Bilico

Vorrei dirti che ce l’ho fatta
che non ho trovato nessuna difficoltà
nell’intraprendere quella posizione zen
e che dopo aver meditato
ho capito il significato della mia maschera.
Vorrei rassicurarti che ho domato il mio istinto
e che potrei cullare una gallina tra le mie braccia.
Vorrei dirti che non annuso piu’ l’aria
e che ho smesso di arricciare il naso.
Ti potrebbe rassicurare il fatto che ho imparato a leggere e a scrivere?
Vivo in una casa normale, bevo e fumo, e possiedo due cani,
cosa che per un lupo è alquanto singolare.
Pensa che non sono io a divorare loro
paradossalmente li nutro ogni giorno
con una specie di carne chiusa in scatole di metallo.
Mi muovo in bilico su due zampe
e per non farmi riconoscere
mi sono fatto limare i due canini
dormo sdraiato in un letto,
quando nessuno mi guarda,
mi accuccio sotto le coperte
come fosse una tana.
Ti farà piacere sapere che non lecco più
e che ho imparato a tradire,
so anche scrivere storie brevi
con le quali provo a mordere alle caviglie
una lupa che fa finta di non vedermi.
Ora devo andare
dicono che domani verrà freddo
non vedo l’ora di provocare
nuvole di aria condensata
con il mio alito
se nevica non far caso alle mie impronte
quando vedo bianco
non resisto alla tentazione di togliermi le scarpe
e correre a quattro zampe
verso la cima della collina.
Guido Prussia

Nell’atrio

Ascoltando Jacqueline Du Prè
Nell’atrio è rimasto un pianoforte, dalla porta socchiusa si intravede il bianco della nevicata scesa durante la notte.
Il lampadario ha 36 lampadine di cui solo tre che si accendono. Il padrone di casa scende in vestaglia le scale, attraversa la stanza e chiude il portone provando un brivido di freddo.
Poi si siede al pianoforte e non suona.
Dalla tasca della vestaglia tira fuori una sigaretta e un accendino.
Fuma e pensa.
La solitudine costringe a riflettere sui propri pensieri, te li mostra nudi come bambini appena estratti dall’utero, con quello sguardo implorante salvezza e latte.
La madre ha il viso di una donna che suona un violoncello in maniera divina.
Cosi’ divina che nessuna religione la merita.
Cosi’ divina che quando le sue mani cominciarono a perdere sensibilità la malattia apparve come la vendetta di un Dio capace di creare la materia ma completamente negato nel creare l’arte.
Scientificamente parlando si chiama sclerosi multipla, non si ferma nemmeno di fronte alla musica, ma la musica si arrende di fronte a lei.
L’uomo finisce di fumare. Si alza dal pianoforte.
Sale le scale.
I suoi pensieri lo seguono come cani che hanno annusato la presenza di un osso nella tasca del padrone.
Prova a correre per seminarli.
Non ci riesce.
Poi si guarda in tasca. Afferra l’osso e lo lancia nel corridoio.
I cani hanno ciò che desiderano e i pensieri si arrestano.
Si sdraia sul letto e senza pensieri lascia che lo sguardo esca dal soffitto indifferente alla dama di corte, alla serva di colore, alle domestiche, al pavone e persino a una dozzina di putti.
Solo la musica.
Solo.
Guido Prussia

16 anni

A 16 anni mi chiudevo nella serra in fondo al giardino e mi facevo le canne.
Fumavo perchè mi piaceva, perchè era trasgressivo, perchè le strade pericolose erano le piu’ divertenti da percorrere, e perchè c’erano cose che non riuscivo ad accettare.
E bevevo. Andava di moda l’EKU 28, una birra che assomigliava ad uno sciroppo, faceva schifo ma aveva 28 gradi saccarometrici che ti permettevano di ubriacarti con una sola bottiglia.
Ero un coglione?
Certo che ero un coglione.
C’erano anche quelli meno coglioni, quelli bravi a scuola, quelli che non bevevano e non fumavano, ma loro appartenevano ad un altra tribu’.
Noi eravamo i “giovani coglioni”, loro erano i “giovani vecchi”.
Della tribu’ dei “giovani coglioni” alcuni morirono per overdose, alcuni si schiantarono col motorino, la maggior parte abbandono’ la tribu’ per entrare nella comunità degli adulti.
Della tribu’ dei “giovani vecchi” sopravvissero quasi tutti, non abbandonarono mai la tribu’, semplicemente le cambiarono nome, e verso i quarant’anni si ritrovarono nella tribu’ dei “vecchi mai stati giovani” disperatamente alla ricerca del tempo perduto.
Io adoro i giovani anche per la loro capacità di fare stronzate, non avendo figli il mio è un punto di vista privilegiato, ma allo stesso tempo è un punto di vista piu’ obiettivo.
Guardando molti di loro rivedo me, la loro precarietà mi ricorda quella che era la mia precarietà, la loro voglia di sperimentare la provai anche io.
Credete sia facile osservare sogni, ideali e certezze sgretolarsi giorno dopo giorno di fronte al cinismo degli adulti?
In fondo farsi una canna è un diritto, il diritto di chiudere gli occhi di fronte ai delitti quotidiani di una politica fatta da adulti avidi di potere e di denaro.
E pensare che basterebbe legalizzare per depotenziare il fascino di tutte le droghe, basterebbe legalizzare per fottere le mafie, basterebbe legalizzare per riavere dell’erba o del fumo privi di tutta la merda che ci infilano dentro.
L’adolescente ha il diritto di essere coglione almeno tanto quanto l’adulto si arroga il diritto di essere egoista, cinico ed ipocrita.
Tutto questo perchè se penso al ragazzino che si è buttato dalla finestra durante la perquisizione dei Finanzieri mi viene una rabbia che è la stessa rabbia che provavo quando da adolescente scoprivo a poco a poco come ad arrivare primi fossero sempre gli stronzi e i bari.
E da grande confermo:
La qualità migliore per fare carriere è essere una merda.
I grandi hanno gia scelto da che parte stare.
Ma un adolescente di fronte al dilemma se essere uno stronzo di successo o un onesto perdente il minimo che puo’ fare è farsi delle canne per non pensarci.
Guido Prussia

Benedizione

Mentre l’ambulanza la stava portando via, un uomo si avvicino’ e disse:
“Dovete salvarla, lei è tutto per me.”
Lei è tutto per me.
Io lettore, smetto di leggere.
Lei è tutto per me.
Questa frase si rifugia in un angolo dei miei pensieri, e mi guarda impaurita.
Ha paura di non essere riconosciuta.
Io mi avvicino lentamente con la mano che mi precede.
Una mano carezzevole, voglio che intenda che non c’è nessun pericolo.
Anzi.
Vorrei, avrei voluto, avessi voluto prenderla in braccio quella frase.
Averla vissuta fino al rischio estremo di doverla urlare di fronte al rischio di perderti.
Lei è tutto per me.
Ma Lei chi?
Lei che cammina da qualche parte del mondo, Lei che usciva dal bar un secondo prima che entrassi io, Lei che un vetro appannato nascondeva al mio sguardo mentre io cercavo di guardare dentro e lei cercava di guardare fuori.
Lei che è tutto per me e io sono tutto per Lei nell’ipotesi di una trama che nessun destino ha mai scritto.
Nonostante non abbia mai mangiato quel cibo, leggendo:
Lei è tutto per me
ne riconosco il sapore che è custodito nell’anima dei tempi passati,
l’istinto atavico che ti permette di riconoscere il gusto dell’amore
anche senza averlo mai assaggiato.
E dal suo volto scompare la paura
“lei è tutto per me”
si lascia accarezzare.
Io lettore riprendo a leggere e spero, spero con forza, che la salvino.
Guido Prussia.
(Leggendo “Benedizione” di Kent Haruf”)

Camera d’albergo

La camera d’albergo è per sua natura disinibita, prova sentimenti fragili e il suo aspetto tradisce solitudine e smarrimento.
E’ certamente superficiale, non per sua indole ma per scelta, sa che legarsi troppo a un ospite renderà piu’ triste l’addio.
A volte è trionfalmente squallida, a volte è squallidamente trionfale.
La arredano ricordi sbiaditi come fogli di giornale lasciati al sole, e parole d’amore volanti dette prima di addormentarsi che nel tentativo di fuggire hanno sbattuto contro le tende trasformandole in un giardino fiorito.
Guido Prussia

Ho una passione per la liberta’


Ho una passione per la libertà, mi eccità piu’ di qualsiasi donna, mi emoziona piu’ di qualsiasi amore, da significato alla mia vita piu’ di quanto non faccia qualsiasi appartenenza.
La amo a tal punto che quando si allontana da me non posso fare a meno di rimanere immobile a fissare il punto dove la vidi scomparire sapendo che da li la vedro’ tornare.
La amo a tal punto che le sono fedele senza sforzo.
A tal punto fedele da non permettermi di promettere nessun altra fedeltà.
Capisco le pecore che amano i recinti da quando hanno scoperta la presenza dei lupi, ma pecore non si nasce, e nemmeno lupi, non si nasce pastore ne bastone.
Si diventa.
Ci sottomettiamo alla trasformazione come legno nelle mani del falegname, poi osserviamo la nostra forma prendere forma e orgogliosi ci fotografiamo con facce da duri che postiamo nei nostri profili sperando che basti uno sguardo a creare un passato da pirati.
Ci ritroviamo scritti su un copione, recitati da noi stessi per un pubblico che nonostante il biglietto omaggio fa fatica ad entrare in teatro.
Tutto questo nel tentativo assurdo di essere riconosciuti sotto la maschera.
Io sono fascista, io comunista, io sono solidale, io sono per l’esplusione, io non sopporto i froci, io dico che siamo tutti froci, io sono juventino, io romanista, io ho trovato me stesso nello yoga, io dico che Dio è morto, io dico che senza Dio non puoi vivere.
Sei convinto di avere tutte queste idee.
Ci hai messo anni a scavare il buco in cui hai piantato il palo a cui hai dato il tuo nome e le tue idee.
Ora lo osservi resistere a ogni tempesta senza nemmeno renderti conto che un palo non ha nulla a che vedere con un albero.
Un albero forse si spezza ma è vivo, il palo è solo uno scheletro immobile.
Ho una passione per la libertà, amo vedere i rami che si muovono al vento, che si piegano sotto il peso della neve, amo seguire la ricrescita delle foglie, e l’inevitabile sottomettersi al tempo.
Liberamente cambio forma e idee.
Mi fanno pena i pali, piantati tutti in fila, al servizio di chi li ha voluti.
Di tutta la luce che trasportano a loro non resta che l’ombra di se stessi.
Guido Prussia

L’amore è cieco.

Un cancello in mezzo al deserto.
Potrei aggirarlo ed invece mi fermo di fronte.
Io e Zoe aspettiamo che qualcuno apra.
Lei mi guarda perplessa, sembra sorridere.
Rimane in silenzio, seduta su un masso, guardandosi attorno.
Si avvicina al cancello un asino, si ferma proprio dietro le sbarre di ferro e ci guarda.
-E’ lei la spogliarellista?-
-Ti sembra una spogliarellista?-
-Stavo scherzando.-
L’asino se ne va.
Il silenzio del deserto ci avvolge.
Poi finalmente il cancello si apre.
Entriamo.
Un cartello sulla sinistra indica che siamo nell’Exotic World.
Camminiamo, la strada è lunga e finisce di fronte ad una vecchia casa di lamiere.
Sulla porta c’è Dixie.
-E’ Lei?-
-Si.-
-Personaggio strano.-
-Perché?-
-Non vedi come è vestita.-
-E’ una spogliarellista ed è vestita da spogliarellista.-
-Ma avrà settanta anni.-
-Ma non li dimostra.-
-Vuoi entrare?-
-Si.-
Vestiti, lustrini, foto, sciarpe di boa, oggetti del mestiere.
Una montagna di ricordi ammassati uno sull’altro.
Spille, collane, reggicalze, sottovesti, pantofole piumate, trucchi.
Un esplosione di seduzione ricoperta di polvere, come un occhio che si apre all’alba ancora truccato dalla notte prima.
Il trionfo del tempo sulla bellezza, si festeggia la precarietà del corpo invertendo ogni conclusione affrettata.
La precarietà rende possibile la celebrazione di ciò che è stato.
La bellezza è una farfalla, vive una stagione brevissima, ma il cacciatore l’ha catturata nel suo momento migliore.
Ed ora la espone sottovetro con uno spillo che le trapassa il corpo e la trattiene contro una piccola asse di legno appesa al muro della memoria.
-Lei vive qui.?-
-Si.-
-Da sola?-
-No. Insieme a Lui.-
Daniel. Ottanta anni.
Doppiopetto.
Perfettamente vestito come se si trovasse alla prima di qualche spettacolo importante. Una scia di profumo che sembra poter diventare visibile come la scia di una lumaca. La guarda innamorato come se fosse innamorato da sempre senza averla mai potuta amare davvero.
-Chi è?-
-Lui andava a vederla tutte le sere. Erano i primi anni degli anni cinquanta. Spendeva tutto cio’ che guadagnava per quel tavolo in prima fila. E non gli rimaneva nulla in tasca per passare dalla prima fila al camerino, e dal camerino alla camera da letto. Ma ha avuto pazienza. Ha aspettato anni, ha aspettato che tutti quelli che impazzivano per Dixie vedessero sfiorire la sua bellezza e si facessero da parte. E quando nessuno piu’ desiderava quella spogliarellista che assomigliava in maniera inquietante a Marilyn Monroe Lui si è fatto avanti con un mazzo di fiori e la sua pensione.-
-E Lei?-
-Lei lo ha lasciato di fronte al cancello per due settimane. Due settimane di trucco. Per poi presentarsi di fronte a Lui e chiamarlo come se lo aspettasse da sempre senza esserne mai accorta.-
-E Lui non si accorgeva che Lei non era piu’ bella come una volta?-
-Daniel divento’ cieco, un incidente di lavoro con la fiamma ossidrica. La sua memoria visiva si è fermata in una notte di cinquant’anni anni fa. Per Lui Dixie è ancora la piu’ bella, e lo sarà sempre.-
– Solo un inganno puo’ sconfiggere il tempo.-
-Il tempo vive di inganni. Ripagarlo con la sua moneta fa parte delle regole.-
-Già.-
-Perché sorridi?-
-Mi è venuta in mente una cosa.-
-Cosa?-
-Una frase.-
-Quale frase?-
-E’ una stronzata.-
-Dimmela.-
-Ho capito perché…-
-Perché cosa?-
-Perché si dice che l’amore è cieco.-
-Scema.-
-Lo sapevo che non ti sarebbe piaciuta.-
Guido Prussia

Primo Incontro con gli indiani

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La prima volta che incontrai gli Indiani era il 1984, avvenne poco prima di arrivare alla Monument Valley.
Stavo percorrendo la 163 quando sulla sinistra vedi delle casupole di legno con delle bandiere e decisi di fermarmi.
Voltai, parcheggiai, scesi dall’auto e li trovai una famiglia di Nativi che mangiavano seduti a un tavolo.
Salutai e chiesi se potevo sedermi con loro, e loro mi invitarono al loro tavolo.
Ero felice, di quel genere di felicità che il bambino prova la vigilia di Natale.
Di quella felicità che il ragazzo prova la prima volta che scopre di piacere a una ragazza.
Di quella felicità che prova il cercatore di stelle nell’individuare una nuova costellazione.
Di quella felicità che il musicista prova nell’individuare la melodia che aveva sempre cercato.
Di quella felicità che prova il gabbiano quando danza nel vento.
Di quella felicità che travolge il lupo quando sorge la luna piena.
Sono passati troppi anni per ricordare di cosa parlammo e se parlammo.
Ma ricordo la sorpresa nello scoprire che non tutte le favole sono incompatibili con la realtà.
Probabilmente se non ci fosse questa fotografia dubiterei di aver vissuto quella storia.
Invece sono proprio io e loro sono proprio loro, e la vita è proprio la vita, un treno che va di fretta e ti permette di osservare ogni paesaggio in movimento da un finestrino abbassato.
Non fai tempo a dire:
Guarda!
Che non c’è più niente da guardare e qualcosa da ricordare.
Guido Prussia

Un cielo di stelle.

Un cielo di stelle che illumina una casa senza tetto non ripara dal freddo e nonostante l’indubbia bellezza dello spettacolo l’uomo sogna una casa normale.
E raccogliendosi sotto due coperte tiene l’occhio di vetro al riparo e l’occhio buono puntato verso la luna.
Ripensando al casino incontrato in città cerca di spiegarsi quella sensazione di estraneità agli umani.
Si sentiva come una tartaruga finita all’interno di un branco di tonni indifferenti.
Se non fosse che deve comperare ogni settimana quel poco di cibo che gli serve a sopravvivere eviterebbe di andare in città.
Passando il resto della sua vita a rileggere il solito libro, sapendo perfettamente che la memoria gli concede il lusso di dimenticarsi sempre di come va a finire la storia.
Guido Prussia