fatto che questo prigioniero dica di chiamarsi “Dio”.
Guido Prussia

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