Da piccoli si hanno le idee chiare, si sa perfettamente con quale bambina si vorrebbe passare il resto della propria vita.
Nessun dubbio.
A me piaceva quella del primo banco centrale, si chiamava Cinzia e cercai di conquistarla condividendo con lei il panino della ricreazione.
Io ero seduto negli ultimi banchi e passavo le ore controllando quante volte si girasse verso di me.
Non si girava mai.
Ma era normale.
Non è che le cose belle si conquistano facilmente.
Questo l’avevo già capito.
La cosa piu’ bella di quell’amore è che non c’erano cose da fare.
Non bisognava baciarci, ne toccarci, a quell’età mica pensi al suo corpo, pensi solamente che è bellissima, e se qualcuno mi avesse chiesto: “perchè è bellissima?”.
Avrei risposto:
“Non lo so, ma lo è.”
Finita la scuola io salivo sulla macchina dei miei e lei saliva sulla macchina dei suoi, ogni giorno prendevamo direzioni differenti verso vite misteriose, la mia camera e la sua camera, mio padre e suo padre, quello che mangiava lei e quello che mangiavo io.
Adesso quando si parla d’amore io mi sento in imbarazzo.
Come se si parlasse di che tempo farà fra un anno o di quando gli alieni invaderanno la terra.
Non so da dove cominciare, pero’ mi viene in mente la felicità di quando vedevo Cinzia accettare la metà del mio panino.
Invidio quelli che ne sanno molto.
Quelli che amano da grandi. Quelli che sanno declinare il verbo amare in tutto le forme, dal passato al futuro con una strana predilezione per la forma interrogativa e per l’imperativo.
Io cerco di capire il segreto.
Li osservo.
Li guardo quando si abbracciano, quando si baciano, ci deve essere penso, una strategia, in questa santa alleanza.
E non capisco.
Ho solo un intuizione.
Le alleanze servono a sconfiggere nemici.
E chi possono essere questi nemici?
Forse la solitudine, forse la paura del futuro, forse le convenzioni sociali ed etiche.
Forse la paura di una memoria non condivisa, forse c’è bisogno di qualcuno o di qualcuna che ci convinca che siamo esistiti.
Ed è per questo che quando vedo la rappresentazione di un amore io mi commuovo come un coglione.
Mi commuove la mamma che abbraccia sua figlia, il marito che abbraccia la moglie, e il cane che corre verso il suo padrone.
Credo che a commuovermi sia il trovarmi di fronte a un sentimento di cui non so nulla.
Ho amato e sono stato amato, ma sempre con quel sospetto che si deve a uno sconosciuto.
Da piccolo però avevo le idee chiare.
Avrei passato la mia vita con Cinzia che aveva accettato la mia proposta di dividere la merenda.
Finite le elementari i genitori di Cinzia cambiarono città e lei cambio’ scuola.
Senza di lei potevo mangiare da solo tutto il mio panino, nonostante questo quando il panino finiva avevo piu’ fame di quando lo dividevo con lei.
Fosse questo l’amore?
Guido Prussia
La verità
È goccia sul vetro
La mano della bambina
La trasferisce sul suo polpastrello
E la succhia
Senza dissetarsi
Semplicemente rinfrescando
La lingua arsa.
Guido Prussia
Mi manca
La prova
Che tutto cio’
Che mi sta accadendo
Sia qualcosa di vero.
Mi manca
La controprova
Della tua opinione
Paragonata alla mia.
Mi manca
Quello spazio
Sotto le lenzuola
Che tu riempivi
Con il tuo corpo.
Mi manca
Il sorriso ingenuo
Del bambino
Che ha vinto
Una scommessa
Scommettendo
Su se stesso.
Mi manca
L’orizzonte aperto
Che concede innumerevoli
Vie di fuga.
Mi manca
Quella sensazione
Che il tempo
Non abbia mai fine.
Mi manca
Il poter pronunciare
Quella manciata di parole
Che girano intorno
Al sentimento amoroso
Quel mucchio disordinato
Di suoni
Che ti portavano
A colmare
La distanza
Fra me e te.
Mi manca
La musica ispirata
Da un intuizione.
Mi manca
Il cane in fondo al letto
E le fughe di notte
Che solo il cane conosceva.
Mi manca
La sigaretta del dopo cena
Quella che non faceva male
Perché non c’era scritto
Da nessuna parte.
Mi manca
Il dondolare sul materassino
In mezzo al mare
Con lo sguardo
All’altezza delle onde
E le onde che nascondevano
La spiaggia
Ed ero naufrago
Per fantasia.
Mi manca
La paura di mio padre
Che voleva salvarmi da tutto
Ed il mio coraggio
Che voleva essere messo alla prova
Ogni giorno.
Mi manca
La gioventu’ di mia madre
E le botte con mio fratello
Le partite di calcio
E l’autobus numero 33.
Mi manca
Quella collezione di amici
Con cui si parlava di ragazze
Come i pirati
Parlano
Di terre da conquistare
E tesori da nascondere.
Mi manca
Il sudore nelle mani
Che per la prima volta
Si allacciavano alle tue mani
E lo sfregare delle dita
Sui jeans
Per cercare di rendere
La pelle
Priva di emozioni visibili.
Mi manca
Il vecchio telefono
Casalingo
Che dovevi aspettare
E le attese
Per sentirti
Che rendevano indimenticabile il sentirti.
Mi manca
La timidezza della televisione
Che rese indimenticabile
La prima volta che vidi il tuo seno.
Mi manca
L’impegno politico
Disordinato
Scollegato
Da tutte le invidie
Legato
Alle idee
Acerbe
Di chi crede ancora
Che le idee
Si possano trasformare in ideali.
Mi manca
La voglia
Di disubbidire.
Mi manca
Tutto cio’ che il tempo
Ha corrotto
Non per colpa del tempo
Ma per l’ignobile uso
Che gli uomini hanno fatto
Di tutto questo tempo
Che è stato
E non sarà mai piu’.
Guido Prussia
Nella foto il mio van al tramonto dopo una delle tante, indimenticabili, giornate on the road.
(che torneranno presto)
Troppa luce.
Puoi per favore andare a spegnere la luce.
Ho voglia di stare da solo e la luce illumina quel tavolo pieno di cose.
Evitiamo le metafore, i giri di parole.
Prova a scrivere qualcosa che tutti possano capire.
Se non sanno di cosa accusarti ti accusano di essere solo.
E sei solo, inequivocabilmente, indubbiamente, inconfondibilmente.
L’alternativa ti si presenta crudele.
Bastarda immaginazione.
Nella casetta delle bambole ti metti sdraiato sul tappeto, giochi alle macchinine con tuo figlio, lei sta facendo qualcosa da mangiare.
Poi la sposti in bagno sotto la doccia, tu ti metti seduto alla scrivania con qualche foglio davanti, il bambino lo vesti con un pigiama e lo metti nel letto.
E dagli questa buonanotte.
Ma mi sento coglione a dare la buonanotte a un bambolotto.
Fregatene. Dagli la buonanotte.
Buonanotte.
Immaginate la mia faccia illuminata dal monitor e attorno buio, finestre aperte su una strada stretta di paese, i cani sul divano e cose.
Cose che riempiono lo spazio non riuscendo a riempire il tempo.
Vi è mai capitato di guardarvi allo specchio e di accusarvi di qualcosa?
Ritrovarvi giudici di voi stessi, con quell’indecisione se condannarvi o giustificarvi.
Sentire che il burattino che siete non ubbidisce piu’ ai vostri comandi.
E cercare con tutte le forze un motivo per quello che siete.
Fortunati i soldati.
Io sono un disertore.
Non decido di non farlo, non posso farlo.
Non decido di non essere, non posso esserlo.
Di notte mi addormento con la radio accesa ascoltando chiunque racconti qualcosa.
Se ho del silenzio da riempire lo riempio di storie fantastiche e non dormo piu’.
Ho bisogno di storie altrui per mettere a tacere le mie.
Ormai so che le mie storie non si avverano mai e immaginarle mi fa stare male.
Un attimo.
Perchè scrivo queste cose?
A chi le sto dicendo?
Chi cazzo sei tu che le stai leggendo?
Quanta voglia hai di abbracciarmi o di mandarmi a fare in culo?
Ti sto sul cazzo?
O ti faccio pena.
Fondamentalmente,
amo la parola “fondamentalmente”,
fondamentalmente scrivo per necessità, la stessa quotidiana necessità di bere, mangiare, andare in bagno e credere che non finirà mai sapendo perfettamente che finirà.
A volte con un punto .
A volte con un punto e virgola ;
A volte con una virgola ,
A volte senza niente
Guido Prussia
Il problema della razza è mal posto.
Richard Lewontin fu il primo genetista a smentire l’esistenza di differenti razze umane.
Ma fu anche lui a indicare l’esistenza di un altro tipo di razze, e sono quelle che risiedono nel cervello.
Ed è per questo che quando vedo dei tifosi di calcio darsi un sacco di botte io penso di non appartenere alla loro razza.
E lo stessa cosa mi viene in mente osservando gente che sgomma al semaforo o non si ferma alle strisce pedonali.
Non appartengo alla razza di chi pensa che l’amore sia possesso e non appartengo alla razza di chi non avendo idee si affida alle ideologie.
Attenzione.
Non mi ritengo superiore.
Semplicemente diverso.
Diciamo che scientificamente parlando io mi pongo nel gruppo “wild type” e cioè razza selvatica che ci differenzia dagli umani non presenti allo stato libero.
Ora il problema e’ che il gruppo “wild type” ama accoppiarsi con chi ha le sue stesse caratteristiche ed è per questo che sono in via d’estinzione e spesso si aggirano solitari come lupi in cerca di un nuovo branco.
No, non illudetevi che l’essere bianchi vi renda diversi dai neri, o l’essere gialli vi possa distinguere dai rossi.
Un nero cresciuto tra i bianchi è bianco, e un rosso cresciuto tra i gialli è un giallo.
Ma un lupo cresciuto tra i cani rimarrà sempre lupo.
L’importante è saperlo.
Se non guardate troppa televisione, se non amate i luoghi affollati, se vi fa paura perdere il controllo, se vi sentite soli, se quando in piedi fuori da un bar con un bicchiere in mano vi sembra di essere dei coglioni, se vi annoiate spesso, se vedete bene al buio e vi da fastidio la luce, se quando si parla d’amore vi chiedete di cosa si stia parlando, se avete sempre voglia di togliervi le scarpe, se provate un senso di protezione per cuccioli e per chi è piu’ debole di voi e se quando piove non usate l’ombrello non preoccupatevi.
Siete dei “wild type”.
Farete paura anche se non siete pericolosi.
Non hanno paura di voi, hanno paura di scoprire che esiste qualcosa di diverso da loro.
Guido Prussia
C’era qualcosa che tremava all’interno dello stomaco.
La paura che i gettoni non bastassero a dire tutto quello che si aveva in mente di dire.
La paura che la cabina fosse occupata.
Perché’ la voglia di parlarti era tanta, e soprattutto non si poteva chiamare dopo le nove e mezza.
Avessi trovato un chiacchierone rischiavo di rimanere senza le tue parole.
L’amore ai tempi del gettone era lo spazio in fondo all’autobus.
Con la testa appoggiata al vetro a guardarti mente mi allontanavo.
Nessun cellulare, nessuna fotografia a portata di mano, nessun messaggio da mandare tre secondi dopo averti lasciata, si fotografava con la mente, si mandavano messaggi col pensiero e che il pensiero dimenticava.
La memoria era l’unico hard disk su cui registrare le emozioni e la memoria ha quel grande merito di gestire i ricordi rimescolandoli come farebbe un abile cuoca.
Un pentolone dove rimestare il sapore di un bacio, il ricordo di uno sguardo, la sensazione delle tue mani nelle mie e milioni di promesse.
E la cuoca “memoria” ti sfornava una torta che ogni volta aveva un sapore diverso, un sapore meraviglioso di incertezze e passione, di sogni e bisogni, di tenerezza e paure di perdersi.
L’amore ai tempi del gettone erano corse in motorino per sorprenderti al tuo arrivo a casa, erano canzoni che si legavano al tempo e il tempo che si legava alle canzoni creando una navicella spazio temporale che ti permetteva di viaggiare nel passato semplicemente ascoltando un disco.
Se hai vent’anni farai fatica a capirmi, come si poteva vivere senza la possibilità di disdire un appuntamento all’ultimo momento tramite sms?
Come era possibile non aver la possibilità’ di sfogliare una galleria di immagini che mi rendesse certo di aver vissuto?
Come si poteva amare basandosi sulla fiducia di una promessa e non sul controllo a distanza tramite connessione ad alta velocità’?
Era possibile, come e’ stato possibile cercare l’acqua in un pozzo o il cibo in un branco di bisonti.
Era cosi’ possibile che sembra assurdo che in pochi anni l’uomo abbia scordato le sue abilita’ primitive.
L’amore ai tempi del gettone era la possibilità’ che i gettoni finissero e che tutto ciò’ che avrei voluto dirti rimanesse aggrappato a un ramo del tempo che sarebbe fiorito il giorno dopo.
Guido Prussia
Spegne la luce.
In mezzo alla stanza c’è una scrivania e una sedia illuminate di taglio dall’insegna del negozio di fronte.
Si siede.
Apre un cassetto.
Estrae una lettera scritta a mano sulla quale è scritto:
Stavo andando al fiume, era mattina presto, mi sono tolta i jeans e la shirt e senza pensarci molto mi sono buttata.
Avevo voglia di nuotare.
Faceva caldo ma l’acqua era fredda.
Nuotai sfidando la corrente fino ad arrivare ad afferrare il ramo di un albero bloccato tra due rocce.
Smisi di nuotare, la corrente mi teneva a galla, la presa mi teneva ferma.
E rimasi cosi’ per non so quanto tempo.
Mi scorrevano di fianco pesci color argento e foglie di mille colori.
E resistendo passivamente alla corrente cominciai a pensare a te.
Te che avresti indossato qualsiasi maschera pur di non mostrare quella necessità di essere trovato.
In una foresta saresti stato un albero, in una spiaggia ti saresti travestito da scoglio, in quel bar sembravi una bottiglia dimenticata a metà.
Io odio i bar.
Entrai cercando una spiegazione alla mancanza di benzinai aperti nel giro di cinquanta miglia.
Il barista mi disse: provi col whisky.
Alberi, scogli e nemmeno bottiglie dimenticate a metà sorridono, tu si.
Fu la prima volta che venni a sapere che esistevi.
Mi salvasti. La prima di tante volte.
Avevi una tanica di benzina sul tuo van, e io ero a secco.
Da cosa scappi? Mi hai chiesto.
Io non scappo. Ti risposi.
So riconoscere chi non ha una direzione.
E io rimasi in silenzio, fino al momento di dirti:
Grazie.
e
Come fai a riconoscere chi non sa dove andare?
Chi non sa dove andare ha un nastro che le lega i capelli e il nodo si puo’ sciogliere con una mano sola.
Ti sei avvicinato hai afferrato il nastro e lo hai sciolto usando due dita.
Liberi.
Ricordo come fosse ora. Hai detto.
Liberi.
Ho imparato che la vita cambia come si spegne una lampadina. O si accende.
Tra il buio e la luce non c’è spazio di pensare.
Non è trovare ciò che si cercava.
E’ avere di fronte ciò che si sarebbe dovuto cercare e di cui si ignorava l’esistenza.
La tua esistenza mi ha sconvolto.
Ero come una bambina meravigliata dall’assaggiare per la prima volta quello che sarà per sempre il suo cibo preferito.
Pensavo a tutto questo mentre galleggiavo e sentivo nell’aria l’odore di legna bruciata.
Ho voluto scrivertelo perché tu sappia che da qualche parte in un determinato momento c’è stata una donna che ha pensato a te come l’uomo che ha finalmente dato un senso alla sua vita
Finirà.
Perché tutto finisce.
Anche le mie mani hanno dovuto lasciare il ramo e mi sono trovata in balia della corrente.
Nuotai, raggiunsi verso la riva, e mi incamminai verso casa.
Ricordati.
Qualsiasi cosa succeda.
Nuota, trova la riva e incamminati verso casa.
Io sono a letto. Cosa stai facendo?
Stavo rileggendo la tua lettera.
Ti piace quella lettera.
Molto.
Sai che è tutto vero?
Per questo mi piace.
Prima di venire a letto mi prendi per favore il libro che ho lasciato sul divano.
Guido Prussia
L’anziano guardò negli occhi il bambino e gli disse:
“Quanta verità riesci a sopportare?”
Il bambino abbassò lo sguardo e rispose:
“Non lo so.”
Lui prese una pietra da terra e gliela mise in mano.
“Pesa?” gli chiese.
“No.” Rispose.
Prese la pietra e la mise di fronte a un piccolo buco nel terreno coprendolo.
“Ora quelle formiche non possono piu’ uscire. Sono in trappola. Ed è bastata una piccola pietra.”
Il bambino non capiva.
“Liberale.” Gli disse.
Il bambino si abbasso’, raccolse la piccola pietra e la gettò via.
“Non ti è costata molta fatica fare quello che mille formiche non sarebbero riuscite a fare.”
“Quanta verità riesci a sopportare?” Gli chiese di nuovo.
“Quella che basta a sentirmi libero.” Rispose il bambino.
Ascolta:
“Amerai e potrà capitare che dovrai abbandonare ciò che ami.
Ti sentirai in colpa per questo,e non sarai capace di trovarti un alibi.
Potrai salvare persone, animali e anche cose ma loro lo dimenticheranno.
Ti sentirai inutile come una penna che ha finito l’inchiostro, e le tue parole saranno segni indecifrabili su fogli di pietra.
Sentirai il peso della sofferenza degli altri sentendoti in debito per la tua salute.
Un debito senza creditore che ti farà nascere sensi di colpa.
Avrai voglia di essere amato e costruirai nella fantasia parole, volti, e carezze e le farai recitare ad attori consumati nell’arte di compiacerti ma incapaci di riconoscerti.
Il tuo cane ti morirà tra le braccia.
Parlando con tua madre sentirai la voce di tuo padre urlare da lontano: “Salutamelo”.
E sarà l’ultima volta che udirai la voce di tuo padre.
Ti commuoverai e ti chiederai sempre se è solo una questione scientifica legata a quel cazzo di sistema limbico, o se dietro quella commozione c’è l’anima di un uomo.
Ti sentirai inutile come un lampo davanti a un cieco o un tuono nelle orecchie di un sordo, e crollerai sulle ginocchia chiedendo perdono per colpe che non hai commesso.
Sarai tentato di cedere alla necessità di sentirti cittadino di un territorio, ti chiederanno cosa sei disposto a fare per difenderlo, apparterrai a una razza, crederai a un Dio, e nonostante tu non abbia mai deciso niente di tutto questo finirai col sentirti orgoglioso di un appartenenza casuale.
Vedrai Imperatori grattarsi il culo sporco di merda e poi offrirti con le mani gli avanzi del loro pranzo.
Vedrai Giudici masturbarsi mentre scrivono le loro sentenze, godendo del potere di giocare con il destino delle persone.
Chi ha una mano darà giudizi sugli anelli degli altri.
Chi ha due piedi darà giudizi sulle scarpe degli altri.
Chi ha una testa darà giudizi sui pensieri degli altri.
E sarai solo.
Perchè finirai per rinchiuderti dentro una stanza piuttosto che vivere nella libertà di ascoltare milioni di cazzate.
Sarai un cercatore di eccezioni.
Quintofogli. Pezzi di meteoriti. L’ultima macchia di neve che resiste al caldo. Il primo numero di Topolino. La donna che ama.
La ricerca darà un senso alla tua vita piu’ della scoperta.
Non sarai solo.
Riconoscerai quelli come te come il tatto riconosce il velluto.
Tutta questa verità ha un merito che non ha prezzo.
Ti da il permesso di non inginocchiarti mai davanti a nessun feticcio di presunta divinità.
Vivere non è un dono è un lavoro.”
Il bambino guardo’ l’anziano.
Rimase in silenzio per qualche secondo e poi disse.
“Ma ci sarà il tempo di giocare?”
Foto d’epoca
Si, sono colpevole.
Confesso.
Mi sono innamorato di chi non mi avrebbe amato mai.
Ho rubato dei dischi e dei giornaletti porno.
La mattina entravo nel bagno di fronte alla scuola e mi cambiavo i vestiti, entravo che sembravo Tony Hadley ed uscivo che ero Johnny Rotten.
Scappavo dalla finestra di notte per andare a ballare.
Ho provato un acido e sono precipitato per una notte intera all’interno di uno scivolo, la mattina dopo avevo i muscoli delle gambe distrutti dal tentativo impossibile di frenare la discesa.
Sono scappato dall’ospedale militare scavalcando il muro di cinta, quando mi hanno riportato dentro sono io ad aver inciso con le unghie sul muro interno: “Andate a fare in culo”.
L’ho messa incinta che era poco più di una bambina, io e lei, due colpevoli, i suoi genitori decisero che eravamo due coglioni, troppo coglioni per diventare genitori.
Io facevo finta di studiare, lei era in un ospedale a Londra ad abortire.
Ho comprato tutti gli strumenti musicali che servivano a formare un gruppo con un assegno falso, poi ho trovato un chitarrista senza chitarra, un batterista senza batteria e un cantante senza microfono ed ho formato un gruppo.
Io suonavo il basso.
Non sapevo suonare il basso, ma avevo pagato gli strumenti.
Avevo paura di non risvegliarmi, per questo di notte stavo sveglio piu’ che potevo, e quando mi addormentavo dicevo addio al mondo.
La mattina dopo ero risorto.
Potrei continuare a confessare.
Ma le uniche colpe che ricordo con dolcezza sono quelle che appartengono alla mia gioventu’, e ricordare fa male.
Facciamo cosi’.
Io le dico il peccato piu’ grave, cosi’ la finiamo qua.
“Ho creduto a cose che non si sarebbero potute mai avverare.”
Non mi crede?
Giuro che è vero.
“Ho creduto a cose che non si sarebbero mai potute avverare.”
Scoprirlo è stata la mia condanna.
La peggior condanna che si puo’ infliggere a un ragazzo.
Quindi per favore mi lasci andare.
Qualunque multa lei abbia intenzione di darmi io l’ho già pagata.
Guido Prussia
La vedo la ferita.
Cazzo se la vedo.
Del resto non fai nulla per nasconderla.
Ma io non c’ero quel giorno. Ho un alibi perfetto.
Quale?
Ignoravo la tua esistenza.
Quindi mi dispiace ma non sono disposto a pagare colpe non mie.
Capisco tutto.
Capisco l’alcool, la droga, i pianti e il passato di merda.
Ma sai dove ho sbagliato?
Nel compiacere il tuo vittimismo.
Accade cosi’.
Tu entri in empatia con il suo ruolo di vittima e la vittima ti identifica col carnefice.
E sono cazzi.
L’unica cosa a cui non hai pensato è che sei un clichè
una ristampa
credo tu sia la numero quarantacinque
che mi descrive un passato di merda
con un musetto da scoiattolo impaurito.
Attendi la carezza per mordere.
Per questo ritraggo la mano dalla tua tana
e me ne torno a casa
semplicemente incazzato chiedendomi come mai gli umani
siano cosi’ predevibili, stupidi e sanguinanti.
Guido Prussia
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